Roma, Museo di Roma in Trastevere
LUNGO LE STRADE BLU. ALONG THE BLUE HIGHWAYS
Fotografie di Francesco Conversano
Promotori Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
Organizzazione e cura Fondazione Massimo e Sonia Cirulli
Ideazione Francesco Conversano
Roma, 17 marzo 2026
Ci sono viaggi che si compiono nello spazio e viaggi che, più sottilmente, si consumano nella coscienza. Il progetto fotografico di Francesco Conversano, raccolto sotto il titolo Lungo le Strade Blu. Along the Blue Highways, appartiene a questa seconda categoria: non tanto perché manchi di geografia — anzi, la geografia vi è onnipresente — quanto perché essa si offre come superficie, come pretesto, come teatro di una più profonda indagine sull’identità e sulla sua rappresentazione.
Conversano dichiara apertamente la natura ambigua del suo lavoro: un “cinema del reale che incontra e si intreccia con le mitologie sedimentate dentro di noi”. È una definizione onesta e, allo stesso tempo, rivelatrice di una contraddizione che attraversa tutta la mostra. Il reale, infatti, non è mai semplicemente tale: è sempre già filtrato, costruito, interiorizzato. E l’America, più di ogni altro luogo, è forse il territorio in cui questa dialettica tra realtà e mito si manifesta con maggiore evidenza. Il viaggio ha inizio in un momento storico che potremmo definire traumatico: l’immediato dopoguerra dell’11 settembre 2001. Non è un dettaglio marginale. L’America che Conversano e Nene Grignaffini attraversano non è quella dell’ottimismo kennediano né quella della ribellione beat, ma una nazione ferita, sospesa tra paura e rielaborazione simbolica. Le Blue Highways — queste strade secondarie, marginali, tracciate in blu sulle mappe — diventano allora il luogo privilegiato per osservare una realtà che sfugge alle narrazioni ufficiali.
È significativo che il viaggio si svolga lontano dalle metropoli. Le grandi città, con la loro evidenza spettacolare, avrebbero offerto immagini già consumate, già riconosciute. La provincia, invece, conserva una qualità ambigua: è al tempo stesso invisibile e profondamente rivelatrice. Nella Small Town America si depositano le contraddizioni di un Paese che si racconta come unitario ma che, in realtà, è composto da una molteplicità di microcosmi spesso incompatibili tra loro. Le fotografie di Conversano si presentano come frammenti, appunti, quasi note a margine di un racconto più ampio. Non vi è in esse alcuna pretesa di sistematicità. Al contrario, ciò che colpisce è la loro apparente casualità: volti colti di sfuggita, paesaggi che sembrano sospesi nel tempo, dettagli che non aspirano a diventare simboli ma che finiscono inevitabilmente per esserlo. Questa casualità, tuttavia, è solo apparente. È il risultato di una scelta precisa: quella di aderire al principio dell’imprevisto, della deviazione, dell’erranza.
In questo senso, il riferimento alle Blue Highways non è soltanto geografico ma anche metodologico. Seguire queste strade significa rinunciare a una direzione predefinita, accettare la possibilità di perdersi, di incontrare ciò che non si cercava. È una pratica che si oppone radicalmente alla logica contemporanea del viaggio, dominata dal GPS, dalla pianificazione, dalla riduzione dell’esperienza a itinerario. Il recente intervento del New York Times, citato nel contesto della mostra, insiste proprio su questo punto: la trasformazione del viaggio da esperienza esistenziale a semplice spostamento. In effetti, ciò che sembra emergere dalle immagini di Conversano è una nostalgia — non tanto per un passato storico quanto per una modalità di percezione ormai in via di estinzione. Il viaggio come scoperta, come disorientamento, come possibilità di trasformazione interiore. E tuttavia, questa nostalgia non è mai dichiarata esplicitamente. Al contrario, le fotografie mantengono una certa distanza, una sorta di pudore.
Non vi è compiacimento né idealizzazione. L’America che emerge da queste immagini è spesso banale, a tratti persino desolata. Ed è proprio in questa banalità che si annida il loro significato più profondo. Si potrebbe dire che Conversano non cerca l’eccezionale ma il tipico. Non il monumento ma il dettaglio. Non l’evento ma la durata. È un atteggiamento che richiama, per certi aspetti, la lezione di scrittori come Steinbeck o William Least Heat-Moon, i quali avevano intuito come l’identità americana non risiedesse nei suoi momenti di gloria ma nella sua quotidianità più dimessa. Il viaggio, iniziato simbolicamente nel Sud lynchiano di Wild at Heart, attraversa poi il Midwest di Edgar Lee Masters e approda infine alla memoria di John Fitzgerald Kennedy. Queste tappe non sono semplici coordinate geografiche ma veri e propri luoghi della memoria, spazi in cui la storia si intreccia con la narrazione. Lynch, Masters, Kennedy: tre figure che, in modi diversi, contribuiscono a costruire l’immaginario americano.
E qui si manifesta un altro elemento centrale della mostra: la consapevolezza che l’America è, prima di tutto, un racconto. Un racconto che si autoalimenta, che si riflette e si moltiplica attraverso il cinema, la letteratura, la politica. Le fotografie di Conversano non fanno che inserirsi in questo circuito, aggiungendo nuovi frammenti a una narrazione già sovraccarica. Ma proprio in questa sovrabbondanza di immagini e di storie si annida una forma di vuoto. L’America appare come un luogo saturo di significati e, al tempo stesso, privo di un centro. Le Blue Highways diventano allora il simbolo di questa condizione: strade che non conducono a una meta precisa ma che si snodano indefinitamente, come un discorso che non trova conclusione. Lungo le Strade Blu non è tanto una mostra sul viaggio quanto una riflessione sulla sua impossibilità.
O, più precisamente, sulla difficoltà di vivere il viaggio come esperienza autentica in un mondo in cui tutto è già stato visto, fotografato, raccontato. Conversano sembra consapevole di questa aporia e, invece di negarla, la assume come punto di partenza. Le sue immagini non pretendono di rivelare l’America ma di interrogarla. Non offrono risposte ma aprono domande. E forse è proprio questa la loro qualità più significativa. Resta, alla fine, una sensazione ambigua. Da un lato, la percezione di aver attraversato un territorio vasto e complesso; dall’altro, il sospetto che questo attraversamento sia rimasto in qualche modo incompiuto. Ma forse è inevitabile. Forse ogni viaggio, quando è autentico, è destinato a restare incompiuto. E le Blue Highways, con il loro andamento incerto e marginale, non sono che la metafora più efficace di questa condizione.
Roma, Museo di Roma in Trastevere: “Lungo le Strade Blu. Along the Blue Highways”