Roma, Teatro Argentina: “Riccardo III

Roma, Teatro Argentina
RICCARDO III
di William Shakespeare
riduzione e adattamento Angela Dematté
regia Andrea Chiodi
con Maria Paiato

e con Riccardo Bocci, Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria, Giovanna Di Rauso, Giovanni Franzoni, Igor Horvat, Emiliano Masala, Cristiano Moioli, Lorenzo Vio, Carlotta Viscovo
scene Guido Buganza

costumi Ilaria Ariemme
musiche Daniele D’Angelo
luci Cesare Agoni
produzione Centro Teatrale Bresciano, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Biondo di Palermo, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Roma, 03 marzo 2026
Non è ancora un re: è un fremito che prende forma, una vibrazione che si fa progetto. Un difetto che smette di essere accidente e diventa metodo; un’asimmetria che si organizza in sistema. In questo Riccardo III diretto da Andrea Chiodi, nella riduzione di Angela Dematté, il potere non viene soltanto rappresentato: viene pronunciato. E nel momento in cui è pronunciato, accade. La scena di Guido Buganza non narra né ambienta: è uno spazio teso, astratto, dominato da un viola profondo che avvolge corpi e superfici come un’atmosfera mentale prima ancora che cromatica. Non è un viola decorativo: è un colore regale svuotato della sua trascendenza. Storicamente, il porpora è segno di sovranità — dal manto imperiale romano alla simbologia liturgica — ma qui quella regalità è diffusa, quasi dispersa. Tutti ne sono immersi, come se il potere fosse un campo magnetico condiviso, una sostanza ambientale. Al centro, il tavolo — superficie decisionale più che oggetto — si staglia dentro questa penombra violacea assumendo di volta in volta forma di altare, banco di trattativa, patibolo. Le luci di Cesare Agoni incidono i volumi senza mai sciogliere quel fondo cromatico dominante. Il viola diventa così lo spazio del possibile, il grembo ambiguo del comando: non ancora atto, ma potenza. E dentro questo campo uniforme, un’unica deviazione: Riccardo veste di verde. Non è una scelta naturalistica, ma dialettica. Se il viola è il colore del potere istituito, il verde è il colore dell’alterazione. È il colore dell’invidia — secondo una tradizione iconografica che da Giotto arriva fino alla letteratura elisabettiana — ma è anche il colore della crescita, della linfa, di ciò che germina ai margini. Riccardo è l’elemento organico che si insinua in una struttura già data. Non appartiene ancora alla porpora: la corrode. Il verde, nella sua ambivalenza, richiama inoltre il teatro stesso: il “green room” come spazio liminale, il luogo dell’attesa prima dell’ingresso in scena. Riccardo sembra permanentemente collocato in quel limbo: non ancora sovrano, ma già oltre la soglia dell’azione. È il colore dell’instabilità, della metamorfosi, della materia che non ha raggiunto la fissità araldica del viola. Maria Paiato non occupa lo spazio: lo ridisegna. Il corpo leggermente inclinato non è un segno patetico, ma una scelta formale, la traduzione fisica di un pensiero che si organizza in azione. Nulla nella sua prova indulge all’enfasi: il gesto è misurato, l’espressione trattenuta, la deformità mai esibita ma interiorizzata come struttura mentale. La voce è il fulcro della costruzione. Non declama, non seduce; argomenta. Ogni frase è calibrata con precisione quasi analitica, ogni pausa funziona come snodo logico. Ne deriva un Riccardo che non persuade per eccesso emotivo, ma per coerenza e lucidità. La crudeltà non esplode: si amministra. Anche la differenza cromatica che lo distingue non è che il riflesso esterno di questa alterità sostanziale. Paiato non interpreta un mostro, ma un’intelligenza che costruisce il proprio potere in scena, con rigore e controllo. È una prova severa, compatta, priva di compiacimenti: proprio per questo, profondamente inquietante. La riduzione di Angela Dematté concentra Shakespeare fino a farne nervatura essenziale. Anche la tavolozza segue questa logica di sottrazione: due colori, un campo e una frattura. Attorno a Riccardo, la compagnia si muove dentro il viola come figure già inscritte in un ordine. Attorno a Riccardo, la compagnia si muove come figure già inscritte in un ordine che le precede. Riccardo Bocci, Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria, Giovanna Di Rauso, Giovanni Franzoni, Igor Horvat, Emiliano Masala, Cristiano Moioli, Lorenzo Vio, Carlotta Viscovo abitano con disciplina questo spazio regolato, facendosi di volta in volta resistenza, complicità, illusione di controllo. Non tutte le prove raggiungono la medesima intensità: qualche presenza appare meno nitida, qualche accento più insistito del necessario. Ma tali disomogeneità non compromettono l’insieme, che resta saldo nella sua architettura. Riccardo invece lo produce. Il verde lo segnala come corpo estraneo, ma anche come agente di trasformazione. Se il viola è stasi istituzionale, il verde è volontà che cresce. C’è in questa scelta un’eco quasi medievale: nei bestiari, il verde è colore ambiguo, legato al diavolo e alla fertilità, alla promessa e al veleno. Riccardo incarna entrambe le polarità. La regia non insiste, ma lascia che la dialettica cromatica lavori in profondità. Quando le alleanze si stringono e si sciolgono, quando il tavolo diventa luogo di condanna, il viola non muta: resta campo uniforme, sistema. È Riccardo che progressivamente ne assorbe l’energia. Il verde, inizialmente segno di scarto, finisce per apparire come anticipo della conquista. È il colore della soglia prima della porpora. E quando l’isolamento si fa evidente, quando la rete si dirada, non assistiamo a un trionfo cromatico. Non vediamo il verde trasformarsi in viola. La scelta resta concettualmente più radicale: il potere non coincide con il colore che lo rappresenta. Il dispositivo resta intatto, il campo viola permane. Riccardo, anche nella caduta, conserva il verde: resta alterità. Si esce dalla sala con l’impressione di aver assistito non soltanto a una tragedia politica, ma a una meditazione visiva sul potere come sistema e come deviazione. Ma ogni sistema, per rinnovarsi, ha bisogno di una crepa. Riccardo non è un mostro. È una variazione cromatica che diventa destino. Una lama verde che attraversa la porpora — e per un istante la fa tremare. Photocredit Laila Pozzo