Roma, Museo Nazionale Romano
Terme di Diocleziano
METAMORPHOSES. L’ARTE CHE TRASFORMA
Curata da Umberto Croppi per la Fondazione Berengo
con il coordinamento di Giulia Cirenei
Roma, 24 marzo 2026
Entrare nelle Aule X e XI delle Terme di Diocleziano significa, innanzitutto, confrontarsi con una misura dello spazio che non ammette equivoci: qui l’architettura non è contenitore, ma condizione mentale. La monumentalità romana, che è insieme ingegneria e metafisica del potere, non tollera facilmente intrusioni contemporanee; le assorbe, le schiaccia o, nei casi più rari, le costringe a un confronto serrato con la propria memoria. È in questa tensione che si inscrive la mostra di Wu Jian’an, la cui operazione non può essere liquidata come semplice esercizio di dialogo interculturale, ma va compresa come tentativo — ambizioso e rischioso — di misurarsi con una nozione antica e irriducibile: quella della trasformazione come legge universale.
L’artista cinese, formatosi su un doppio registro di conoscenze — da un lato la tradizione artigianale e mitologica dell’Estremo Oriente, dall’altro una consapevolezza sempre più acuta delle grammatiche visive occidentali — costruisce qui un sistema iconico che rifugge tanto l’esotismo quanto la citazione decorativa. La sua pratica, che si fonda sul ritaglio, sull’intaglio e sulla composizione stratificata, non è un ritorno nostalgico al mestiere, ma un dispositivo analitico: ogni materiale — carta, cuoio, vetro — è trattato come un vettore di memoria, non come un semplice supporto. Il riferimento ovidiano, evocato esplicitamente, non è qui un pretesto letterario, ma un principio strutturale. L’idea che nessuna forma si conservi identica a se stessa trova nelle opere di Wu Jian’an una traduzione visiva che evita la retorica del fluire indistinto: la metamorfosi non è dissoluzione, ma accumulazione, sedimentazione di immagini che si trasformano senza mai perdere del tutto la propria traccia originaria. In questo senso, il lavoro dell’artista si avvicina più a un’archeologia dell’immaginario che a una poetica del mutamento superficiale. Nell’Aula X, le installazioni Masks e The Heaven of Nine Levels impongono immediatamente una riflessione sul rapporto tra serialità e ritualità. Le centinaia di elementi che compongono Masks non producono una moltiplicazione neutra, ma una densità quasi ossessiva, in cui ogni variazione minima diventa significativa. Il cuoio, materiale carico di implicazioni simboliche, viene qui sottratto alla sua funzione originaria per essere reintegrato in un sistema di segni che oscillano tra antropologia e astrazione.
Non è difficile cogliere, in queste superfici traforate, una memoria remota dei dispositivi rituali mediterranei, ma ciò che colpisce è la capacità dell’artista di evitare ogni didascalismo: il riferimento non è mai illustrativo, ma strutturale. The Heaven of Nine Levels, con la sua articolazione verticale, introduce invece una dimensione cosmologica che dialoga in modo inatteso con lo spazio delle Terme. Qui la monumentalità romana, fondata sulla stabilità e sulla misura, viene attraversata da una concezione dello spazio come flusso stratificato, in cui i livelli non sono gerarchici ma interdipendenti. Il risultato è una tensione che non si risolve in sintesi, ma resta aperta, quasi irrisolta, come se l’opera rifiutasse di adattarsi completamente al contesto che la ospita. È tuttavia nelle Aule XI e XI bis che il discorso dell’artista raggiunge una maggiore complessità. La serie Incarnations, e in particolare i cicli dedicati a Xíng Tiān e a The Eternal Cycle, costituisce il nucleo più coerente della ricerca di Wu Jian’an. Qui la tecnica del ritaglio e della sovrapposizione raggiunge un grado di raffinatezza che non è mai fine a se stesso: la proliferazione delle figure, lungi dall’essere decorativa, costruisce un sistema di relazioni interne che obbliga lo sguardo a un movimento continuo. Xíng Tiān, figura mitologica della resistenza e della perdita, viene reinterpretato non come eroe, ma come principio di energia diffusa. La moltiplicazione cromatica non è un espediente estetico, ma un modo per articolare la presenza della figura in una pluralità di stati: ogni variazione di colore diventa una variazione di senso, come se l’immagine fosse attraversata da una serie di temporalità simultanee.
In questo, l’artista dimostra una consapevolezza rara della pittura come sistema, pur operando in un ambito che non è propriamente pittorico. Ancora più significativa appare la serie The Eternal Cycle – Running Through the Seasons, in cui il riferimento all’antico — greco e romano — viene assunto non come repertorio iconografico, ma come grammatica del movimento. Le figure in corsa, che evocano tanto i fregi classici quanto certe dinamiche della scultura ellenistica, non sono mai isolate: il loro slancio è sempre parte di un sistema più ampio, in cui cielo e terra, luce e materia, partecipano a un’unica dinamica. Qui la metamorfosi si manifesta come ciclo, ma un ciclo che non è mai chiuso, bensì continuamente riattivato. Ciò che emerge, nel complesso, è una concezione dell’immagine come organismo complesso, in cui ogni elemento è al tempo stesso autonomo e dipendente. La maestria tecnica dell’artista — indiscutibile — non si esaurisce nella virtuosità, ma si traduce in una capacità di costruire sistemi visivi coerenti, in cui la molteplicità non degeneri in dispersione. In un’epoca in cui l’arte contemporanea tende spesso a privilegiare il concetto a scapito della forma, il lavoro di Wu Jian’an rappresenta una posizione anomala, quasi inattuale: qui il pensiero passa attraverso la materia, e la materia non è mai neutra. Resta tuttavia una questione aperta, che riguarda il rapporto tra queste opere e lo spazio che le accoglie. Se da un lato la monumentalità delle Terme amplifica la portata delle installazioni, dall’altro rischia di neutralizzarne la complessità, imponendo una lettura spettacolare che non sempre coincide con la sottigliezza del lavoro. È il rischio inevitabile di ogni confronto con l’antico: l’opera contemporanea deve decidere se confrontarsi o soccombere. Wu Jian’an, in questo caso, sembra oscillare tra le due possibilità, senza mai risolvere del tutto la tensione. Ma è forse proprio in questa irresolutezza che si trova il punto più interessante della mostra. La metamorfosi, dopotutto, non è mai un processo compiuto, ma un movimento continuo, una transizione che non si lascia fissare. In questo senso, l’intero progetto può essere letto come un tentativo di pensare la trasformazione non come tema, ma come condizione: non qualcosa che l’arte rappresenta, ma qualcosa che l’arte è.
Roma, Terme di Diocleziano: “Metamorphoses. L’arte che trasforma”