Staatsoper Stuttgart: “Dialogues des Carmélites”

Staatsoper Stuttgart, Stagione 2025/26
“LES DIALOGUES DES CARMÉLITES
Opera in tre atti e dodici quadri, dal dramma omonimo di Georges Bernanos

Libretto e musica di Francis Poulenc
Blanche de la Force  RACHAEL WILSON

Madame de Croissi EVELYN HERLITZIUS
Le Marquis de la Force SHIGEO ISHINO
Le chevalier de la Force CAMERON BECKER
Madame Lidoine SIMONE SCHNEIDER
L’Aumônier TORSTEN HOFFMANN
Soeur Constance de Saint-Denis CLAUDIA MUSCHIO
Mère Marie de l’incarnation DIANA HALLER
Le premier commissaire JOSEPH TANCREDI
Le second commissaire/Un officier/Le geôlier JACOBO OCHOA
Thierry/Docteur Javelinot JAEWOUNG LEE
Mère Jeanne HELENE SCHNEIDERMANN
Soeur Mathilde CATRIONA SMITH
Staatsorchester Stuttgart
Staatsopernchor Stuttgart
Direttore Cornelius Meister
Maestro del Coro Manuel Pujol
Regia Ewelina Marciniak
Scene Mirek Kazmarek
Costumi Julia Kornacka
Luci Aleksandr Prowaliński
Drammaturgia Carolin Müller-Dohle
Stuttgart, 29 marzo 2026
Dopo quindici anni dalla precedente produzione, la Staatsoper Stuttgart ha presentato un nuovo allestimento di Dialogues des Carmélites. I lavori di ispirazione religiosa scritti da Poulenc ebbero inizio dal pellegrinaggio al Santuario di Rocamadour da lui compiuto nel 1936 che segnò la sua riscoperta delle radici religiose, influenzata anche dalla tragica scomparsa dell’amico Christian Berard. L’opera Dialogues des Carmélites, che rappresenta il punto di arrivo di tutti i suoi numerosi lavori di questo genere, è un capolavoro di teatro musicale in cui il compositore parigino delinea con una straordinaria potenza tragica un’ atmosfera di tensione angosciosa, nella quale le vicende personali di Blanche de la Force, giovane donna di stirpe aristocratica rifugiatasi in convento per sfuggire alle paure che la perseguitano, si inseriscono nel dramma collettivo della persecuzione religiosa scatenata dai giacobini durante il Terrore, che travolge la comunità religiosa del convento delle Carmelitane di Compiégne e porta al martirio collettivo delle suore. La partitura rappresenta in modo perfetto le caratteristiche peculiari del suo stile ultimo: un perfetto controllo della vocalità, una partecipazione emotiva che non ha pari nemmeno nei lavori sacri di Strawinsky e forse nemmeno nel più giovane Messiaen, una semplicità apparente che nasconde sofisticate soluzioni armoniche e formali, la sobrietà espressiva nel delineare atmosfere drammatiche di straziante intensità emotiva che raggiungono il culmine nella straordinaria scena finale, con le suore che intonano il Salve Regina mentre vengono condotte alla ghigliottina e col rumore della lama che cade ad interrompere con una cadenza implacabile il canto. Un momento di irresistibile effetto teatrale che sicuramente è da annoverare fra i vertici espressivi di tutto il teatro lirico del Novecento. Cosa abbia capito di tutto questo la quarantaduenne regista polacca Ewelina Marciniak, a cui era affidata la parte scenica di questa nuova produzione, resta per me non chiaro. Praticamente, al posto della comunità religiosa la messinscena raffigurava una specie di comune femminista abitata da un gruppo di ragazze squatters, abbigliate in stile United Colours of Benetton. Sorvolando sul vero e proprio fraintendimento di tutta l’atmosfera mistica ideata da Poulenc che musicalmente non lascia spazio ad equivoci, posso solo aggiungere che la scena finale, in cui l’esecuzione capitale delle femministe veniva rappresentata con l’attraversamento di una specie di tunnel al termine del quale si stendevano a terra una accanto all’altra, era completamente inefficace nel descrivere la tragica angoscia della situazione scenica. E qui mi fermo, perché questo catalogo di sciocchezze politically correct e woke da quattro soldi non merita che se ne parli ulteriormente. Come sempre accade in simili occasioni, il conforto per lo spettatore annoiato dagli effetti del Regietheater anche in questa serata veniva da una esecuzione musicale di eccellente livello. Bellissima, per eloquenza espressiva e profondità di interpretazione, era la direzione di Cornelius Meister, a capo di una Staatsorchester Stuttgart davvero al massimo della forma. Il direttore di Hannover ha saputo padroneggiare al meglio la complessa scrittura orchestrale e ricavare tinte orchestrali di grande ricercatezza. Una lettura asciutta, tesa e teatralmente ineccepibile, con la perfetta evidenziazione delle laceranti dissonanze e della modernità di certe soluzioni armoniche. Nel cast vocale si imponevano soprattutto le grandiose caratterizzazioni di Evelyn Herlitzius come Madame de Croissy e Simone Schneider nel ruolo di Madame Lidoin, che le succede come priora dopo la sua morte. Efficacissima, per l’efficacia del fraseggio e la dolorosa intensità della caratterizzazione scenica, era anche la caratterizzazione di Blanche de la Force del mezzosoprano americano Rachael Wilson, cantante che negli anni passati è stata già applaudita in diversi ruoli dal pubblico della Staatsoper Stuttgart. Molto buona anche la raffigurazione di Mére Marie realizzata da Diana Haller con un fraseggio angoscioso e allucinato così come la Soeur Constance delineata da Claudia Muschio, che ha espresso molto bene la dolcezza di carattere del personaggio. Vocalmente e teatralmente efficaci erano anche Shigeo Ishino nella parte del Marquis de la Force e Cameron Becker in quella dello Chevalier, il fratello di Blanche. Tra le parti di fianco, una segnalazione la merita soprattutto Torsten Hofmann, il principale tenore caratterista della Staatsoper e interprete sempre efficace di decine di ruoli diversissimi, che ha dato un raffigurazione vocalmente incisiva e teatralmente perfetta del ruolo dell’Aumônier. Bene anche tutti gli interpreti dei numerosi ruoli minori e il coro, preparato da Manuel Pujol. Successo caldissimo e meritato per tutti gli interpreti della parte musicale, cosa che mi trova pienamente d’accordo, e anche per il team registico, cosa su cui non sono per nulla d’accordo. Foto: Matthias Baus