Roma, Teatro Vascello
“ORLANDO”
Andrea De Rosa, Fabrizio Sinisi, Anna Della Rosa, Virginia Woolf
TPE Teatro Astra
dal romanzo di Virginia Woolf
e dal carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West Scrivi sempre a mezzanotte (Donzelli)
drammaturgia Fabrizio Sinisi
traduzione Nadia Fusini
regia Andrea De Rosa
con Anna Della Rosa
scene Giuseppe Stellato
luci Pasquale Mari
suono G.U.P. Alcaro
costumi Ilaria Ariemme
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa
Roma, 05 marzo 2026
In Orlando la realtà si inclina appena, quasi impercettibilmente, come quando una luce diversa cade su un oggetto familiare e, senza mutarlo davvero, lo rende altro ai nostri occhi. Un corpo si sveglia diverso e il mondo lo tratta come se fosse un altro.
Non accade nulla di rumoroso. Nessun gesto teatrale, nessuna catastrofe. Eppure qualcosa si sposta. La coscienza rimane identica, come una corrente continua che attraversa il tempo; ma lo spazio attorno si restringe, si ridefinisce, prende una forma nuova. Da uomo il privilegio scorreva invisibile, come un’abitudine dell’aria. Da donna, il limite appare con chiarezza, come una parete contro cui il corpo finisce per urtare. La frattura non avviene dentro Orlando ma tra Orlando e il mondo, nello sguardo che lo circonda. Lo spettacolo diretto da Andrea De Rosa al Teatro Vascello di Roma prende le mosse da questo lieve ma decisivo spostamento. Non cerca di trasformare il romanzo di Virginia Woolf in un discorso gridato né in una dichiarazione ideologica. Piuttosto sembra ascoltare il ritmo segreto del testo, seguendo il movimento dei pensieri che lo attraversano. La drammaturgia di Fabrizio Sinisi possiede proprio questa qualità: non semplifica, non comprime. Lascia che i diversi livelli della storia si incontrino come correnti d’acqua che lentamente si mescolano.
Al racconto del romanzo si intrecciano le lettere tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West, raccolte in Scrivi sempre a mezzanotte. È come se la scena aprisse una seconda profondità sotto la superficie della narrazione. Orlando non appare più soltanto come un personaggio letterario, ma come la forma che un sentimento ha trovato per esistere sulla pagina. La letteratura, in questo modo, torna alla sua origine più semplice: l’urgenza di trattenere qualcuno nella memoria delle parole. La lingua della traduzione di Nadia Fusini conserva una limpidezza quasi musicale. Le frasi scorrono senza enfasi, con una precisione che non cerca di convincere ma di suggerire. Anche il tempo si muove con una libertà particolare. I secoli passano, ma non come capitoli storici. Scorrono piuttosto come un paesaggio che cambia lentamente mentre lo si attraversa. La scena ideata da Giuseppe Stellato accoglie questo movimento con pochi elementi essenziali. Un grande tronco d’albero occupa lo spazio con la sua presenza antica, quasi ostinata. Attorno si distende un prato verde, semplice. Poi, lentamente, dall’alto cominciano a cadere fogli bianchi. All’inizio pochi, poi sempre di più, finché il pavimento diventa una superficie di carta. Non è soltanto un’immagine scenografica.
È come se il tempo della scrittura si depositasse davanti agli occhi dello spettatore. Le luci di Pasquale Mari isolano la figura dell’attrice con precisione, mentre il suono di G.U.P. Alcaro accompagna la scena con discrezione. A tratti emerge la Sinfonia n. 6 “Patetica” di Čajkovskij, aggiungendo una vibrazione emotiva che talvolta la parola possiede già da sola. Al centro di tutto rimane Anna Della Rosa. Il suo Orlando non si costruisce attraverso metamorfosi evidenti, ma attraverso minimi spostamenti del corpo e della voce. All’inizio il personaggio abita lo spazio con naturale sicurezza: il gesto è aperto, la voce piena. Poi accade la trasformazione. Non c’è frattura, non c’è sorpresa spettacolare. Solo una variazione sottile. La postura diventa più vigile, lo sguardo più attento, la voce più raccolta.
È come se la stessa coscienza dovesse imparare a muoversi dentro un mondo che ora impone nuove misure. La forza dell’interpretazione sta proprio in questa continuità. Orlando non diventa qualcun altro; rimane se stesso mentre il mondo modifica il modo di guardarlo. Questa differenza si percepisce nei dettagli: una pausa che si allunga, un gesto trattenuto, una frase pronunciata con cautela. Come se la società, lentamente, entrasse nel corpo. Quando la drammaturgia si apre alle lettere, il tono cambia. La voce si abbassa, si fa più intima, quasi domestica. In questi passaggi emerge la bellezza del lavoro di Sinisi: l’amore non appare come un tema, ma come l’origine stessa della storia. Orlando sembra nascere da quel dialogo privato tra due donne che cercano nella scrittura una forma per la propria esperienza. L’intero spettacolo si raccoglie intorno alla presenza dell’attrice, che diventa il vero punto di gravità della scena.
È una scelta che comporta inevitabilmente anche un rischio: l’assenza di contrappunti scenici espone il monologo alla continuità di un unico respiro, senza quelle variazioni spettacolari che spesso guidano lo sguardo dello spettatore. Ma è proprio in questa esposizione che la scelta trova il suo senso. Il discorso procede come un pensiero che prende forma nella coscienza, talvolta rallentando, come accade quando una riflessione si addensa e rifiuta la fretta delle conclusioni facili. In questa sospensione il tempo non si disperde: si raccoglie, permettendo alla parola di distendersi con una chiarezza più quieta, più meditata. Alla fine resta una sensazione sottile, difficile da chiudere in una definizione.
Orlando attraversa secoli e metamorfosi senza perdere quella linea continua che è la sua coscienza, mentre il mondo muta il modo di guardarlo, di chiamarlo, di riconoscerlo. Ma sotto queste variazioni rimane qualcosa di più semplice, quasi originario. Orlando non nasce da una teoria: nasce da un gesto d’affetto. Una scrittrice guarda la persona che ama e la affida alla letteratura, a quel tempo più lungo in cui le storie continuano a vivere quando la vita è già passata. Così il personaggio attraversa le epoche senza consumarsi davvero. Cambiano i paesaggi, cambiano le stagioni del mondo, ma resta la traccia di quello sguardo iniziale. Non una dimostrazione, ma una fedeltà silenziosa: come se la scrittura potesse compiere ciò che la realtà non concede, trattenere qualcuno un poco più a lungo dentro la memoria delle parole. Photocredit Andrea Macchia