Torino, Teatro Regio, Stagione d’opera e balletto 2025-26
“MACBETH”
Melodramma in quattro atti su libretto di Francesco Maria Piace e Andrea Maffei
Musica di Giuseppe Verdi
Macbeth LUCA MICHELETTI
Banco MAHARRAM HUSEYNOV
Lady Macbeth LIDIA FRIDMAN
Dama di Lady Macbeth CHIARA POLESE
Macduff GIOVANNI SALA
Malcolm RICCARDO RADOS
Medico LUCA DELL’AMICO
Domestico EDUARDO MARTINEZ
Sicario TYLER ZIMMERMAN
Araldo DANIEL UMBELINO
Prima apparizione LORENZO BATTAGION
Seconda apparizione LUCA DEGRANDI
Terza apparizione JACOPO GALLO
Orchestra e coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Riccardo Muti
Maestro del coro Piero Monti
Regia Chiara Muti
Scene Alessandro Camera
Costumi Ursula Patzak
Luci Vincent Longuemare
Coreografie Simone Valastro
Torino, 1 marzo 2026
Una produzione destinata a restare negli annali del Teatro Regio questo nuovo “Macbeth” verdiano. Nella più alta delle recenti prove torinesi Riccardo Muti giunge a una suprema decantazione del suo approccio all’arte verdiana. Sintesi di un senso del teatro che nasce dal più rigoroso rispetto della partitura, un atto
d’amore sublime per la musica e il teatro. Muti scava le infinite possibilità della partitura, ricerca fin nel minimo dettaglio le infinite indicazioni che Verdi sparge, ne ricerca l’essenza più profonda. Ecco fin dal preludio un colore fosco, torboso, un sentore di nebbie in cui l’anima si perde mentre il ritmo circolare del tema delle streghe si stringe come un cappio intorno al collo di Macbeth e con lui di ognuno degli spettatori. Un senso di tragedia aleggia su tutta l’opera, un senso di implacabilità fatale che giunge a compimento in una delle più intense letture di “Patria oppressa” che si possano immaginare. Muti è capace come forse nessun’altro di dare senso teatrale alla tinta verdiana, di usare i colori, i ritmi, le agogiche come strumento drammatico. Esemplare al riguardo la ripresa del brindisi capace di trasmettere
tutta la consapevolezza della Lady davanti a un orrore pienamente compreso resa con sonorità autenticamente spettrali – e bravissima la Fridman a trovare un colore vocale altro e perfettamente coerente – ma anche il carattere arcano, allucinato di quella sorta di infernale ninna nanna che le streghe cantano su Macbeth svenuto. L’opera è eseguita integralmente con la riapertura dei balletti. L’orchestra del Regio sotto la guida di Muti appare come trasfigurata. La qualità dei colori e dei timbri, la perfezione di ogni dettaglio superano tutto quanto abbiamo ascoltato finora. Altrettanto sontuosa la prova del coro in tutte le sue sezioni, autentico coprotagonista e perfettamente calato nella lettura stilistica e interpretativa. La regia firmata dalla figlia Chiara Muti è specchio perfetto della lettura musicale. Altre volte abbiamo avuto perplessità sulle regie
della Muti ma qui trova la giusta cifra, un carattere autenticamente shakespeariano frutto di una conoscenza e di un amore particolare per questo testo. L’impianto scenico è essenziale, una landa brulla e nebbiosa con al centro una voragine. Tutto e visto attraverso una struttura ad arco, siamo dentro la mente di Macbeth, vediamo attraverso i suoi occhi, attraverso la sua mente che dà forma alla realtà e ai suoi incubi. Nel terzo atto è l’occhio stesso a divenire la caldaia stregata. Dominano colori scuri, ombrosi, nebbie da cui sembrano prendere vita le streghe e la stessa Lady. “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” medita Prospero in un altro capolavoro shakespeariano, qui è il mondo stesso a farsi della sostanza degli incubi. Le luci e gli effetti scenici creano squarci di grande suggestione visiva, rendono fisico un mondo impalpabile. Giochi di luce ed ombra, proiezioni evanescenti come nebbie addensate creano gli spazi della vicenda inquadrati da rocce di un nero bituminoso e opprimente. Curatissima
fin nei minimi dettagli la recitazione e le coreografie di Simone Valastro ci immergono in un mondo inespresso di traumi mai superati, nel finale del III atto un gioco metateatrale trasforma Macbeth in un semplice burattino, l’istrione o il povero idiota la cui voce si perde nel nulla. Davvero belli i costumi di Ursula Patzak che evocano un medioevo gotico e immaginifico. Vera dominatrice la Lady di Lidia Fridman. Il soprano russo trova qui il suo personaggio ideale. La voce è particolare con un colore scuro, come velato ma acceso da lampi di luce. Una voce calda ma non classicamente bella, capace di trovare in questa parte un tavolozza di colori ideale. Una Lady femminile ma inquietante, quasi materna in certi momenti con lo sposo ma capace di asprezze ferine. La buona frequentazione belcantista le permettere di risolvere senza problemi l’aria di sortita, nel brindisi rende alla perfezione gli opposti stati d’animo delle due riprese e nel sonnambulismo trova colori spettrali come se la voce si facesse essa stessa nebbia o sogno. La presenza scenica è soggiogante e l’attrice attenta e sensibile alle indicazioni registiche. Luca Micheletti non ha la voce del
vero baritono verdiano. Il materiale vocale sembra indirizzarlo verso un repertorio più lirico, mancano maggior peso specifico e una cavata più ampia e sonora. Emerge in lui soprattutto l’interprete. Fedele all’indicazione verdiana di privilegiare il poeta Micheletti scava ogni parola, ogni accento, studia ogni gesto. Raramente abbiamo visto un Macbeth tanto fragile, tanto tormentato, tanto vittima di un incubo che egli stesso a materializzato. L’intesa scenica con la Fridman è perfetta e il gioco scenico è semplicemente perfetto fino ai dettagli degli sguardi o delle mani. Il timbro è molto bello, il canto elegante e raffinato – davvero riuscite le filature di “Pietà, rispetto e amore” – la dizione chiara e autorevole gioca a suo favore. Maharram Huseynov è un giovane basso dalla bella vocalità, manca però dell’autorevolezza che Banco dovrebbe avere e nell’aria del II atto il settore grave è ancora un po’ leggero. Giovanni Sala è un tenore di natura lirica. Il timbro pur non indimenticabile è piacevole e la grande aria è cantata con gusto e musicalità ma nelle frasi declamate latita di peso specifico e di autorevolezza d’accento. Un po’ grezzo ma nel complesso efficacie il Malcolm di Riccardo Rados, molto bravi la Dama di Chiara Polese e il Medico di Luca Dell’Amico. Valide e ben equilibrate le parti di contorno. Foto Mattia Gaido
Torino, Teatro Regio: “Macbeth”