Teatro del Maggio Musicale Fiorentino: “Pagliacci” & “Cavalleria rusticana”

Firenze, Teatro del Maggio Musicale FiorentinoStagione d’opera 2026
PAGLIACCI”
Dramma in un prologo e due atti, Libretto e musica di Ruggero Leoncavallo.
Nedda CORINNE WINTERS
Canio BRIAN JAGDE
Tonio ROMAN BURDENKO
Beppe LORENZO MARTELLI
Silvio HAE KANG
CAVALLERIA RUSTICANA”
Melodramma in un atto, su libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci, dall’omonimo dramma di Giovanni Verga.
Musica di Pietro Mascagni
Santuzza MARTINA BELLI
Lola JANETKA HOŞCO
Turiddu LUCIANO GANCI
Alfio ROMAN BURDENKO
Lucia MANUELA CUSTER
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Coro di voci bianche dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Maestro del coro di voci bianche Sara Matteucci
Regia Robert Carsen
Scene Radu Boruzescu
Costumi Annemarie Woods
Luci Robert Carsen, Peter van Praet
Coreografia Marco Berriel
Allestimento della Dutch National Opera Amsterdam
Firenze, 3 marzo 2026
Si apre all’insegna di una comunicazione sindacale quest’ultima rappresentazione del binomio “Pagliacci”/“Cavalleria Rusticana”, volta a sensibilizzare il gremito pubblico sul periodo d’incertezza che sta investendo le fondazioni lirico-sinfoniche e il settore musica dal vivo. Stavolta, coloro che sedevano con lo scetticismo di chi è pronto a sorbirsi le commistioni di dittici accostati per contingenza, sono senz’altro rimasti piacevolmente sorpresi. Accoglieva, infatti, il pubblico un insolito sipario rosso sgargiante, riproposto con giochi prospettici per l’intera rappresentazione, fino al suo sanguinolento srotolarsi finale. Un espediente a rimarco di due vendette a confronto, di una stessa violenza “risolutiva” che si vorrebbe poter dire appartenere a un tempo che fu. È, dunque, la regia di Robert Carsen a fare da protagonista, con l’imprescindibile sinergia dei moderni costumi di Annemarie Woods, delle luci da palcoscenico di Peter van Praet, della folta coreografia di Marco Berriel e delle essenziali ma funzionali scene di Radu Boruzescu. In “Pagliacci”, si ritrovano tutti gli stereotipi del metateatro, dalle scorribande in platea (e nei corridoi d’accesso laterali), al dietro le quinte, ma stavolta queste tecniche scorrono così fluidamente da sembrare quasi nuove, fino all’utilizzo del coro tra le prime file di platea come commentatore della commedia, prima, e testimone della tragedia, poi. I camerini degli artisti si moltiplicano al momento di “Cavalleria”, che fin da subito appare staccarsi dal fondo siciliano, a cui del resto lo stesso Mascagni si appiglia ben poco. Un continuum innescato dagli stessi interpreti di “Pagliacci”, immobili sulla scena al termine della loro recitazione e pronti a rientrare in camerino. Ci si addentra, così, nella vita lavorativa dei musicisti, intenti in continue prove coreutiche, sotto il management di mamma Lucia e diretti da Lorenzo Fratini in persona, a capo di un coro estremamente estroso e versatile che, al pari di quello di voci bianche di Sara Matteucci, ha saputo trovare la giusta dimensione anche nel canto dagli angoli più disparati della sala. A fronte di un allestimento che risulta tutto sommato più congeniale a “Pagliacci”, l’accento si sposta ancor più sull’espressività dei gesti, sulla relazioni interpersonali e su un egoismo generale che non riesce a scongiurare la tragedia. Non male la direzione di Riccardo Frizza, che culmina con la suggestiva esecuzione del celebre intermezzo di “Cavalleria”, nei cui flussi drammatici il direttore sembra trovare maggiore espressione, anche se avrebbe potuto osare di più sui transienti dinamici. Più controversa, invece, la resa di “Pagliacci”, scandita da frequenti irregolarità dell’agogica, alla ricerca di parentesi liriche marcatamente rallentate e scene d’insieme più frenetiche, tese al rilievo degli aspetti bandistici e del dettaglio timbrico di percussioni e ottoni. Sul piano vocale, Corinne Winters fa parte delle Nedda attorialmente abili, capaci di prolungare i suoni con generosi crescendo e dotate di gradevole timbrica nell’area medio-acuta, ma la parte sembra non appartenerle del tutto su affondi e spinte acute. Accanto a lei, c’era attesa per la prova di Brian Jagde nel ruolo di Canio, dopo l’iconica interpretazione di Don Alvaro ne “La forza del destino” alla prima della Scala 2024. Il tenore statunitense strappa il più concitato applauso del pubblico, tratteggiando un personaggio riflessivo, disturbato e brutalmente impulsivo, che fa facilmente leva su passaggi di registro e slanci acuti a tratti folgoranti, restando un pochino più generico nel fraseggio e nel continuo orbitare della parte in aree meno centrali, di minore pienezza timbrica. Discreto anche l’apporto del giovane e chiaro tenore Lorenzo Martelli, meno emblematico nell’interazione generale, ma assai dolce nell’equilibrata serenata a Colombina dal fuoriscena. Molto partecipativo il tragicomico Tonio di Roman Burdenko, impegnato anche nel vendicativo Alfio. In entrambi i ruoli, il sonoro timbro baritonale mostra disomogeneità emissive e qualche sfocatura o fissità di suono al vertice dell’estensione, riscattandosi prevalentemente per impegno di fraseggio e concitazione scenica. Completava il quadro maschile della prima parte il corretto e passionale Silvio di Hae Kang, impavido nel correre incontro a morte certa. A differenza della collega di “Pagliacci”, Martina Belli presenta un timbro leggermente più comune, più propenso a variare le dinamiche tra una frase e l’altra che sui singoli suoni, ma fresco e supportato da una buona tecnica, che assolve in parte alla più intubata emissione dei gravi. Ne esce una Santuzza contrita e senza speranza, i cui sfoghi dell’animo non intaccano mai il controllo di una linea di canto pulita e ben legata, ma a cui si poteva chiedere qualche momento di maggiore abbandono vocale. A contrasto, ben si collocavano gli screziati interventi della Lola di Janetka Hoşco, in una dicotomia registicamente arbitrata dalla mamma Lucia di Manuela Custer, che ha ben saputo combinare il nitido timbro mezzosopranile con una pregnante presenza scenica. Dulcis in fundo il Turiddu di Luciano Ganci, che la sorte ha voluto come secondo Don Alvaro nelle sopra menzionate recite alla Scala del 2024/2025. Si riscatta qui esibendo una vocalità di ferro, sicura negli impervi passaggi di registro (anche sui cambi vocalici), salda e nitida sulla sonora tenuta degli acuti, all’interno dell’oramai quasi dimenticato timbro caldo-passionale che ci si auspica torni presto a caratterizzare i tenori del panorama lirico internazionale. Foto Michele Monasta