Roma, Palazzo delle Esposizioni
MARIO SCHIFANO
A cura di Daniela Lancioni
Mostra promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo
Prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia
Main Partner ENI
Con il supporto della Fondazione Silvano Toti
Roma, 16 marzo 2026
A voler essere onesti – e l’onestà, in questi casi, è una forma di rispetto verso l’opera prima ancora che verso il pubblico – la grande retrospettiva dedicata a Mario Schifano al Palazzo delle Esposizioni di Roma si impone non tanto come una celebrazione, quanto come un banco di prova.
Non per l’artista, la cui statura è ormai consegnata alla storia, ma per chi guarda: per la capacità, cioè, di sottrarsi alla facile mitologia che ha accompagnato per decenni la sua figura e di misurarsi con la sostanza, non sempre pacificata, di una pittura inquieta, contraddittoria, spesso persino irrisolta. Curata da Daniela Lancioni e articolata in oltre cento opere provenienti da collezioni pubbliche e private, la mostra segue un andamento cronologico che è anche – ed è qui il suo maggiore pregio – un tentativo di restituire la natura metamorfica del lavoro di Schifano. Non un percorso lineare, ma una serie di scarti, accelerazioni, ritorni, sospensioni. Come se ogni stagione dell’artista non cancellasse la precedente, ma la inglobasse, la contraddicesse, la rilanciasse in una forma diversa. Gli esordi informali, ancora immersi in una materia pittorica densa, quasi vischiosa, rivelano già una tensione che non è semplicemente formale. In quelle superfici si avverte un’urgenza che non trova ancora un linguaggio adeguato, ma che preme, insiste, si agita sotto la pelle della pittura. È una fase che la mostra giustamente non enfatizza, ma neppure nasconde, perché è lì che si intravede il primo nodo: la difficoltà – o forse l’impossibilità – di aderire a una tradizione senza metterla immediatamente in crisi.
Il passaggio ai monocromi dei primi anni Sessanta segna, in apparenza, una cesura netta. Superfici compatte, smalti industriali, colori stesi con una freddezza che sembrerebbe negare ogni residuo emotivo. E tuttavia, a guardarli senza pregiudizi, questi monocromi non sono affatto esercizi di riduzione, né tantomeno gesti minimalisti nel senso più canonico. Sono, piuttosto, superfici cariche di attesa, come se la pittura si fosse momentaneamente svuotata per prepararsi a ricevere qualcosa d’altro. Non un azzeramento, ma una sospensione. È da questa sospensione che nasce la vera svolta: l’irruzione dell’immagine. Segnali stradali, loghi, scritte, frammenti fotografici, paesaggi urbani: tutto entra nella tela senza chiedere permesso, senza mediazioni, senza gerarchie. Ma qui è necessario sgombrare il campo da un equivoco che la consuetudine critica ha troppo spesso alimentato. Schifano non è, nel senso pieno del termine, un artista “pop”. O meglio: lo è solo in parte, e in quella parte meno interessante. Perché mentre la Pop Art americana tende a raffreddare l’immagine, a trasformarla in icona riproducibile, Schifano la espone a una sorta di combustione interna.
L’immagine, nelle sue opere, non si stabilizza mai: vibra, si deforma, si consuma. Opere come Grande angolo del 1963 mostrano con evidenza questa tensione. La superficie non è mai neutra: è un campo di forze in cui materiali diversi – smalto, grafite, spray – si sovrappongono senza fondersi del tutto. Non c’è mai una sintesi, ma una coesistenza instabile. Ed è proprio in questa instabilità che si riconosce la qualità più autentica del lavoro di Schifano: una pittura che non vuole risolvere, ma esporre il conflitto. Il percorso espositivo insiste, giustamente, sulla pratica della serialità, che nell’artista non è mai semplice reiterazione, ma una forma di indagine. Dipingere per gruppi, per variazioni, significa mettere alla prova un’immagine, verificarne la tenuta, esplorarne le possibilità e i limiti. La serie diventa così una forma di pensiero visivo, non dissimile – per certi versi – da un ragionamento che si sviluppa per approssimazioni successive.
Uno dei momenti più convincenti della mostra è rappresentato dai grandi polittici della fine degli anni Sessanta, come Interno di casa romana. Qui la pittura si espande, invade lo spazio, smette di essere oggetto isolato per diventare ambiente. Non si tratta di un semplice aumento di scala, ma di un cambiamento di statuto: il quadro non è più una finestra, ma una presenza. E tuttavia, anche in queste opere più spettacolari, permane una certa fragilità, quasi una difficoltà a tenere insieme le diverse componenti. Come se l’ambizione spaziale non fosse sempre sostenuta da una pari necessità formale. È in questo stesso periodo che si apre il capitolo cinematografico, opportunamente documentato dalla mostra attraverso proiezioni e materiali audiovisivi. I film di Schifano – più che opere compiute – appaiono come tentativi, esperimenti, talvolta anche ingenui, di tradurre in movimento ciò che la pittura già suggeriva: la temporalità dell’immagine. E se non sempre convincono sul piano strettamente cinematografico, restano comunque fondamentali per comprendere l’orizzonte entro cui l’artista si muove. Negli anni successivi, l’ingresso diretto della fotografia nella superficie pittorica segna un ulteriore passaggio. L’immagine non è più solo citata o evocata, ma incorporata. Su di essa interviene la pittura, la altera, la disturba, la contraddice.
È qui che Schifano anticipa, con una lucidità che oggi appare evidente, molte delle pratiche che diventeranno centrali nei decenni successivi. Ma anche qui, accanto a esiti di grande forza, non mancano momenti di stanchezza, soluzioni ripetitive, opere che sembrano vivere di rendita su intuizioni precedenti. Gli anni Ottanta e Novanta, infine, presentano un quadro più diseguale. Le grandi tele, spesso di dimensioni imponenti, mostrano una libertà gestuale che talvolta sconfina in una certa approssimazione. E tuttavia, anche in queste fasi più incerte, riaffiora quella capacità – rara – di cogliere il mutamento dell’immagine contemporanea, di registrarlo senza filtri ideologici, senza nostalgie. La mostra, nel suo complesso, evita intelligentemente la tentazione di costruire un racconto edificante. Non nasconde le contraddizioni, non leviga le asperità, non riduce Schifano a un’icona rassicurante. Ed è proprio per questo che risulta convincente. Perché restituisce un artista che non ha mai smesso di interrogare la pittura, anche quando sembrava tradirla; che ha attraversato la contemporaneità senza mai stabilirvisi definitivamente; che ha fatto dell’inquietudine, più che della certezza, la propria vera cifra.
Roma, Palazzo delle Esposizioni: “Mario Schifano”