Roma, Teatro Ambra Jovinelli: “People, Places & Things”

Roma, Teatro Ambra Jovinelli
PEOPLE, PLACES & THINGS
COSE, POSTI E PERSONE

di Duncan Macmillan
traduzione Monica Capuani
con Anna Ferzetti, Betti Pedrazzi, Thomas Trabacchi, Totò Onnis e Luca Massaro, Maria Giulia Toscano, Giorgio Stefani, Sofia Capo, Gabriele Badaglalacqua, Marta Virginia Morgavi
scena Luigi Ferrigno
costumi Roberto Chiocchi
luci Bianca Peruzzi
maestro di voce Susan Main
aiuto regia Luca Bargagna
movimenti scenici Marco Angelilli
regia Pierfrancesco Favino
Roma, 04 marzo 2026
La prima immagine è una caduta. Non metaforica: concreta, scomposta, imbarazzante. Una donna che perde il controllo e, insieme, perde il ruolo. Da quel momento in poi, tutto in People, Places & Things – Cose, posti e persone ruota attorno a una domanda semplice e brutale: che cosa resta di noi quando smettiamo di recitare? Duncan Macmillan costruisce il testo come un dispositivo di smontaggio. Non racconta una storia nel senso tradizionale; la seziona. Emma, attrice e tossicodipendente, entra in scena già incrinata. La sua identità è un montaggio mal riuscito di parti incompatibili: talento e fuga, lucidità e menzogna, intelligenza e autoinganno. La clinica di riabilitazione in cui viene ricoverata non è soltanto un luogo terapeutico; è un contro-palcoscenico. Lì non si recita per essere applauditi, ma per sopravvivere. La regia di Pierfrancesco Favino asseconda la natura spigolosa del testo. Non addolcisce, non alleggerisce, non cerca scorciatoie emotive. Organizza lo spazio in modo rigoroso, quasi neutro. La scena di Luigi Ferrigno evita soluzioni decorative; è un ambiente che si trasforma senza spettacolarità, come se la realtà stessa si spostasse di pochi centimetri alla volta. Le luci di Bianca Peruzzi tagliano i piani con decisione, isolano, espongono. I costumi di Roberto Chiocchi registrano uno stato, non lo commentano. Al centro, Anna Ferzetti compie un lavoro di notevole precisione. La sua Emma non è mai caricaturale, mai sopra le righe. Anche nei momenti di maggiore scompenso, mantiene una linea di controllo che rende credibile il personaggio. Non punta sull’isteria, ma sulla contraddizione. Quando mente, lo fa con intelligenza; quando crolla, non cerca l’effetto. Il risultato è una figura inquieta, mai del tutto simpatica, ma profondamente umana. Ferzetti evita la tentazione di rendere Emma un’eroina tragica. La lascia ambigua, irritante, a tratti respingente. Ed è proprio in questa mancanza di compiacimento che l’interpretazione trova forza. Il lavoro sulla voce — evidente nella varietà dei registri, dalla provocazione al sussurro — contribuisce a delineare un personaggio che cambia continuamente posizione, come se cercasse un punto fermo che non esiste. L’ensemble — Betti Pedrazzi, Thomas Trabacchi, Totò Onnis e il gruppo dei giovani interpreti — costruisce un tessuto compatto. Le sedute di gruppo sono orchestrate con ritmo preciso, quasi geometrico. I personaggi che circondano Emma non sono semplici comprimari; rappresentano possibilità alternative di esistenza, specchi nei quali la protagonista è costretta a riconoscersi o a rifiutarsi. Il testo di Macmillan, tuttavia, non è privo di asperità. La sua struttura frammentata, efficace nel restituire il disorientamento iniziale, tende talvolta alla reiterazione. Alcuni nuclei tematici — la menzogna, la responsabilità, la paura della verità — vengono ripresi più volte, con il rischio di appesantire la progressione drammatica. La seconda parte, in particolare, dilata il tempo dell’analisi fino a sfiorare una certa ridondanza. Non si tratta di un difetto di regia. Favino resta coerente con la partitura del testo e ne rispetta la densità. Ma questa fedeltà comporta una conseguenza: lo spettacolo non concede tregue. L’intensità è continua, e l’assenza di alleggerimenti può produrre una sensazione di saturazione emotiva. È un teatro che chiede attenzione costante, senza offrire compensazioni immediate. In alcuni passaggi, inoltre, il discorso terapeutico si fa esplicito. La riflessione sulla dipendenza e sull’identità viene talvolta verbalizzata con chiarezza quasi didascalica. Si avverte il rischio di trasformare la scena in esposizione concettuale. Tuttavia, l’interpretazione di Ferzetti introduce ambiguità proprio là dove il testo tende alla dichiarazione: il corpo e lo sguardo spesso contraddicono le parole, restituendo complessità. Il punto più convincente dello spettacolo sta nella sua coerenza morale. Non offre redenzioni facili. Non costruisce un percorso edificante. Emma non “guarisce” nel senso teatrale del termine; resta una figura instabile, sospesa. E questa sospensione è forse l’esito più onesto. La dipendenza non viene trasformata in parabola consolatoria, ma trattata come una condizione che lascia residui, che non si risolve in una formula. People, Places & Things è, nel complesso, un lavoro solido e necessario. Ha zone di eccesso, passaggi che avrebbero potuto essere asciugati, momenti in cui l’insistenza supera la misura. Ma possiede un nucleo forte: l’idea che l’identità contemporanea sia una costruzione fragile, continuamente minacciata dalla finzione. E se qualcosa rimane, al termine, è proprio questa sensazione di instabilità. Non l’emozione facile, non la commozione programmata. Piuttosto una domanda che continua a lavorare: quanto di ciò che chiamiamo “io” è autentico, e quanto è semplice recita? In questa domanda, lo spettacolo trova la propria necessità. Photocredit Enrico De Luigi