Roma, Palazzo delle Esposizioni: ” Marco Tirelli. Anni Luce”

Roma, Palazzo delle Esposizioni
MARCO TIRELLI. ANNI LUCE
a cura di Mario Codognato
promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e da Azienda Speciale Palaexpo
prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo, con il supporto della Fondazione Silvano Toti
Roma, 16 marzo 2026
Si potrebbe dire che la pittura, quando rinuncia a ogni compiacimento illustrativo, torna a interrogare non il mondo, ma le condizioni stesse della sua apparizione. È in questo spazio critico, sospeso tra visione e coscienza, che si colloca l’opera di Marco Tirelli, e Anni luce, al Palazzo delle Esposizioni, ne offre una formulazione esemplare, rigorosa, priva di ogni concessione alla retorica del visibile. Il progetto espositivo, concepito come un organismo unitario, si articola secondo una logica che rifugge tanto la sequenza narrativa quanto la dispersione episodica. Le opere si dispongono come elementi di un sistema continuo, dove ogni immagine non esaurisce il proprio senso, ma lo rinvia, lo prolunga, lo mette in relazione con le altre. Ne deriva una struttura che non si offre come racconto, ma come campo di tensioni, come spazio di attraversamento fluido. In questo contesto, la pittura di Tirelli si configura come un’indagine sullo statuto dell’immagine. Non vi è alcuna volontà di rappresentare il reale, né di tradurlo in segno: ciò che interessa all’artista è piuttosto il momento in cui la forma emerge dal fondo indistinto della percezione, quando il visibile si costituisce come evento e non come dato acquisito. La pittura diventa così un luogo di formazione, non di descrizione. La luce svolge un ruolo decisivo in questo processo. Non è mai un semplice fattore ottico, ma un principio strutturante, capace di determinare lo spazio e di conferirgli consistenza. Tuttavia, essa non opera mai in modo autonomo: è sempre implicata in una relazione dialettica con l’ombra, che non si limita a delimitare la forma, ma la genera. L’ombra non è ciò che resta, ma ciò da cui l’immagine prende avvio. Questa coesistenza di luce e oscurità produce una condizione di instabilità percettiva che è, forse, uno degli aspetti più rilevanti del lavoro di Tirelli. Le immagini non si danno mai in modo definitivo, ma restano in uno stato di sospensione, come se la loro identità fosse continuamente rimessa in questione. Non vi è mai una forma compiuta, ma un processo in atto. In tal senso, la pittura di Tirelli si distingue per una qualità che potremmo definire analitica, se non fosse che essa non si esercita su un oggetto esterno, ma sul dispositivo stesso della visione. L’artista non analizza il mondo, ma il modo in cui esso si rende visibile. E lo fa attraverso una riduzione progressiva degli elementi, una sottrazione che non impoverisce, ma intensifica. Le immagini che emergono da questo processo non appartengono a un repertorio iconografico stabile. Esse sembrano piuttosto derivare da una memoria visiva che non si organizza in modo lineare, ma per frammenti, per affioramenti. Non si tratta di citazioni, né di riferimenti espliciti: ciò che si manifesta è una forma di sedimentazione, un deposito di esperienze visive che la pittura riattiva senza mai fissarle definitivamente. È proprio questa dimensione mnemonica a conferire al lavoro di Tirelli una profondità che sfugge a ogni lettura immediata. La memoria, infatti, non è qui intesa come archivio, ma come processo dinamico, come movimento che trasforma continuamente ciò che conserva. Le immagini non sono ricordi, ma atti di ricordare. La struttura seriale del progetto espositivo contribuisce a rafforzare questa impressione. Le opere, pur nella loro autonomia, si presentano come variazioni su un tema che non si lascia mai definire completamente. La ripetizione non produce uniformità, ma differenza; ogni immagine introduce uno scarto, una deviazione che modifica l’insieme. In questo senso, la mostra può essere letta come una sorta di atlante, ma un atlante privo di ordine gerarchico, aperto, in continua trasformazione. Non vi è un centro, né una direzione privilegiata: lo sguardo è chiamato a costruire il proprio percorso, a stabilire relazioni, a colmare lacune. L’esperienza diventa così attiva, partecipata. Ciò che emerge con chiarezza è la volontà di sottrarre la pittura alla logica della comunicazione immediata. In un contesto in cui l’immagine tende a consumarsi nel momento stesso in cui si offre, Tirelli introduce una forma di resistenza. Le sue opere non si lasciano esaurire nello sguardo, ma lo trattengono, lo rallentano, lo costringono a tornare su se stesso. Questa attitudine non va interpretata come chiusura o rifiuto del presente, ma come una presa di posizione critica nei confronti di un sistema visivo dominato dall’eccesso e dalla velocità. Tirelli non si oppone alla contemporaneità, ma ne mette in crisi i presupposti, interrogando la natura stessa dell’immagine. Anni luce si configura come un’esperienza che non offre risposte, ma apre questioni. Non propone una visione del mondo, ma una riflessione sulle condizioni del vedere. E in questo risiede, forse, il suo valore più duraturo: nella capacità di restituire alla pittura una funzione conoscitiva, di farne non un mezzo di rappresentazione, ma uno strumento di pensiero.