Tivoli, Santuario di Ercole Vincitore: “Geometrie dell’acqua: memoria liquida del paesaggio”

Tivoli, Villa d’Este
Santuario di Ercole Vincitore
Istituto Autonomo Villa Adriana e Villa d’Este
GEOMETRIE DELL’ACQUA: MEMORIA LIQUIDA DEL PAESAGGIO
Progetto di Alejandro Cárdenas

Presentazione del progetto artistico nell’ambito del Premio Natura Naturans/Naturata 2025
Tivoli, 25 marzo 2026
«L’acqua non ha forma, ma assume tutte le forme», annotava Gaston Bachelard ne L’eau et les rêves, indicando nella materia liquida una delle matrici più profonde dell’immaginazione. È proprio a partire da questa ambiguità ontologica — tra informe e struttura, tra flusso e iscrizione — che si sviluppa Geometrie dell’acqua: memoria liquida del paesaggio, il progetto con cui Alejandro Cárdenas, vincitore del Premio Natura Naturans/Naturata 2025, interviene negli spazi di Villa d’Este e del Santuario di Ercole Vincitore, riconfigurandoli come luoghi di osservazione e attivazione della memoria idrica. Più che un’installazione site-specific, il lavoro si presenta come una pratica di attraversamento: un’indagine che non si limita a occupare lo spazio, ma lo interroga nei suoi processi costitutivi, nella sua dimensione stratigrafica e nel suo rapporto con l’acqua come agente formativo. In questo senso, l’intervento di Cárdenas si inserisce in modo esemplare all’interno del programma delle VILLÆ, che negli ultimi anni ha saputo trasformare il patrimonio storico in un laboratorio critico per l’arte contemporanea, sottraendolo tanto alla monumentalizzazione quanto alla semplice funzione espositiva. Il contesto tiburtino, del resto, impone una riflessione specifica. Villa d’Este rappresenta uno dei vertici della cultura idraulica rinascimentale, in cui l’acqua viene organizzata secondo un principio di spettacolarizzazione e controllo, trasformandosi in dispositivo scenografico e simbolico. Il Santuario di Ercole Vincitore, al contrario, restituisce una dimensione più arcaica, in cui l’acqua è ancora legata a una funzione infrastrutturale e sacrale, in relazione diretta con il fiume Aniene e con le dinamiche del territorio. Tra questi due poli — estetizzazione e necessità, dominio e dipendenza — si dispiega la ricerca di Alejandro Cárdenas, che evita accuratamente ogni approccio illustrativo per concentrarsi sulla dimensione processuale. Il gesto centrale del progetto consiste nel mettere in contatto diretto le superfici tessili con l’acqua e con i residui minerali del paesaggio. Le tele di cotone, lasciate esposte all’azione dell’umidità e dei depositi naturali, registrano una serie di tracce che sfuggono al controllo dell’artista, configurandosi come veri e propri campi di sedimentazione. A queste superfici si sovrappongono interventi grafici — disegno, pittura, cartografia — che non hanno funzione descrittiva, ma operano come dispositivi di lettura, come tentativi di articolare visivamente ciò che la materia ha già scritto. Si tratta, in definitiva, di una pratica che si colloca pienamente all’interno di quella linea di ricerca che, a partire dagli anni Settanta, ha messo in crisi la centralità dell’immagine come prodotto dell’intenzionalità artistica, per restituire alla materia un ruolo attivo. Tuttavia, a differenza di molte esperienze dell’arte processuale o della land art storica, il lavoro di Alejandro Cárdenas non si limita a registrare l’azione degli elementi, ma costruisce un sistema di relazioni che coinvolge storia, geografia e memoria. L’acqua non è solo un agente fisico, ma un vettore di stratificazione culturale. Il titolo Geometrie dell’acqua va quindi inteso in senso non normativo, ma rivelativo. Non si tratta di imporre una struttura a ciò che è fluido, bensì di rendere visibili le forme che emergono spontaneamente dai processi naturali: linee di evaporazione, accumuli minerali, variazioni cromatiche determinate dal tempo e dall’ambiente. Queste geometrie non sono mai definitive; si configurano piuttosto come configurazioni temporanee, esiti contingenti di una serie di interazioni. In questo senso, l’opera si sottrae a ogni logica di fissazione, per situarsi in una dimensione aperta, instabile, intrinsecamente temporale. È proprio questa dimensione temporale a introdurre uno degli aspetti più rilevanti del progetto: la concezione del paesaggio come palinsesto. Tivoli, con la sua storia millenaria, offre un caso esemplare di stratificazione, in cui le infrastrutture idrauliche romane, le architetture rinascimentali e le trasformazioni successive convivono in un equilibrio complesso. L’acqua, attraversando queste stratificazioni, agisce come un agente di continuità e al tempo stesso di trasformazione, capace di collegare epoche e sistemi diversi. Alejandro Cárdenas sembra operare come un archeologo del presente, interessato non tanto a riportare alla luce ciò che è stato, quanto a registrare i processi in atto. Le sue superfici funzionano come dispositivi di memoria, ma di una memoria non lineare, non narrativa, bensì materiale, inscritta nelle tracce lasciate dall’acqua. In questo senso, il lavoro si avvicina a quelle pratiche contemporanee che interrogano il rapporto tra arte e scienza, tra osservazione e produzione, tra dato e interpretazione. Un ulteriore livello di complessità emerge dal dialogo tra il contesto italiano e quello messicano, implicito nella struttura stessa del Premio Natura Naturans/Naturata. Se Tivoli rappresenta un paesaggio fortemente codificato, risultato di una lunga storia di interventi umani, i territori evocati nel lavoro di Cárdenas introducono una dimensione diversa, in cui la relazione tra natura e cultura appare meno stabilizzata. L’acqua diventa così un elemento di connessione transgeografica, un medium che attraversa contesti differenti mantenendo una propria autonomia operativa. In un momento in cui la riflessione ecologica rischia spesso di essere inglobata in dispositivi retorici o spettacolari, Geometrie dell’acqua si distingue per la sua capacità di operare su un piano più sottile e radicale. Non vi è alcuna volontà di rappresentare la crisi, né di produrre immagini consolatorie. Al contrario, il lavoro invita a ripensare il paesaggio come sistema di relazioni dinamiche, in cui l’umano non è più il centro, ma uno degli elementi in gioco. Inserito nel contesto delle VILLÆ, il progetto dimostra come il patrimonio storico possa essere riattivato attraverso pratiche contemporanee capaci di restituirne la complessità senza ridurla a sfondo. L’acqua, da elemento scenografico e simbolico, torna a essere ciò che è sempre stata: una forza generativa, capace di modellare il paesaggio e di inscrivere in esso una memoria che non si lascia facilmente fissare, ma che continua a scorrere, a trasformarsi, a resistere. Photocredit Villae Tivoli