Roma, Museo dell’Ara Pacis
“L’ARA SI RIVELA”
promosso da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
Organizzato e gestito da Zètema Progetto Culturae realizzato da AV Set Produzioni SpA con Luca Scarzella.
La Direzione scientifica è a cura dellaSovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
Roma, 25 marzo 2026
«L’idea di un’antichità in bianco e nero è una costruzione moderna, non una realtà storica» — come ha più volte sottolineato Vinzenz Brinkmann nei suoi studi sulla policromia antica.
Nel caso dell’Ara Pacis Augustae, tale principio assume un valore paradigmatico: il monumento, oggi percepito nella purezza del marmo, fu in origine un organismo cromaticamente complesso, in cui pigmenti, dorature e contrasti visivi contribuivano a definire la leggibilità delle scene e la loro funzione ideologica. Tracce di colore, seppur frammentarie, sono state individuate nel corso delle indagini archeologiche e delle analisi diagnostiche condotte nel Novecento e negli ultimi decenni, confermando che la policromia non era elemento accessorio, ma componente strutturale del linguaggio figurativo romano. È su questo sfondo scientifico che si inserisce L’Ara si rivela, il nuovo progetto multimediale inaugurato al Museo dell’Ara Pacis a partire da venerdì 27 marzo, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con organizzazione di Zètema Progetto Cultura e realizzazione di AV Set Produzioni SpA con Luca Scarzella.
L’iniziativa, sostenuta da una direzione scientifica rigorosa, si propone non come semplice spettacolarizzazione, ma come dispositivo di restituzione visiva fondato su dati archeologici, finalizzato a ricostruire — per quanto possibile — la percezione originaria del monumento augusteo. Attraverso la tecnica del videomapping, le superfici marmoree vengono investite da una proiezione luminosa che rievoca la policromia antica con un grado di verosimiglianza calibrato sulle evidenze disponibili. Il risultato è un processo di riattivazione percettiva: i rilievi, oggi appiattiti dalla monocromia, riacquistano profondità, gerarchia e dinamismo. Il fronte occidentale, con i pannelli raffiguranti Enea sacrificante ai Penati e la scena del Lupercale, si configura nuovamente come racconto visivo stratificato; quello orientale, dominato dalle figure della Tellus e della Dea Roma, recupera una qualità quasi pittorica, mentre — elemento di particolare rilievo — le due processioni laterali vengono per la prima volta integrate in questa restituzione cromatica, offrendo una visione complessiva dell’apparato figurativo.
La componente sonora, affidata a una narrazione disponibile in italiano e inglese e accompagnata da un tessuto musicale e ambientale, si inserisce in questo quadro come elemento interpretativo. Non si limita a guidare il visitatore, ma costruisce un discorso che intreccia dati storici, lettura iconografica e vicende conservative del monumento, dalle fasi di interramento e oblio alla riscoperta in età moderna. In tal senso, l’esperienza si configura come una forma di archeologia della percezione, in cui il passato non è semplicemente evocato, ma ricostruito attraverso un sistema integrato di stimoli visivi e sonori. Il percorso, della durata di circa 45 minuti, si sviluppa sia all’interno sia all’esterno del recinto dell’altare, articolandosi in turni contingentati (massimo 25 partecipanti per gruppo, tre turni serali tra le 20 e le 23, con variazioni stagionali). Questa scelta metodologica risponde all’esigenza di preservare la qualità immersiva dell’esperienza, evitando la dispersione e favorendo una fruizione più concentrata e analitica. L’accessibilità per persone con disabilità motoria testimonia inoltre una volontà inclusiva, coerente con le più recenti linee guida sulla valorizzazione del patrimonio culturale.
Dal punto di vista teorico, L’Ara si rivela si inserisce in un filone di studi e pratiche che negli ultimi decenni hanno progressivamente messo in discussione l’immagine tradizionale dell’arte antica come arte “bianca”. Le ricerche sulla policromia, sostenute da analisi scientifiche — tra cui spettrometria, microscopia e ricostruzioni sperimentali — hanno dimostrato come il colore fosse parte integrante del sistema semantico delle immagini. In questo senso, il progetto romano rappresenta un caso esemplare di trasferimento delle conoscenze accademiche in un dispositivo di comunicazione pubblica, capace di tradurre dati complessi in un’esperienza accessibile senza rinunciare al rigore. Non mancano, naturalmente, questioni critiche. Ogni operazione di restituzione cromatica implica un margine interpretativo, legato alla lacunosità delle evidenze e alla necessità di interpolare i dati. Il rischio di una eccessiva semplificazione o di una resa estetizzante è sempre presente. Tuttavia, nel caso specifico, la scelta di adottare il linguaggio del videomapping — reversibile e non invasivo — consente di mantenere una distinzione chiara tra monumento e ricostruzione, evitando sovrapposizioni permanenti e lasciando spazio a eventuali aggiornamenti futuri.
L’Ara si rivela non si limita a offrire un’esperienza spettacolare, ma propone una riflessione sul modo in cui il passato viene percepito e interpretato nel presente. Restituire il colore all’Ara Pacis significa infatti restituire complessità a un’opera che, nella sua funzione originaria, era al tempo stesso celebrazione politica, manifesto ideologico e dispositivo visivo altamente sofisticato. In un contesto contemporaneo in cui la mediazione tecnologica è sempre più centrale, il progetto dimostra come essa possa diventare strumento di conoscenza, capace di avvicinare il pubblico a una dimensione dell’antico troppo a lungo rimossa: quella, viva e vibrante, della sua policromia. Photocredit @Sovrintendenza capitolina ai beni culturali