Verona, Teatro Filarmonico: “Falstaff” di Verdi

Verona, Teatro Filarmonico, Stagione Lirica 2026
“FALSTAFF”
Commedia lirica in tre atti su libretto di Arrigo Boito
Musica di Giuseppe Verdi
Sir John Falstaff MARCO FILIPPO ROMANO

Ford LUCA MICHELETTI
Fenton MARCO CIAPONI
Dottor Cajus BLAGOJ NACOSKI
Bardolfo MATTEO MACCHIONI
Pistola MARIANO BUCCINO
Mrs Alice Ford MARTA MARI
Nannetta VITTORIANA DE AMICIS
Mrs Quickly ANNA MARIA CHIURI
Mrs Meg Page MARIANNA MAPPA

Orchestra e Coro della Fondazione Arena di Verona
Direttore Giuseppe Grazioli
Maestro del coro Roberto Gabbiani

Regìa Jacopo Spirei
Scene Nikolaus Webern
Costumi Silvia Aymonino
Luci Fiammetta Baldiserri
Allestimento del Teatro Regio di Parma
Verona, 22 marzo 2026
Dopo il Falstaff di Salieri per celebrare i cinquant’anni dalla riapertura del Filarmonico, l’omonimo titolo verdiano torna nella sala del Bibiena per la quinta volta dopo gli allestimenti del 1983 e del 1997 e a quindici anni dall’ultima produzione. Commedia in musica, che raccoglie l’eredità del Settecento e primo Ottocento aprendo allo stesso tempo un varco al teatro musicale di recitazione di Puccini, Rota e Wolf Ferrari, è una creazione strutturata in sostanza su pezzi d’insieme e concertati più che sull’interiorità riflessiva di arie vere e proprie; Verdi predilige leggerezza non priva di un certo autocompiacimento accademico. L’inizio dell’opera in forma sonata, i giochi contrappuntistici nel bicinium Amen di Bardolfo e Pistola nel primo atto per terminare con la grandiosa fuga finale Tutto nel mondo è burla, peraltro primo brano ad essere musicato, sono tutti elementi che testimoniano quanto Verdi si sia divertito a comporre il suo Falstaff regolando i conti con il passato, rimasti in sospeso dai tempi di Un giorno di regno del 1840. Opera leggera dunque, unica e compatta nella quale il protagonista scardina le convenzioni sociali, oltrepassa onore e moralità e sbeffeggia la borghesia; un uomo che vede crollare il proprio mondo ideale pur scegliendo di restarci riaffermando il suo ruolo di seduttore, imbroglione e sbeffeggiatore. Un soggetto che attraversa i secoli e che, con un messaggio contemporaneo, si adatta alla società attuale. Non privo di una venatura malinconica (Và, vecchio John, và per la tua via) e riflessiva, è anche un inno alla vita con il sospirato ed ottenuto consenso alle nozze di Nannetta e Fenton. Da queste considerazioni prende forma la regìa di Jacopo Spirei, realizzata per il Teatro Regio di Parma nel 2017, sospesa tra modernità e tradizione: l’ambientazione è sì “british” ma attualizzata ai giorni nostri con tanto di ritratto della regina Elisabetta appeso alla parete e gli ormai immancabili selfies con i telefonini. L’allestimento mette dunque in risalto il sottile equilibrio tra realtà e fantasia, il mondo immaginario di sir John sempre pronto a scontrarsi con la cruda verità; le scene di Nikolaus Webern sono coadiuvanti nella loro difformità, sghembe e con i piani inclinati creando una sorta di instabilità emotiva nei personaggi come il ruzzolone all’inizio dell’opera quando il protagonista e i suoi seguaci cadono per il cedimento del pavimento. Falstaff è per Spirei un elemento provocante e provocatore in grado di spostare gli equilibri e in questo il suo impianto registico sembra azzeccato anche nell’elemento surreale con il parco di Windsor che pare voler fagocitare gli stessi edifici che poi si elevano lasciando spazio alla vegetazione. I costumi di Silvia Aymonino diventano anch’essi linea di demarcazione tra il mondo sovvertito e disobbediente di Falstaff e l’ordine costituito della borghesia mentre le luci di Fiammetta Baldiserri si dimostrano corrette e funzionali creando un effetto suggestivo nella scena della quercia di Herne in un’atmosfera di magia onirica, sospesa e beffarda allo stesso tempo. Venendo alla componente musicale la compagnia di canto appare abbastanza compatta, con livelli di eccellenza. Marco Filippo Romano, nei panni di sir John è interprete interessante con una bella linea di canto mai sopra le righe e lontana da certi stereotipi caricaturali nei quali è facile cadere; il suo Falstaff è anzi molto interiorizzato, umano, quasi serioso e sostenuto da un timbro vocale sempre a fuoco e ben piegato alle sfumature richieste dal ruolo. Accanto a lui il Ford di Luca Micheletti, scenicamente e vocalmente impeccabile offre un’interpretazione ricca di contrasto emotivo tanto nella conversazione quanto nello scorno finale, sottolineando bene il distacco tra il marito geloso e l’intrepido Fontana. Una bella linea di canto la sua, con omogeneità di emissione in tutti i registri e solidità vocale. Nel comparto femminile Marta Mari, Alice Ford,  convince per bellezza di timbro ed interpretazione scenica, stilisticamente elegante anche se obnubilata nel registro grave. Anche la Mrs Meg di Marianna Mappa risulta interessante sotto tutti gli aspetti nonostante il suo personaggio brilli quasi più di luce riflessa non essendo ampiamente gratificato dalla scrittura verdiana. Istrionica, per caratterizzazione scenica, è Anna Maria Chiuri nei panni di Quickly, che muove l’azione facendola oscillare tra ironia e vis comica senza mai perdere di vista il focus vocale. Completa il quartetto vocale femminile la Nannetta di Vittoriana De Amicis, dotata di bei fiati adeguatamente sostenuti e gradevolissimi filati, soprattutto negli interventi con Fenton; purtroppo però tale bellezza vocale viene spesso sovrastata dal muro sonoro orchestrale. Sugli scudi il tenore Marco Ciaponi, innamorato Fenton, dotato di uno strumento sempre a fuoco, di limpido squillo e di rara precisione musicale ed interpretativa, adeguatamente disinvolto nel suo personaggio. Completano il cast i due innocui “bravi” Bardolfo e Pistola, rispettivamente Matteo Macchioni e Mariano Buccino, e il Cajus di Blagoj Nacoski. Sul podio Giuseppe Grazioli offre una lettura corretta e controllata ma senza mettere in luce la preziosa tavolozza timbrica della partitura, particolarmente nei primi due atti, trovando tuttavia dei buoni effetti nella scena boschiva del terzo. Qualche sporadica incertezza, anche nella dilatazione dei tempi, ha causato delle scollature tra buca e palcoscenico, fortunatamente risolte per la grandiosa fuga finale. Ottima come sempre la prova dell’orchestra areniana, forse un tantino ridondante nella fanfara degli ottoni e talvolta sovrastante le voci. Allo stesso modo il coro, preparato da Roberto Gabbiani, sempre adeguato alla scena e corretto nei suoi interventi. Pubblico abbastanza numeroso, si replica il 25, 27 e 29 marzo. Foto Ennevi per Fondazione Arena.