Roma, Spazio Diamante: “Confini”

Roma, Spazio Diamante
CONFINI
di Nimrod Danishman
con Daniele Alan Carter e Claudio Cammisa
Traduzione Maddalena Schiavo
Musiche originali eseguite dal vivo Luigi Mas
Video Emanuelcarlo Mas
Titoli e progetto grafico Augusto Casella
regia Enrico Maria Lamanna
produzione Viola Produzioni – Centro di Produzione Teatrale
Roma, 08 marzo 2026
Grindr è una specie di ufficio anagrafe del desiderio, ma senza i timbri e senza la burocrazia. Qui la vita si presenta sotto forma di coordinate: distanza, altezza, età, preferenze, a volte perfino posizioni, come se l’identità umana potesse essere compressa in una formula rapida. Non è necessariamente una riduzione: è la lingua del nostro tempo, una lingua che ama la sintesi e non ha paura della franchezza. Ed è proprio dentro questa grammatica contemporanea, precisa e quasi geometrica, che prende forma Confini, il testo del drammaturgo israeliano Nimrod Danishman, portato allo Spazio Diamante di Roma con la regia di Enrico Maria Lamanna. La storia ha la semplicità brutale delle intuizioni vere. Boaz e George si incontrano su Grindr. Il primo è israeliano, il secondo è libanese. Si piacciono — ma ancora prima si riconoscono. Vivono a una distanza ridicola, una ventina di chilometri appena. Tuttavia tra loro corre una recinzione di confine, una linea fatta di guerra, memoria e sospetto. Due paesi che per decenni si sono osservati attraverso il linguaggio dei nemici. La drammaturgia di Danishman non ha bisogno di aggiungere molto altro. Prende questa situazione e la lascia respirare. I due ragazzi iniziano a parlare. All’inizio con la leggerezza tipica delle chat: frasi rapide, ironie difensive, quella cautela che accompagna sempre gli incontri digitali. Ma la conversazione continua. E continuando cambia forma. Il testo — Borders, presentato per la prima volta nel 2018 al Teatro Tzavta di Tel Aviv e poi portato a New York, Londra e Würzburg, con una nomination al New York Summer Festival — è costruito su sedici conversazioni virtuali. Sedici frammenti di linguaggio contemporaneo: parole scritte, emoji, GIF, piccoli silenzi digitali. Non succede nulla di spettacolare. Succede qualcosa di più raro: due persone scoprono lentamente quanto la somiglianza umana possa essere più forte della narrazione politica che le separa. Questa idea nasce da un’esperienza personale dello stesso Danishman. Cresciuto nel nord di Israele, vicino al confine con il Libano, ha raccontato di aver guardato per anni dalla finestra un paesaggio che sembrava identico al proprio. Stesse colline, stessi colori. Eppure dall’altra parte vivevano i nemici. Un giorno una conversazione su Grindr con un ragazzo libanese gli ha mostrato qualcosa di elementare: che la paura costruita dalla storia può dissolversi molto rapidamente quando due individui iniziano a parlarsi davvero. Borders immagina cosa sarebbe successo se quella conversazione fosse continuata. La regia di Enrico Maria Lamanna ha il merito di non sovraccaricare questo dispositivo drammaturgico già così preciso. Non ci sono metafore politiche ostentate, né tentativi di trasformare la scena in un manifesto. Lamanna lavora sul tempo del dialogo. Rallenta la velocità compulsiva delle chat e restituisce alla parola il respiro del teatro. Le frasi diventano materia scenica. Le pause acquistano senso.
Gli sguardi completano ciò che le parole non dicono. In questo spazio misurato si muovono Daniele Alan Carter e Claudio Cammisa, che costruiscono Boaz e George con una presenza scenica naturale, quasi disarmante. Non sono simboli geopolitici, non sono portatori di una tesi. Sono due giovani uomini che si accorgono, poco alla volta, che l’altro non è la caricatura insegnata dalla storia. L’allestimento accompagna questa dinamica con discrezione. Le musiche originali eseguite dal vivo da Luigi Mas costruiscono una trama sonora sensibile, mentre i contributi video di Emanuelcarlo Mas ampliano la dimensione visiva senza sottrarre centralità alla relazione tra i due interpreti. Nel percorso della storia emerge anche Berlino, la città che i due protagonisti scelgono come possibile luogo d’incontro. Berlino non è una scelta casuale. È la città che ha conosciuto uno dei muri più celebri del Novecento e la sua caduta. Nella drammaturgia diventa un’isola di pace, uno spazio neutrale dove due identità cresciute come incompatibili possono finalmente trovarsi nella stessa geografia. Ma il punto più interessante di Confini sta forse altrove, e riguarda il nostro presente più che il Medio Oriente. Perché i confini non sono sempre recinzioni di ferro o linee tracciate sulle mappe. A volte sono molto più sottili. Oggi viviamo nello stesso paese, nella stessa città, spesso persino nello stesso quartiere — e tuttavia identità, culture, convinzioni, paure riescono a costruire distanze altrettanto profonde. Non servono soldati né filo spinato. Basta una narrazione politica, una parola pronunciata come un’etichetta, un’appartenenza trasformata in trincea. È una forma di confine diversa, più invisibile ma non meno reale. Ed è proprio qui che il teatro di Danishman trova la sua risonanza più attuale. Perché Confini non parla soltanto di due ragazzi separati da una frontiera militare. Parla della possibilità — fragile, quotidiana, ostinata — che nasce quando qualcuno decide di continuare una conversazione invece di interromperla. Due persone che non avrebbero mai dovuto incontrarsi. Sedici dialoghi che insistono. Una relazione che cresce proprio sulla linea che dovrebbe dividerla. Forse i confini, alla fine, non sono solo luoghi che separano. A volte sono esattamente il punto in cui una relazione comincia.