Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea: “Time Garden”

Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
TIME GARDEN
Gulistan
Curatore: Gabriele Simongini
Organizzazione: Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Roma, 07 marzo 2025
Si parla spesso di dialogo tra Oriente e Occidente. Il più delle volte lo si fa con una certa leggerezza, come se bastasse evocare l’incontro tra due mondi perché questo si realizzi davvero. In realtà, perché un dialogo esista occorre che qualcuno lo attraversi e lo trasformi in esperienza concreta. È in questo senso che la mostra Time Garden della pittrice cinese Gulistan assume un significato particolare. La presenza dell’artista a Roma stabilisce una relazione silenziosa con alcune figure centrali della modernità artistica italiana. Nello stesso museo che conserva opere di Modigliani, Morandi e Boccioni, la sua pittura introduce una sensibilità che nasce altrove ma che sembra trovare qui un terreno naturale di confronto. Non si tratta di una semplice curiosità verso l’Occidente, ma di una ricerca che tende spontaneamente all’incontro. La pittura diventa così uno spazio nel quale tradizioni lontane possono riconoscersi senza perdere la propria identità. Il nome dell’artista significa “giardino di rose”. Non è soltanto un dettaglio biografico: l’immagine del giardino appare come una chiave per comprendere il senso della sua pittura. Il giardino non è uno spazio immobile ma un luogo in cui le forme crescono e si trasformano secondo ritmi naturali. È anche uno spazio in cui il tempo non procede in linea retta ma ritorna, germina, si rinnova. La mostra Time Garden nasce proprio da questa visione. Il tempo non è concepito come una successione rigida di momenti separati. Assomiglia piuttosto a un terreno fertile nel quale le memorie continuano a vivere. Ogni immagine conserva tracce di epoche diverse e lascia affiorare frammenti di civiltà che sembrano riemergere lentamente da uno strato profondo della storia. In questa prospettiva il passato non appare come qualcosa di definitivamente concluso. Rimane presente nella sensibilità contemporanea come un sedimento che continua a trasformarsi. Le immagini sembrano appartenere a più tempi contemporaneamente, come se la memoria delle culture rimanesse depositata nella materia stessa della pittura. In questo giardino del tempo convivono tradizioni artistiche lontane. Nei dipinti di Gulistan i pigmenti minerali delle pitture murali di Dunhuang dialogano con la solidità della pittura occidentale. Le linee calligrafiche della tradizione orientale entrano in relazione con la tensione strutturale della modernità europea. Questo incontro non nasce da una semplice citazione stilistica. L’artista ha attraversato personalmente i territori della Via della Seta, partecipando anche a indagini archeologiche lungo quel tracciato. La Via della Seta non era una strada unica ma una rete di scambi che per secoli ha messo in contatto popoli, religioni e immagini. Nei dipinti le tempeste di sabbia di Dunhuang sembrano incontrare la luce di Roma, mentre il vuoto contemplativo dell’estetica orientale dialoga con quella tradizione occidentale del non finito in cui l’opera rimane aperta, come se continuasse a respirare oltre i propri confini visibili. Accanto a questi elementi culturali emerge una qualità più sottile che attraversa l’intero lavoro dell’artista. È una forma di gentilezza dello sguardo. Non una gentilezza sentimentale o decorativa, ma una disposizione interiore che orienta il modo in cui le immagini prendono forma. Le figure non si impongono mai con forza. Appaiono piuttosto come presenze leggere che emergono lentamente dalla superficie della tela. È come se la pittura non volesse dominare la realtà ma avvicinarla con delicatezza, lasciando che l’immagine nasca attraverso un processo graduale. Di fronte a queste opere si percepisce una particolare attenzione verso ciò che vive nelle cose: nei gesti, nelle tracce del passato, nei frammenti di paesaggio. La pittura sembra avvicinarsi alla realtà con una forma di ascolto, come se ogni immagine custodisse una dimensione invisibile che attende di manifestarsi. Questa sensibilità ricorda l’atmosfera contemplativa di molta poesia cinese. Nel giardino la primavera ritorna ogni anno, ma il cuore dell’uomo non è mai lo stesso, scriveva Wang Wei. In queste parole si ritrova la stessa percezione del tempo come trasformazione silenziosa. Anche nei dipinti di Gulistan le figure sembrano sostare tra presenza e dissolvenza. I contorni si attenuano, i colori respirano lentamente sulla superficie della tela. L’immagine appare come il risultato di una crescita lenta, simile a quella che avviene nei processi naturali. Un altro poeta, Tao Yuanming, scriveva: Colgo un crisantemo presso la siepe orientale e guardo in silenzio le montagne del sud. È un gesto semplice, ma contiene un’intera visione del mondo: quella di un’attenzione quieta che permette alle cose di rivelarsi. Il percorso espositivo sembra riflettere questa stessa attitudine. Le opere sono disposte con ordine essenziale, lasciando che le superfici bianche delle sale rimangano libere. Ogni dipinto possiede il proprio spazio di respiro. Il risultato è un ambiente che ricorda la struttura di un giardino nascosto. Non un giardino monumentale, ma uno spazio raccolto che si apre attraverso piccoli bacini visivi. Camminando tra le sale lo sguardo incontra campi di visione distinti che si succedono con naturalezza. Il vuoto tra le immagini diventa parte della composizione. Non è una pausa ma un luogo di quiete in cui lo sguardo può sostare prima di passare alla visione successiva. Il bianco delle pareti diventa così una superficie luminosa sulla quale le figure emergono come presenze leggere. Lo spettatore non è spinto a consumare rapidamente le immagini, ma invitato a camminare lentamente, come accade quando si attraversa un giardino silenzioso. In questa pittura il dialogo tra Oriente e Occidente non appare come un concetto teorico. Assomiglia piuttosto a ciò che accade nei giardini: le forme crescono, si trasformano e continuano a vivere nel tempo. Il tempo stesso diventa allora uno spazio fertile, un giardino della memoria nel quale le immagini continuano a fiorire. Foto via China- Eu Art Foundation ETS