Venezia, Teatro Malibran: “Ottone in villa” di Antonio Vivaldi

Venezia, Teatro Malibran, Stagione 2025-2026 
“OTTONE IN VILLA”
Dramma per musica in tre atti RV 729. Libretto di Domenico Lalli, basato sul libretto Messalina di Francesco Maria Piccioli
Musica di Antonio Vivaldi
Cleonilla CARLOTTA COLOMBO
Ottone MARGHERITA MARIA SALA
Caio Silio LUCIA CIRILLO
Decio RUAIRI BOWEN
Tullia/Ostilio MICHELA ANTENUCCI
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Diego Fasolis
Regia e coreografia Giovanni Di Cicco
Scene Massimo Checchetto
Costumi Carlos Tieppo
Luci Andrea Benetello
Coordinamento coreografico Associazione DEOS Danse Ensemble Opera Studio

Nuovo allestimento 
Venezia, 22 marzo 2026
Se il recupero del Vivaldi operistico iniziò con la prima esecuzione in tempi moderni de L’Olimpiade, che avvenne, su iniziativa dell’Accademia Musicale Chigiana, nel 1939 presso il senese Teatro dei Rozzi, un importante contributo alla riscoperta del teatro musicale del Prete Rosso è stato offerto, particolarmente in questi ultimi anni, dalla Fondazione Teatro La Fenice. Dopo Dorilla in Tempe (2019), Farnace (2021), Ottone in villa (2020), Griselda (2022), Orlando furioso (2018, 2023) e Tamerlano (2024), La Fenice propone presso l’ex teatro di San Giovanni Grisistomo, ora dedicato a Maria Malibran, un nuovo allestimento di Ottone in villa, facendo seguito alla precedente rappresentazione di questo “dramma per musica”, che segnò la riapertura agli spettacoli lirici dal vivo del teatro veneziano nel periodo del lockdown. Come allora, la regia è affidata, insieme alla coreografia, a Giovanni Di Cicco, le scene a Massimo Checchetto, i costumi a Carlos Tieppo, la direzione musicale a Diego Fasolis, specialista del repertorio barocco e vivaldiano, che – a parte Tamerlano – ha diretto tutti i titoli sopra citati, divenendo uno dei beniamini del pubblico veneziano, grazie all’autorevolezza, alla competenza, alla passione con cui affronta questo repertorio. Ottone in villa – esordio nel genere melodrammatico di un Antonio Vivaldi ormai trentacinquenne, dopo un lungo apprendistato nel campo strumentale – fu pensato per gli angusti spazi di un teatro di provincia, il Teatro di Piazza o delle Garzerie di Vicenza, che – minacciato dalla concorrenza del più grande Teatro delle Grazie, aperto nel 1713 – cercava di attirare il pubblico con una nuova opera costruita ‘su misura’. Il libretto, confezionato con spregiudicatezza da Domenico Lalli, sulla falsariga della Messalina di Francesco Maria Piccioli (1680), contiene, seppur in toni prevalentemente farseschi, una sorta di apoteosi del vizio con un convenzionale lieto fine, che rappresenta un ritorno solo formale alla rettitudine. La vicenda vede l’imperatore romano Ottone innamorato di Cleonilla, la quale – spregiudicata – non esita ad amoreggiare con due giovani, Caio ed Ostilio, il secondo dei quali è in realtà Tullia travestita, innamorata di Caio. Gli intrighi, gli equivoci, i sentimenti non proprio edificanti, generati da questo garbuglio, trovano un’improbabile catarsi alla fine dell’opera con le nozze di Tullia e Caio, e la riconciliazione tra Ottone e Cleonilla. Riprendere Ottone in villa a distanza di quasi sei anni ha comportato l’esigenza di inventare un nuovo spettacolo, più adatto alla location del Malibran. Ne è risultata una messinscena che ci è parsa funzionale e di sobria eleganza. Il nucleo propulsore della vicenda è – in modo ancora più evidente rispetto alla versione del 2020 – l’eccentrica e trasgressiva Cleonilla, mentre Ottone appare una figura ancora più ambigua, se non inetta. Grande rilevanza, inoltre, assume la corporeità dei personaggi – in primis Cleonilla –, che si materializza sulla scena in un gruppo di danzatori, peraltro non previsti dal libretto. Tale insieme di corpi, bianchi come statue marmoree, crea un’aura di sensualità, rimanendo immobile o, soprattutto, muovendosi – insieme ai personaggi – nello spazio neutro, ideato da Massimo Checchetto, talora ingombro di vestigia e oggetti, che – analogamente ai costumi, di gradevole essenzialità, disegnati da Carlo Tieppo – si ispirano all’antica romanità. Sul piano musicale Diego Fasolis è riuscito a sedurre il pubblico con la bellezza del suono, l’eleganza e l’adeguatezza dello stile, potendo contare su un gruppo di esecutori, che hanno seguito in modo encomiabile il suo efficacissimo gesto direttoriale, al pari del cast formato da giovani cantanti, generalmente dimostratisi a proprio agio in questo non facile repertorio. Dopo la spumeggiante Sinfonia in tre movimenti, dove non sono mancati saggi di virtuosismo, si è aperto il sipario, e subito si è colto il perfetto affiatamento tra orchestra e voci; queste ultime accompagnate sempre con amorevole cura dal maestro ticinese. Vera protagonista è stata la Cleonilla vitale, capricciosa, sensuale – di Carlotta Colombo, soprano leggero dal timbro brillante ed omogeneo. Sicura negli acuti, come si è potuto apprezzare in “Quanto m’alletta” e in “Caro bene”, nonché capace di rendere contrastanti stati emotivi, come in “Tu vedrai s’io ti mancai” e in “No, per te non ho più amor”, si è confermata un’interprete davvero valida sul piano sia vocale che gestuale. Rilevante è risultato anche il ruolo di Caio, affidato al mezzosoprano Lucia Cirillo, che con timbro chiaro ed efficacia espressiva, si è imposta, tra l’altro, in “Chi seguir vuol la costanza”, fra le arie preferite da Vivaldi, in “Gelosia tu già rendi l’alma mia”, concitata e densa di colorature, rese con brillante virtuosismo, con l’intermezzo di una sezione più pacata, e infine in “Guardami in questi occhi e senti”, dove si è imposto il violino solista di Roberto Baraldi. Combattuto tra tenerezza e gelosia – quanto poco imperiale – era l’Ottone delineato dal contralto Margherita Maria Sala: l’amore per l’adorata Cleonilla si coglieva in “Frema pur si lagni Roma” tra passaggi di agilità e note ripetute, mentre la gelosia è divampata nell’aria di tempesta “Come l’onda”. Tormentata anche Tullia (alias Ostilio), nell’interpretazione di Michela Antenucci, che ha reso efficacemente, con brillante vocalità sopranile, il conflitto interiore tra lo sdegno per l’infedele Caio e il desiderio d’amore; un conflitto portato all’estremo nell’aria “Due tiranni ho nel mio cor”, dove a una musica vivace si alternano languidi passaggi affidati ai soli archi superiori. Positiva la prestazione del tenore Ruairi Bowen come Decio, segnalatosi nell’aria “L’esser amante”, caratterizzata dall’influenza francese e dai ritmi puntati. Successo pieno. Foto Michele Crosera