Roma, Sala Umberto: “Don Giovanni”

Roma, Sala Umberto
DON GIOVANNI
da Molière, Da Ponte, Mozart
con Arturo Cirillo
e con (in o.a.) Irene Ciani, Rosario Giglio, Francesco Petruzzelli, Giulia Trippetta, Giacomo Vigentini
adattamento e regia Arturo Cirillo
scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
luci Paolo Manti
musiche Mario Autore
produzione Marche Teatro, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
Roma, 06 marzo 2026
«Il mito non muore: cambia maschera». Roland Barthes lo ricordava nei suoi Mythologies, osservando come alcune figure della tradizione occidentale non cessino di abitare il presente, ma lo facciano trasformandosi continuamente. Don Giovanni appartiene a questa genealogia di personaggi inesauribili: più che un semplice protagonista teatrale, è una domanda che il teatro rivolge ciclicamente a sé stesso. Quando un regista decide di confrontarsi con questa figura, inevitabilmente rivela la propria idea di scena. Arturo Cirillo affronta il mito con un atteggiamento che potremmo definire quasi archeologico: non cerca di imporre una lettura definitiva, ma scava tra le diverse stratificazioni che nei secoli hanno costruito il personaggio. Da questo scavo emergono tre presenze decisive — Molière, Da Ponte e Mozart — che non vengono trattate come autorità intoccabili, ma come interlocutori di un dialogo teatrale. Il risultato è una sorta di stratigrafia scenica. Il libertino molieriano, l’eroe ambiguo del libretto dapontiano e la memoria musicale mozartiana appaiono come livelli sovrapposti di uno stesso mito. Non si tratta di una fusione armonica: Cirillo preferisce lasciare percepibili le differenze di tono e di prospettiva tra le varie fonti. Lo spettacolo procede così come una partitura a più voci, dove ogni tradizione conserva la propria temperatura morale. Questa scelta conferisce alla drammaturgia un ritmo netto e una struttura riconoscibile. Il lavoro evita l’erudizione ostentata e non si abbandona alla tentazione di spiegare il mito. Piuttosto lo mette in movimento, lasciando che le diverse tradizioni dialoghino attraverso la pratica scenica. Il Don Giovanni che ne emerge appare consapevole della propria natura teatrale: sembra quasi sapere di appartenere a una lunga storia di rappresentazioni. La scena accompagna questa impostazione con una sobrietà rigorosa. L’impianto scenografico rinuncia a ogni forma di decorativismo illustrativo e si limita a evocare una classicità filtrata, quasi mentale. Lo spazio non descrive ambienti realistici, ma suggerisce un luogo simbolico dove le relazioni tra i personaggi diventano il vero centro dell’azione. In questo contesto gli attori occupano la scena con precisione millimetrica. La disposizione dei corpi risponde a un disegno rigoroso e i movimenti appaiono netti, talvolta quasi geometrici. La regia costruisce un ritmo visivo che ricorda, per analogia, l’organizzazione musicale di una partitura: azioni, pause e gesti si alternano secondo una scansione precisa. La presenza di Mozart agisce come un controcampo invisibile. Le citazioni musicali non vengono utilizzate come semplice commento emotivo né come tentativo di ricostruire l’opera lirica. Piuttosto funzionano come una memoria sonora che attraversa lo spettacolo, ricordando allo spettatore l’esistenza di un vertice drammatico già raggiunto nella storia del teatro musicale. Il confronto con Mozart non assume dunque la forma dell’emulazione. La regia sembra piuttosto accettare l’impossibilità di competere con quella perfezione musicale, preferendo evocarla come un orizzonte. La musica diventa così una traccia, una suggestione che accompagna l’azione senza dominarla. Al centro di questo dispositivo si colloca il protagonista. Il Don Giovanni delineato da Cirillo sfugge tanto alla monumentalità tragica quanto alla caricatura del libertino superficiale. È una figura mobile, inquieta, attraversata da una vitalità nervosa che rende il personaggio continuamente sfuggente. La seduzione passa innanzitutto attraverso la parola. Don Giovanni sembra costruire sé stesso mentre agisce, come se ogni gesto e ogni frase fossero parte di una rappresentazione continua. In questo senso il personaggio appare profondamente teatrale: non solo vive sulla scena, ma vive come scena. Attorno a lui gli altri interpreti contribuiscono a stabilizzare l’equilibrio dello spettacolo. Rosario Giglio e Francesco Petruzzelli offrono prove caratterizzate da grande duttilità espressiva. Il loro lavoro attraversa con naturalezza registri diversi, passando dall’ironia a tonalità più scure senza perdere coerenza. Questa capacità di modulazione impedisce che la componente comica scivoli verso la caricatura. In un testo che porta con sé una lunga tradizione buffonesca, la misura diventa una qualità decisiva, e gli interpreti sembrano percorrere con attenzione questa linea sottile. Le figure femminili interpretate da Irene Ciani e Giulia Trippetta si inseriscono nello stesso disegno con un tono misurato. Le loro interpretazioni evitano tanto l’enfasi melodrammatica quanto la fragilità stereotipata, restituendo personaggi che reagiscono al magnetismo del protagonista con modalità differenti. Giacomo Vigentini completa l’ensemble con un contributo puntuale e ben calibrato, integrandosi con naturalezza nella struttura dello spettacolo. Nel complesso il lavoro sugli interpreti appare uno degli elementi più solidi dell’allestimento, contribuendo alla compattezza dell’insieme. La regia mantiene costantemente il controllo del ritmo e della composizione scenica. L’azione procede con continuità e senza dispersioni, sostenuta da una tensione che raramente conosce cedimenti. Solo nella sequenza del convivio — pur animata da una vivacità quasi farsesca — la durata sembra dilatarsi leggermente, e il ritmo dell’azione perde per un momento quella compattezza che caratterizza il resto dello spettacolo. Si tratta tuttavia di una parentesi breve all’interno di un impianto complessivamente coerente. Ciò che emerge con chiarezza è una concezione del teatro come luogo di interrogazione del mito. Don Giovanni non viene trattato come un simbolo astratto, ma come una figura che continua a porre domande sulla libertà, sul desiderio e sui limiti dell’esperienza umana. La punizione finale non assume i toni di un ammonimento moralistico. Piuttosto appare come l’esito inevitabile di una traiettoria portata fino alle sue estreme conseguenze. Don Giovanni vive nell’eccesso con la naturalezza di chi non riconosce altra legge se non quella della propria energia vitale. È forse proprio questa radicalità a spiegare la persistenza del personaggio nella storia del teatro europeo. Don Giovanni continua a tornare sulle scene perché incarna una possibilità estrema dell’esperienza umana: quella di vivere senza compromessi, anche quando il prezzo diventa inevitabile. Photocredit  Tommaso Le Pera