Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman: “Il berretto a sonagli”

Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman
IL BERRETTO A SONAGLI
di Luigi Pirandello
con Enrico Guarnieri, Nadia De Luca
e con Alessandra Costanzo, Roberto D’Alessandro, Emanuela Muni, Liborio Natali, Nuccia Mazzarà, Ramona Polizzi
scene Salvo Manciagli

costumi Sartoria Pipi – Palermo
regia Guglielmo Ferro
Associazione Culturale Progetto Teatrando
Roma, 03 marzo 2026
Riproporre Il berretto a sonagli oggi significa misurarsi con uno dei testi più sottilmente corrosivi del teatro pirandelliano. Sotto la superficie di una vicenda apparentemente circoscritta a un adulterio e alle sue conseguenze, Pirandello costruisce un meccanismo drammatico che mette a nudo la tensione permanente tra verità e forma, tra dignità individuale e convenzione collettiva. La recente produzione con Enrico Guarneri e Nadia De Luca sceglie consapevolmente di non sovrapporre al testo una chiave interpretativa aggressiva, ma di restituirlo nella sua struttura essenziale, affidandosi alla forza della parola e alla misura degli interpreti. La messinscena privilegia un impianto tradizionale, ma non museale. L’ambiente domestico, luogo chiuso e moralmente sorvegliato, diventa il teatro di un conflitto che non si consuma attraverso l’azione, bensì attraverso il discorso. Qui la parola non è ornamento, ma strumento di potere. Non vi sono effetti spettacolari né riletture attualizzanti: la regia opta per una chiarezza formale che consente di osservare il testo come si osserva un congegno in funzione. Il centro della rappresentazione è naturalmente Ciampa, cui Enrico Guarneri conferisce una presenza di notevole equilibrio. L’attore evita con intelligenza sia la caricatura folkloristica sia l’eccessiva drammatizzazione. Il suo Ciampa non è un buffone scornato né un martire dell’onore: è un uomo che ha compreso il sistema sociale in cui vive e che sceglie di adattarvisi con fredda lucidità. La celebre teoria delle “tre corde” — la civile, la seria e la pazza — viene proposta non come esercizio declamatorio, ma come esposizione coerente di una strategia di sopravvivenza. Guarneri dosa con precisione il registro espressivo. Il dialetto non diventa colore gratuito, ma elemento strutturale della psicologia del personaggio. La comicità emerge dall’osservazione, non dall’iperbole; la tensione nasce dalla logica del ragionamento, non dall’eccesso emotivo. In questa misura risiede la forza dell’interpretazione. Se si volesse individuare una possibile criticità, si potrebbe osservare che l’equilibrio del personaggio tende talvolta a renderlo troppo comprensibile. Il rischio, in un testo tanto ambiguo, è che lo spettatore finisca per simpatizzare con la sua scelta di salvare la forma a scapito della verità. Tuttavia, tale ambiguità appartiene alla natura stessa del dramma pirandelliano. Accanto a lui, Nadia De Luca offre una Beatrice Fiorica intensa e controllata. Il personaggio, spesso esposto alla tentazione dell’isterizzazione, viene qui restituito nella sua dimensione più tragica. Beatrice non è soltanto una donna gelosa, ma una coscienza che rifiuta di accettare l’inganno sociale. De Luca costruisce una linea interpretativa progressiva, in cui la tensione cresce senza mai degenerare nel melodramma. Il suo confronto con Ciampa costituisce il nucleo drammatico della rappresentazione: da un lato la richiesta di verità, dall’altro la necessità di preservare l’ordine convenzionale. La compagnia che affianca i protagonisti contribuisce a delineare un microcosmo coerente e credibile. Ogni figura incarna una diversa modalità di adesione alla convenzione sociale. Non vi sono caricature né eccessi macchiettistici. Il mondo che si delinea è quello di una comunità compatta, in cui l’onore non coincide con la moralità, ma con la reputazione. La società non punisce il peccato; punisce lo scandalo. È questo il paradosso che Pirandello mette in scena con lucidità implacabile. Dal punto di vista registico, la scelta della misura garantisce coerenza e leggibilità. Il ritmo è ben calibrato; le pause acquistano un valore espressivo. La parola resta il centro dell’azione. In un testo fondato sul dialogo, questa centralità è fondamentale. La tensione cresce gradualmente, fino a rivelare la crudeltà implicita nella soluzione finale. Si potrebbe sostenere che una lettura più radicale avrebbe accentuato la modernità perturbante del testo. Pirandello, infatti, non è autore rassicurante; il suo umorismo è attraversato da una vena di spietata ironia. In questa produzione, la scelta di sobrietà attenua parzialmente la vertigine morale che l’opera può generare. Tuttavia, tale attenuazione è compensata dalla limpidezza dell’impianto complessivo. La chiarezza permette di cogliere la precisione del meccanismo drammatico senza distrazioni concettuali. Il finale rappresenta il momento di maggiore densità. La vittoria apparente di Ciampa — salvare l’apparenza sacrificando la verità — non viene celebrata, ma registrata con amarezza. La follia, evocata come soluzione estrema, diventa il prezzo necessario per evitare la distruzione pubblica. Non vi è catarsi; vi è constatazione. L’ordine sociale resta intatto, ma a costo della dignità individuale. Nel complesso, questa produzione de Il berretto a sonagli si distingue per rigore e coerenza. Non cerca di reinventare Pirandello, ma di restituirne la struttura con rispetto e intelligenza. Se talvolta la prudenza registica attenua la carica più destabilizzante del testo, essa garantisce comunque una lettura solida e consapevole, sostenuta da interpretazioni convincenti. Il pubblico non è chiamato a una facile emozione né a un’indignazione immediata. È invitato piuttosto a riflettere su un meccanismo che continua a riprodursi nella realtà contemporanea. In questo senso, lo spettacolo assolve pienamente alla sua funzione: non offrire soluzioni, ma rendere visibile la complessità. Ed è forse proprio in questa misura, lontana da ogni eccesso, che si manifesta la qualità più autentica di questa messinscena.