Roma, Teatro Ambra Jovinelli: “Nessuno. Le avventure di Ulisse”

Roma, Teatro Ambra Jovinelli
NESSUNO. Le avventure di Ulisse
testo di Emanuele Aldrovandi
con Stefano Accorsi e Francesca Del Duca
adattamento e regia Daniele Finzi Pasca
scene Luigi Ferrigno
costumi Giovanna Buzzi
luci Daniele Finzi Pasca
produzione di Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo
Roma, 18 marzo 2026
Ulisse è probabilmente il primo personaggio della letteratura occidentale a intuire — con una lucidità che oggi definiremmo quasi cinica — che l’identità è una faccenda sopravvalutata. Quando si presenta a Polifemo come “Nessuno”, non sta solo compiendo un brillante numero di sopravvivenza: sta elegantemente liquidando l’idea stessa di essere qualcuno. Un gesto che, se vogliamo, anticipa sia la psicoanalisi sia certi profili social. Nessuno. Le avventure di Ulisse, scritto da Emanuele Aldrovandi e diretto da Daniele Finzi Pasca, prende molto sul serio questa intuizione — e fa bene. Perché invece di costruire l’ennesimo monumento all’eroe, preferisce smontarlo con una certa grazia. L’Odissea non è più un poema da declamare, ma un materiale da attraversare, quasi da consumare. Il viaggio non porta lontano: semmai scava. Finzi Pasca, come è noto, diffida cordialmente della spettacolarità. E qui lo dimostra ancora una volta: niente effetti roboanti, niente illusioni tecnologiche, niente ciclòpi che sembrano usciti da un parco a tema. Il mito viene ridotto a ciò che serve — e, sorpresa, funziona. La scena non pretende di stupire, e proprio per questo riesce a farsi guardare. Il dispositivo scenico ideato da Luigi Ferrigno è, in questo senso, esemplare: una struttura metallica su pedana rotante. Fine. O meglio: apparentemente fine. Perché quella stessa struttura, con una disinvoltura quasi impertinente, diventa di volta in volta cavallo, antro e casa del ciclope, poi imbarcazione. Ma attenzione: non cambia davvero. Cambia per chi guarda. È un piccolo trattato visivo sulla relatività percettiva, servito senza pedanteria. E viene quasi da pensare che, se Ulisse fosse nato oggi, avrebbe probabilmente studiato scenografia. Le luci — bellissime, e qui il termine non è sprecato — fanno il resto. Non illuminano: interpretano. Tagliano, nascondono, suggeriscono. Danno forma a ciò che non c’è e, con una certa eleganza, evitano di spiegare troppo. Un raro caso in cui la luce non serve a vedere meglio, ma a vedere diversamente. Al centro di tutto, Stefano Accorsi si prende il rischio di non fare l’eroe. E, sorprendentemente, ne esce vincente. Certo, nei primissimi minuti appare quasi trattenuto, un po’ opaco, come se stesse prendendo le misure al personaggio — o forse al pubblico, che non è mai meno imprevedibile di un ciclope. Ma è una fase breve. Poi qualcosa si sblocca, e l’Ulisse prende corpo. Il suo è un eroe instabile, ironico, a tratti quasi insofferente al proprio mito. E soprattutto, grazie all’uso del dialetto, diventa qualcosa di più interessante: una voce plurale. Accorsi non interpreta solo Ulisse, ma una costellazione di personaggi che affiorano e scompaiono nel racconto. È un continuo slittamento, una specie di teatro dentro il teatro, senza bisogno di segnalarlo con il cartello. Il dialetto, lungi dall’essere un colore locale, agisce come una piccola rivoluzione linguistica. Porta il mito a terra, lo sporca, lo rende vivo. E in questo scarto si inserisce anche una genealogia letteraria piuttosto ingombrante: l’Ulisse di Dante, punito per aver voluto sapere troppo; quello di Joyce, perso tra le pieghe del quotidiano; e tutti gli Ulisse successivi, che ormai sembrano più numerosi delle interpretazioni disponibili. Accorsi li attraversa senza farne un museo, e già questo è un merito. Poi c’è il corpo. E qui Accorsi lavora sul serio. Corre, scatta, si piega, si arrampica, affronta piccole imprese ginniche che trasformano il racconto in una maratona controllata. Non è esibizione: è necessità. È un Ulisse che si costruisce attraverso lo sforzo, come se ogni parola dovesse essere guadagnata fisicamente. Un atleta del racconto, ma senza la retorica dell’atleta. Accanto a lui, Francesca Del Duca costruisce una partitura sonora che, fortunatamente, non si limita a “sostenere”. I suoni entrano, disturbano, anticipano. A volte sembrano sapere più della parola, e non fanno nulla per nasconderlo. Ne nasce un dialogo continuo tra voce e suono, senza gerarchie evidenti — il che, di nuovo, è piuttosto raro. La scrittura di Aldrovandi compie infine un’operazione chirurgica: toglie all’epica tutto ciò che la rende ingombrante. Restano gli episodi, certo, ma svuotati di ogni enfasi. Ulisse non conquista, non trionfa, non posa: sopravvive. Che è già molto, e forse più credibile. Il titolo, a questo punto, diventa quasi inevitabile. “Nessuno” non è più un nome fittizio, ma una condizione operativa. Non essere qualcuno, ma diventarlo — quando serve. E possibilmente smettere subito dopo. Alla fine rimane un’immagine semplice: un uomo in movimento continuo, che attraversa identità, lingue, forme che mutano sotto i suoi piedi e sotto lo sguardo di chi osserva. Che corre, cade, si rialza, racconta. E poi torna — forse. O forse no. Perché, a ben vedere, dopo tutto questo peregrinare tra dèi, mostri e versioni di sé, l’idea di rimettere ordine nella propria identità suona quasi come la fatica più inutile. In fondo, chiamarsi “Nessuno” resta la soluzione più elegante: evita spiegazioni, alleggerisce le aspettative e, soprattutto, mette al riparo da qualsiasi pretesa di coerenza. Che, come insegna Ulisse, è sopravvalutata.
Photocredit Viviana Cangialosi Compagnia Finzi Pasca