Roma, Museo delle Civiltà: “Origine e Prospettive. Dal Museo Preistorico ed Etnografico di Luigi Pigorini al Museo delle Civiltà: storia di un museo”

Roma, Museo delle Civiltà
ORIGINE e PROSPETTIVE. Dal Museo Preistorico ed Etnografico di Luigi Pigorini al Museo delle Civiltà: storia di un museo
(1876–2026)
Con la supervisione generale di Andrea Vilianie
a cura di Paolo Boccuccia e Camilla Fratini con Myriam Pierri
Roma, 20 marzo 2026
Vi è, nell’odierna retorica museale, una tendenza che meriterebbe di essere guardata con sospetto: quella di travestire ogni anniversario da evento epocale, ogni ricorrenza da palingenesi, ogni riallestimento da rivoluzione epistemologica. Eppure, nel caso del Museo delle Civiltà, la ricorrenza dei centocinquant’anni dalla fondazione del Museo Preistorico ed Etnografico di Luigi Pigorini impone una riflessione che non può essere liquidata come semplice celebrazione. Qui, infatti, la memoria istituzionale coincide con un nodo cruciale della formazione culturale dello Stato italiano, e il problema non è tanto quello di ricordare, quanto di comprendere. Luigi Pigorini non fu soltanto un archeologo, ma un organizzatore del sapere nel senso più pieno e, per certi versi, più problematico del termine. Il museo da lui fondato nel 1876 al Collegio Romano non nasceva come contenitore neutro, ma come dispositivo ideologico: un luogo in cui preistoria ed etnografia venivano accostate secondo un paradigma evoluzionista che allora appariva naturale e che oggi rivela le proprie contraddizioni. È proprio questa ambiguità che la mostra Origine e prospettive riporta alla luce. La ricostruzione del museo originario – attraverso vetrine storiche, documenti e reperti – non è un semplice esercizio antiquario, ma un’operazione critica. Essa consente di osservare da vicino il sistema di pensiero che sosteneva l’allestimento pigoriniano: una visione del progresso lineare, una gerarchia implicita delle culture, una classificazione del mondo che oggi non può essere accolta senza riserve. La sezione centrale, con il confronto tra materiali archeologici ed etnografici, è in questo senso rivelatrice. Non si limita a esporre oggetti, ma mette in scena un dispositivo conoscitivo: quello che assimilava le società cosiddette “primitive” alle fasi iniziali della storia europea. Qui il museo si rivela come costruzione ideologica, prima ancora che come spazio di conservazione. Sarebbe tuttavia un errore fermarsi a una condanna retrospettiva. Il progetto di Pigorini va compreso nel suo contesto: ciò che oggi appare limite fu anche la condizione di possibilità di una disciplina nascente. Il museo, in altre parole, non rifletteva semplicemente un sapere, ma contribuiva a produrlo. La seconda parte della mostra introduce il visitatore al museo contemporaneo, e qui il discorso si fa più incerto. Le pratiche di partecipazione, l’attenzione all’accessibilità, le installazioni contemporanee indicano un mutamento reale: il museo non è più luogo di autorità, ma spazio di negoziazione. Il MUCIV si presenta come “museo di musei”, una struttura che non si limita a custodire collezioni ma riflette sui processi che le hanno generate. La scelta di parlare di “civiltà” al plurale non è un dettaglio terminologico, ma una presa di posizione teorica. Essa implica il rifiuto di una visione unilineare della storia e l’apertura a prospettive multiple. Tuttavia, questa pluralità pone un problema: come evitare che si traduca in una dispersione del discorso critico? Un museo che vuole includere tutto rischia di perdere la propria capacità di interpretare. È qui che si misura la difficoltà del presente. Il museo contemporaneo è chiamato a essere insieme archivio, laboratorio, spazio sociale. Ma questa molteplicità di funzioni, se non è governata da un pensiero rigoroso, rischia di dissolvere l’identità stessa dell’istituzione. In questo quadro, il convegno scientifico che accompagna la mostra assume un significato preciso: riportare il discorso su un piano di confronto disciplinare. Non è un elemento accessorio, ma parte integrante del progetto, nella misura in cui tenta di sottrarre il museo alla sola dimensione espositiva e di restituirgli una funzione critica. Ciò che emerge è l’immagine di un’istituzione in tensione, sospesa tra eredità e trasformazione. Il MUCIV non è più un museo nel senso tradizionale, ma un campo di forze in cui si confrontano visioni diverse del sapere. Ricordare Pigorini non significa erigere un monumento alla sua figura, ma riconoscere la natura storica del suo progetto. Ogni museo è il prodotto di un’epoca e delle sue contraddizioni, e il merito di questa operazione sta nel rendere visibile tale condizione, sottraendo il museo all’illusione di neutralità. Resta tuttavia una questione aperta. Un museo, per restare necessario, non può limitarsi a rinnovare linguaggi e dispositivi: deve interrogare continuamente le categorie che utilizza e le gerarchie che implica. La vera eredità di Pigorini non è negli oggetti raccolti, ma nel problema che ha posto: come dare forma a un sapere che non sia né dogmatico né disperso. A centocinquant’anni dalla sua fondazione, il Museo delle Civiltà si trova di fronte a una scelta. O assumere fino in fondo la propria natura storicamente determinata, oppure rifugiarsi in una retorica dell’innovazione che rischia di perpetuare le ambiguità del passato. Nel primo caso, potrà ancora essere un luogo necessario; nel secondo, soltanto uno spazio privo di reale tensione critica. Foto-di-Giorgio-Benni.-Courtesy-MUCIV-Museo-delle-Civilta-Roma