Roma, Teatro Ambra Jovinelli: “Rhapsody in Blue” e “Holy Shift”

Roma, Teatro Ambra Jovinelli
“RHAPSODY IN BLUE”
Coreografia Iratxe Ansa e Igor Bacovich
Musica George Gershwin (Rhapsody in Blue) e Bessie Jones (Beggin’ the Blues)
Scene e costumi Fabio Cherstich
Luci Eric Soyer
Danzatori Ana Patrícia Alves Tavares, Elias Boersma, Estelle Bovay, Emiliana Campo, Albert Carol Perdiguer, Luigi Civitarese, Leonardo Farina, Matteo Fiorani, Matteo Fogli, Arianna Ganassi, Arianna Kob, Gador Lago Benito, Federica Lamonaca, Giovanni Leone, Gaia Mentoglio, Nolan Millioud
Produzione Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto
Coproduzione Fondazione Teatro Regio di Parma
Con il contributo di Etxepare Euskal Institutua  

“HOLY SHIFT”
Coreografia e Regia Mauro Astolfi
Assistente alle Coreografie Elena Furlan
Musica Davidson Jaconello
Luci Marco Policastro
Costumi Anna Coluccia
Danzatori Maria Cossu, Marco Prete, Martina Staltari, Miriam Raffone, Filippo Arlenghi, Lorenzo Beneventano, Alessandro Piergentili, Anita Bonavida, Giuliana Mele
Produzione Spellbound
Con il contributo del Ministero della Cultura e Regione Lazio
In collaborazione con Festival MilanOltre
Roma, Teatro Ambra Jovinelli, 2 marzo 2026
È sufficiente una scintilla, una breve scarica luminosa, per far divampare un incendio. Rapportata alla creazione coreografica la scintilla è quell’input iniziale che mette in moto il corpo e che si propaga nell’organismo del gruppo danzante dando forma a una composizione che aspira a sublimarsi in arte. È di questa penetrazione dei corpi che si parla nel programma della stagione 2026 del Centro Nazionale di Produzione della Danza di Roma Orbita Spellbound a cura di Valentina Marini, intitolata per l’appunto Scintille. Qui la precipitazione turbolenta dell’immaginario nella materialità delle cose è affidata al potere delle parole. È alla parola che si affida la capacità di mettere in atto un viaggio trasformativo all’insegna della bellezza, della presenza, e del gioire insieme. Del tutto consonante con questa precisa dichiarazione di intenti ci è parsa la scelta di mettere insieme un programma che unisce la celebrazione del centenario della ben nota composizione gershwiniana Rhapsody in Blue ad una creazione sul tema del cambiamento nella sua condizione di estrema e sacra liminalità. Rivelatore anche il confronto tra le due compagnie, la Fondazione Nazionale della Danza che con il nome di Aterballetto si è imposta fin dal 1977 come la prima realtà stabile indipendente dagli enti lirici, e la compagnia residente capitolina che sotto la guida del coreografo Mauro Astolfi fin dagli anni Novanta ha avviato un’intesa attività di internazionalizzazione, presentando le proprie opere dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Danimarca alla Georgia, ed unendo i propri progetti alle idee di artisti internazionali come Marcos Morau, Marco Goecke e Jacopo Godani. Nella prima compagnia dagli interpreti disposti di spalle sotto un disco lunare bianco che gradualmente trascolora nel blu e nel rosso si stacca una coppia che danza sulle liriche di Beggin’ the Blues di Bessie Jones. Se nella sua rapsodia Gershwin rende immortali i ritmi dell’età del jazz, unendo la loro impetuosità ad un’impostazione classica proveniente dalla cultura occidentale, questo preludio musicale danzato nel ricordarci le sofferenze della popolazione afroamericana ci svela il segreto del linguaggio della coreografa basca Iratxe Ansa e del suo compagno di origini slave Igor Bacovich, che sovrappone alla limpida bellezza classica umori sensuali e contrazioni derivanti da un sentire intenso che anima la danza dall’interno, purificandola da una mera esteriorità. È questo sentire che avvince i corpi dei danzatori in linee flessuose, abbandoni, ed allungamenti verso l’infinito, per propagarsi nei movimenti del gruppo che si unisce al duo quando nella musica si ode il glissando del clarinetto che precisa l’inizio della composizione gershwiniana. Si tratta naturalmente di un’espressione di coreografia sinfonica, che prende avvio dalla scintilla della parola musicale e che tende a tradurne i ritmi e le sincopi nelle composizioni dei gruppi e dei duetti, oltre che nella pantomima espressiva dei gesti del viso e degli arti, rendendo visibile all’esterno il gioco continuo di sorprese ritmiche peculiari della struttura musicale, oltre che amplificando nell’unisono dei corpi la forza timbrica intrinseca al linguaggio dei fiati. Non si tratta di una coreografia realmente astratta, in quanto la drammaturgia visiva riflette l’impianto della partitura musicale, anche se l’atmosfera lunare dona alla coreografia una potenza evocativa che sa trascendere i confini storici tracciati da Gershwin e relativi all’età delle flapper per innestarsi in un’eternità senza tempo che rende attuale quanto ammirato in scena. Cambiano le scene e con un netto contrasto ci troviamo nella dimensione simbolicamente oscura del pezzo Holy Shift, dove i corpi in risonanza con le immagini diffuse in questi giorni dai media sembrano rivestiti da tute militaresche. La musica creata dal danzatore e sound designer Davidson Jaconello è rarefatta, ai suoni elettronici si uniscono voci lontane. Qui i corpi non traducono il linguaggio musicale, bensì gli donano consistenza, imponendosi con il loro peso, e sostituendo alle linee lunghe del brano coreografico presentato ad inizio serata il richiamo verso la terra, una forza implosiva che sembra continuamente accumulare tensioni per preparare una detonazione finale. Il dato che emerge è senz’altro la presenza, o per meglio dire la resilienza, la capacità di stare in mezzo alle tensioni e alle difficoltà, di resistere al peso delle contrarietà, in attesa di un cambiamento. Dunque, niente facili sconti, bensì un’immersione totale in una fase liminale di cambiamento vissuta con estrema consapevolezza. I corpi r-esistono e donano forma a quell’attimo che, come in uno sport atletico, succede ad una presa e ne anticipa la seguente. Non c’è ricerca di facili estetismi, bensì l’espressione di un rischioso sperimentalismo che non cerca l’applauso, ponendo lo spettatore di fronte alla sospensione delle proprie domande. Ed il finale in un certo senso rimane aperto: i danzatori escono dietro le quinte, ma uno di loro rimbalza all’esterno. Uno scherzo finale che riequilibra la partita, allontanando le tensioni, e riportando ad un presente ancora da scrivere. Foto Giuseppe Follacchio e Paolo Porto