Roma, Parco Archeologico del Colosseo: “Nuovo allestimento dell’area archeologica degli ambulacri meridionali”

Roma, Parco Archeologico del Colosseo
NUOVO ALLESTIMENTO DELL’AREA ARCHEOLOGICA DEGLI AMBULACRI MERIDIONALI
Roma, 17 Marzo 2026
Vi sono restauri che chiariscono, e restauri che confondono. Non è una distinzione accademica, ma una linea di demarcazione netta, che separa il lavoro fondato sulla conoscenza da quello condizionato da esigenze estranee alla natura del monumento. L’intervento recentemente inaugurato negli ambulacri meridionali del Colosseo si colloca esattamente su questa soglia critica, dove il rigore archeologico dichiarato convive con scelte che hanno già suscitato un dibattito acceso. Per comprendere la portata dell’operazione, è necessario partire dai dati. Il settore meridionale dell’Anfiteatro Flavio, crollato in larga parte tra il VI e il VII secolo a causa della natura instabile del terreno e di eventi sismici, è stato per secoli oggetto di trasformazioni, riusi, livellamenti. Ne è derivata una stratigrafia complessa, estesa per circa 3.000 metri quadrati e compressa entro uno spessore variabile tra i venti centimetri e il metro, che il Parco archeologico del Colosseo ha indagato tra il 2021 e il 2024. Lo scavo ha restituito non solo lacerti della pavimentazione originaria in travertino, ma soprattutto la quota antica di imposta dell’edificio, fissata a circa 23 metri sul livello del mare. È su questa quota che si è deciso di intervenire, ripristinando una pavimentazione in travertino proveniente dalle cave di Tivoli, posata secondo uno schema desunto dalle impronte lasciate dai blocchi antichi asportati nel corso dei secoli. Fin qui, nulla da eccepire. Anzi, l’operazione si presenta, nelle sue premesse, come esemplare: distinguere con chiarezza il perimetro dell’Anfiteatro dalla piazza moderna, restituire la leggibilità della crepidine, rendere percepibile l’estensione degli ambulacri perduti. Un programma coerente, sostenuto da un impianto metodologico corretto e da un lavoro archeologico accurato, che ha permesso anche di chiarire aspetti finora solo ipotizzati, come il sistema idraulico originario, datato con sicurezza all’età di Vespasiano grazie ai bolli laterizi rinvenuti nei canali fognari. Tuttavia, il passaggio dal dato alla forma, dalla conoscenza alla sua traduzione architettonica, è sempre il momento più delicato. È qui che si misura la qualità di un intervento. La nuova pavimentazione, per quanto filologicamente fondata nel materiale e nella quota, introduce un elemento di continuità visiva che tende a colmare ciò che la storia ha invece lasciato incompiuto. Il disegno dei blocchi, la regolarità della superficie, la nettezza del perimetro restituito finiscono per proporre un’immagine del Colosseo che, pur basata su evidenze archeologiche, rischia di avvicinarsi a una forma di ricostruzione implicita. Non sorprende, dunque, che l’intervento abbia generato critiche rilevanti nel dibattito pubblico e specialistico. È stata messa in discussione la sua capacità di restituire autenticamente la complessità storica del sito; si è sottolineato come la nuova superficie rischi di semplificare la lettura archeologica; si è osservato che l’operazione potrebbe rispondere più a esigenze di fruizione e gestione dei flussi che a una rigorosa esigenza conservativa. In filigrana, emerge un dubbio più profondo: che la chiarezza formale ottenuta si traduca in una perdita di densità storica. Il progetto di Stefano Boeri Interiors ha cercato di affrontare questa tensione introducendo elementi di mediazione. I pilastri perduti, ad esempio, non sono stati ricostruiti, ma evocati attraverso volumi semplificati, leggermente sollevati da terra, che suggeriscono l’ordine originario senza pretendere di riprodurlo. Analogamente, tra i fornici LXIV e LXXI è stata lasciata a vista un’area archeologica che mostra il piano di preparazione della pavimentazione e le fondazioni, consentendo una lettura diretta delle tecniche costruttive. Sono soluzioni consapevoli, che dimostrano un tentativo di equilibrio tra restituzione e astrazione. E tuttavia, il loro effetto complessivo appare in parte attenuato dalla presenza dominante della nuova superficie pavimentale, che tende a unificare e, in qualche misura, a normalizzare lo spazio. Vi è poi un altro aspetto, meno evidente ma non meno importante: la reversibilità. L’intervento è stato realizzato con materiali innovativi a base di calce, privi di cemento e compatibili dal punto di vista chimico e meccanico con i materiali antichi. Anche il restauro delle superfici, esteso su circa 1.300 metri quadrati e condotto con tecnologie avanzate, si inscrive in una logica di sostenibilità e rispetto della materia originaria. Sono elementi che attestano un alto livello tecnico e scientifico. Il cantiere si configura, sotto questo profilo, come un esempio di collaborazione tra istituzioni, ricerca e industria. Ma il problema, ancora una volta, non è tecnico. È critico. Il Colosseo non è un edificio qualunque. È un organismo che ha costruito la propria immagine proprio attraverso la perdita, l’asimmetria, la discontinuità. L’iconografia stessa, dal Rinascimento in poi, ha fatto di questa incompletezza una cifra identitaria. Intervenire su di esso significa confrontarsi con una storia che non è soltanto materiale, ma anche percettiva. La nuova sistemazione degli ambulacri meridionali restituisce senza dubbio una maggiore leggibilità del monumento, rendendo finalmente percepibile la sua geometria originaria e aprendo al pubblico uno spazio finora marginale. Ma nel farlo introduce anche una nuova immagine, più ordinata, più compiuta, che inevitabilmente si sovrappone a quella sedimentata nei secoli. È qui che si gioca la questione fondamentale. Se il restauro deve essere un atto di conoscenza, esso deve anche saper accettare il limite, la lacuna, la frammentarietà. Ogni tentativo di colmare troppo perfettamente ciò che il tempo ha eroso rischia di trasformare la verità storica in una rappresentazione. Il Colosseo, oggi, appare forse più leggibile; ma la leggibilità, in archeologia, non coincide necessariamente con la verità. A volte, la verità risiede proprio in ciò che manca. Photocredit Simona Murrone