Brescia, CTB – Teatro Renato Borsoni: “The other side”

Brescia, CTB – Teatro Renato Borsoni, Stagione 2025/26
THE OTHER SIDE”
di Ariel Dorfman traduzione Alessandra Serra
Atom Roma GIGIO ALBERTI
Levana Julak ELISABETTA POZZI
La Guardia GIUSEPPE SARTORI
R
egia Marcela Serli
S
cene Maria Spazzi
C
ostumi Mateijka Horvat
M
usiche Daniele D’Angelo
Produzione Centro Teatrale Bresciano, La Contrada Teatro stabile di Trieste, Teatro Nazionale di Genova, Associazione Mittelfest in collaborazione con Teatro Stabile Sloveno di Trieste – Slovensko stalno gledališče
Brescia, 14 aprile 2026
Ariel Dorfman è uno dei drammaturghi più talentuosi del nostro tempo: esploso in tutto il mondo nel 1991 con “La morte e la fanciulla”, ha, fin dagli anni Ottanta, saputo costruire una personalissima semantica teatrale della guerra, non raccontandola dalla prospettiva epico-eroica dei protagonisti, ma ricostruendola attraverso le polifonie dei sopravvissuti, vittime e carnefici, soldati e civili, così da spogliarla del suo portato storico in senso stretto, e restituirla come esperienza essenzialmente umana, che, come direbbe Quasimodo, giunge fino a noi, dentro la nostra giornata; inoltre la drammaturgia dorfmaniana non manca mai di sviluppare spunti tratti dal teatro dell’assurdo, carattere che tinge di grottesco i suoi testi e lo avvicina al teatro di un suo collega e amico, l’americano Harold Pinter. Non fa eccezione “Dall’altra parte” del 2005, che comincia con lo small talk quotidiano di due anziani per poi allargarsi sulla loro condizione non solo di vittime di guerra, ma anche di costruttori di memoria, e, quindi, di pace. Fra i molti testi di Dorfman, questo è uno di quelli in cui la misura tra testimonianza di guerra e grottesco è meno calibrata, con un andamento che propende per il secondo, inframmezzato da lampi, che ci riportano con prepotenza sulla prima; questo lo rende un testo di non semplice ricezione, che non si libera mai da una rete di ambiguità che, in fin dei conti, finiscono per strangolarlo. In poche parole: in questo testo non succede nulla, né si scopre nulla; si riflette, d’accordo, e si sorride, ogni tanto, ma manca di forza drammaturgica, ogni conflitto rimane in sospeso, ogni velleità ermeneutica aperta, lasciando allo spettatore un senso di incompiuto che certamente vuole ricalcare l’incapacità della pace di compiersi, ma che, al contempo, non gode di sufficiente pregnanza per smuovere le coscienze. Si resta come si è entrati in sala, con tante domande, ma con poco batticuore. Nel caso di questa nuova coproduzione del Centro Teatrale Bresciano, poi, la regia – che avrebbe potuto (dovuto?) invece fornire un taglio meno sospeso, un punto di vista più chiaro – non aiuta di certo: Marcela Serli decide di non farsi vedere, di attenersi con scrupolo alle indicazioni sceniche presenti nel testo, e così anche la scenografa Maria Spiazzi ricrea minuziosamente ciò che Dorfman descrive – tutto giusto, ma anche tutto troppo prudente; il testo, pure, è quello già pubblicato da Einaudi (tradotto da Alessandra Serra, benché in questo caso si decida di usare inspiegabilmente il titolo originale, “The other side”) e non viene omessa praticamente nemmeno una sillaba. Insomma, si fa un gran parlare di classici contemporanei, ma se poi un testo di ventuno anni fa, a firma prestigiosa, lo si tratta come se fosse una Sacra Scrittura, allora viene da chiedersi perché metterlo in scena, quando potremmo limitarci a leggerlo. L’unica risposta che questa produzione sembra fornire è: per il puro gusto di vedere in scena Elisabetta Pozzi e Gigio Alberti – entrambi giganteschi, molto affiatati, ma, in sostanza, la Pozzi e l’Alberti che conosciamo già da diversi anni, niente di più e niente di meno; nessuno dei due, infatti, esce dal proprio altissimo standard recitativo, ma nessuno dei due si sbilancia fuori dalla sua rassicurante e mirabile gamma espressiva. E qui, di nuovo, il pensiero vola a una regia che, di fronte a due interpreti simili, lascia che facciano “solo” quello che sanno fare, senza pretendere, senza sorprenderci. Giuseppe Sartori, nel ruolo della Guardia, fornisce un’interessante variazione sul tema, ma, nel suo caso, è il ruolo ad essere il più sacrificato: il gelido e micragnoso esecutore degli ordini “di pace”, di fronte al rinfocolarsi della guerra avrebbe avuto un’ottima occasione per sviluppare una coscienza nuova, una violenza nuova, una vera ribellione – che invece qui si esaurisce in poche battute e un’esplosione che lo trancia via. E, per quanto la ricomposizione finale sia commossa e accorata, si rimane senza alcuna risposta dal testo. Cosa sono la guerra e la pace? Può esistere una guerra necessaria affinché tenga vivo l’anelito di pace? E, al contrario, non è forse la pace la condizione nella quale maturano i conflitti prima di deflagrare? E Atom e Levana, orbi del loro unico figlio, delle loro cittadinanze, delle loro proprietà, sono forse degli splendidi demoni, o degli angeli sterminatori? Ad essere onesti, visti i tempi che stiamo vivendo, forse sarebbe stato necessario ed appropriato potersi confrontare con delle idee a riguardo: ma se alle nostre domande risponde solo la loro stessa eco, probabilmente, non faciliteremo alcuna riflessione. Foto Mario Bobbio