Roma, Teatro Argentina: “Zahi Hawass: archeologia, narrazione e costruzione del mito”

Roma, Teatro Argentina
“TESORI DEI FARAONI RACCONTATI DA ZAHI HAWASS”
con Zahi Hawass
in dialogo con Roberto Giacobbo
Roma, 23 marzo 2026
Al Teatro Argentina, Zahi Hawass è entrato in scena senza bisogno di effetti. Gli è bastato parlare. Il pubblico lo ha seguito subito, con quella attenzione che si concede a chi non ha solo qualcosa da dire, ma sa anche come dirlo. L’incontro si inseriva nel programma della mostra Tesori dei Faraoni alle Scuderie del Quirinale, ma a un certo punto la mostra sembrava quasi spostarsi, uscire dalle teche e dalle luci controllate delle sale per diventare voce, memoria, racconto. Era come se gli oggetti esposti trovassero finalmente una biografia. La mostra, del resto, costruisce un Egitto ordinato, leggibile, fatto di reperti che si offrono allo sguardo con una chiarezza quasi rassicurante. Statue, oggetti funerari, testimonianze della vita quotidiana: tutto è disposto in modo da suggerire un percorso, una continuità. Ma è un Egitto filtrato, inevitabilmente. Un Egitto già raccontato. Hawass, che del progetto è autore del catalogo e delle guide, rompe questa distanza. Non perché aggiunga informazioni, ma perché cambia il tono. L’antico smette di essere un insieme di dati e diventa una sequenza di episodi vissuti. Racconta Giza, Saqqara, la Valle dei Re come luoghi concreti, con il sole, la polvere, l’attesa. Non li descrive: li restituisce. Quando parla della cosiddetta Città d’Oro, scoperta nei pressi di Luxor nel 2021, non insiste sull’eccezionalità scientifica. Dice piuttosto cosa significa trovarsi davanti a una città che riemerge quasi intatta, con le case, gli oggetti, le tracce della vita quotidiana. È lì che si capisce il senso della scoperta: non nella rarità, ma nella vicinanza. Non qualcosa di lontano, ma qualcosa che improvvisamente sembra familiare. Il suo modo di raccontare non è neutro: è diretto, a tratti insistente, costruito per l’ascolto e per la restituzione immediata. In questo contesto, la presenza di Roberto Giacobbo, intervenuto in dialogo con Hawass, rende esplicita una convergenza già consolidata nel tempo. I due condividono infatti da anni esperienze televisive e progetti di divulgazione, muovendosi, seppur con registri differenti, lungo una medesima linea di mediazione tra sapere specialistico e racconto pubblico. Il confronto in scena ha così evidenziato non solo una collaborazione professionale, ma anche una comune modalità di costruzione del discorso, fondata sull’uso della narrazione come strumento di accesso al contenuto archeologico. Non è una questione di contenuti, ma di atteggiamento: entrambi sanno che il sapere, per essere trasmesso, deve assumere una forma narrativa, deve farsi visibile. Negli ultimi anni, Roma ha ospitato spesso incontri di questo tipo, anche nei Fori Imperiali e negli spazi del Parco archeologico del Colosseo. Non è casuale. C’è una tendenza evidente a portare l’archeologia fuori dai luoghi tradizionali dello studio e a inserirla in contesti pubblici, dove il rapporto con il pubblico diventa centrale. Il Teatro Argentina, in questo senso, accentua tutto. Non è uno spazio neutro. Qui ogni parola acquista un peso diverso, ogni pausa diventa parte del discorso. L’archeologo, senza volerlo, assume il ruolo di un narratore. E il pubblico non ascolta soltanto: assiste. Alla fine, resta una sensazione semplice. Che tra la mostra e l’incontro non ci sia una differenza di contenuto, ma di esperienza. La prima mostra le cose. Il secondo le rende presenti. E in questa presenza si aprono ulteriori traiettorie: vengono descritti nuovi appuntamenti, anticipati progetti futuri, condivise scoperte recenti che restituiscono all’Egitto una vitalità tutt’altro che musealizzata. Non manca un accenno alle petizioni per la restituzione del patrimonio egizio disperso nelle collezioni europee, né ai fondi destinati a sostenere donazioni e programmi di cooperazione culturale. Si delinea così un Egitto che non chiede timore, ma attenzione. Un Egitto da visitare, da attraversare, da comprendere, al di là delle tensioni geopolitiche che spesso ne deformano l’immagine nel discorso mediatico occidentale. Un luogo che continua a vivere, a produrre senso, a interrogare. E, in controluce, emerge la figura di Zahi Hawass, protagonista indiscusso di questo racconto. Si premia una dedizione assoluta, quasi totalizzante, che ha concentrato un’intera esistenza sulla propria terra e sul suo patrimonio. E se, talvolta, il tono si fa autocelebrativo, se affiora una certa cifra istrionica — che è parte integrante della sua presenza scenica — tutto sembra essere, in qualche modo, perdonato. Perché ciò che resta, al di là della retorica, è l’intensità di un impegno che ha trasformato la ricerca in missione e la divulgazione in atto civile. E forse è proprio qui che risiede la sua forza più duratura. Perché l’Egitto, da sempre, esercita un fascino che non si esaurisce. Non è soltanto la monumentalità delle sue rovine, né il mistero delle sue scritture. È una forma di continuità simbolica, un dialogo incessante tra passato e presente che ciascuno, inevitabilmente, riconosce come proprio. Uscendo dal Teatro Argentina, resta allora qualcosa di più di un ricordo. Resta una domanda sospesa, un richiamo. Come se, ancora una volta, l’antico avesse trovato il modo di parlare al presente. E di farlo con una voce sorprendentemente viva.