Jean-Baptiste Lully (1632-1687): “Atys”

Atys. Tragédie en un prologue et cinq actes sur un livret de Philippe Quinault, créée à Saint-Germain-en-Laye en 1676. Matthew Newlin (Atys). Giuseppina Bridelli  (Cybèle). Ana Quintans (Sangaride). Andreas Wolf  (Célénus). Adrien Fournaison (Idas, Phobétor, Un songe funeste). Sophie Junker (Iris, Doris, Divinité de fontaine). Lore Binon (Mélisse, Divinité de fontaine). Valerio Contaldo (Morphée, Dieu de Fleuve). Geoffroy Buffière (Le Fleuve Sangar). Cyril Auvity (Le Sommeil, Phantase). Chœur de chambre de Namur. Cappella Mediterranea. Leonardo García-Alarcón (direttore)  Registrazione: 28-31 marzo 2023 presso lo Château de Versailles. T. Time: 77′ 57″ (CD 1) 77′ 18″ (CD2). 2CD Chateau de Versailles CVS 113
Rappresentata, per la prima volta, per la corte reale, il 10 gennaio 1676  presso il teatro dello Château de Saint-Germain-en-Laye, Atys fu un’opera per i tempi estremamente  moderna e rivoluzionaria, in quanto nella Francia, in cui era stata importata l’opera italiana dal cardinale Mazzarino, costituì la realizzazione più alta di quel genere tipicamente francese, la Tragédie-Lyrique, che fu creata da Jean-Baptiste Lully e dal suo librettista Philippe Quinault nell’ambiente della corte del Re Sole, che veniva così celebrato. In realtà  Atys,   presenta un legame più stretto, rispetto ad altre tragédie-liìyrique di Lully, con Luigi XIV, tanto da meritare l’appellativo di “opera del re”. Amante della musica e della danza, essendo lui stesso un provetto ballerino, il sovrano francese, infatti, non solo aveva partecipato alla sua preparazione ma era solito anche canticchiarne alcune delle sue arie. Protagonista è Atys, del quale sono innamorate Sangaride, promessa sposa del re Célénus, e la dea Cybèle che è in procinto di designare il suo sacerdote. Fedele a Célénus, da lui rassicurato quando il re, all’inizio del secondo atto, gli manifesta i suoi dubbi sull’amore di Sangaride, Atys, che, fino a quel momento ha disprezzato l’amore, sente la sua forza e prova un forte sentimento per la donna, promessa sposa del re, la quale, tra l’altro, non vorrebbe più sposarlo. Le divinità del sonno, però, svelano ad Atys l’amore di Cybèle nei suoi confronti e gli suggeriscono di sottomettersi, mentre Sangaride, ritenendo che il giovane ami la dea, accetta di sposare Célénus, ma alla fine del quarto atto il matrimonio è impedito proprio da Atys, il quale, dopo aver annunciato che Cybèle vorrebbe fare di Sangaride la sua sacerdotessa, la  rapisce. Nel quinto atto si consuma la tragedia per mano di Cybèle, la quale, gelosa, dopo aver svelato tutto a Célénus e aver convocato i due giovani innamorati, ordina ad Alecton, divinità infernale, di compiere un sortilegio su Atys. Questi scambia Sangaride per un mostro orribile e la uccide, ma, quando ritornato in sé, si trafigge, Cybèle, presa dal rimorso, trasforma Atys in pino, albero sacro i cui rami sono sempre verdi, per preservare il ricordo di questo amore. A distanza di 350 anni dalla prima rappresentazione resta il fascino di questo spettacolo sontuoso nel quale, oltre alla morte in scena del protagonista che costituisce una novità rispetto al coevo melodramma italiano, a colpire è il ruolo estremamente importante assegnato alla parola esaltata dalla prosodia del testo francese di Quinault. Ciò è evidente, soprattutto, nei recitativi, accompagnati dagli archi e non solo dal continuo, come in Italia, e rivoluzionari, nella concezione, rispetto a quelli dell’opera italiana appunto. A differenza del recitativo italiano, basato sull’imitazione del parlare naturale, quello lulliano si rifaceva, infatti, al modello della declamazione tipica della tragedia recitata che gli permetteva di ottenere quella espressività idonea a suscitare la commozione negli ascoltatori. A ciò doveva contribuire la musica il cui compito era quello di seguire il testo per esaltarne la struttura ritmica. Così, per uniformarsi al ritmo delle parole, il recitativo lulliano ricorreva all’alternanza libera di misure binarie e ternarie, ma il cambiamento della metrica non era percepibile grazie al sapiente uso della linea melodica caratterizzata da una dizione sillabica dove non mancavano rapide ripetizioni di note. Inoltre, per accentuare le cesure presenti dentro e alla fine del verso, Lully utilizzava una nota più lunga o una pausa. La parola era, dunque, estremamente importante per Lully che, per quest’opera, insieme al suo librettista Quinault si è ispirato a un episodio delle Metamorfosi di Ovidio. Pregevole questa incisione da parte della Cappella Mediterranea diretta da Leonardo García-Alarcón, nonostante manchi stranamente il prologo, nel quale, con un linguaggio allegorico si celebrava la conquista delle Fiandre da parte di Luigi XIV. La concertazione di García-Alarcón si segnala, comunque, per l’ottima scelta dei tempi, per la capacità di accompagnare le voci facendo risaltare la parola del testo e, soprattutto, per un approccio stilistico storicamente informato, evidente anche nei pezzi strumentali, come nel bellissimo preludio della scena del sonno del terzo atto, nel quale riesce a creare con cura l’atmosfera del mistero ben sottolineando le appoggiature della partitura. In generale si percepisce un approccio elegante, nel quale emerge il carattere regale e solenne di alcuni suoi passi come, per esempio, l’Adagio iniziale dell’Ouverture. Di ottimo livello anche la prova dei cantanti, tutti specialisti di questo repertorio, a partire da Matthew Newlin, che, dotato di una voce omogenea e ricca di armonici, riesce a far emergere bene, sul piano interpretativo, il lato umano di Atys, diviso tra l’amore e il dovere. Del pari umana, nel manifestare il suo amore e la sua gelosia e nel sapere insinuare il dubbio del tradimento nella mente di Célénus all’inizio dell’atto quinto, è la Cybèle di Giuseppina Bridelli, che sfoggia un’impeccabile dizione francese e un fraseggio curato. Le contrastanti passioni e i tormenti di Sangaride trovano un’interprete convincente in Ana Quintans che, come gli altri artisti, riesce, attraverso una declamazione efficace, a trovare accenti coinvolgenti. Una dizione impeccabile caratterizza l’autorevole, ma anche ricco di sentimenti, Célénus di Andreas Wolf, dotato di una voce dal bel timbro soprattutto nei suoni gravi. Di ottimo livello le prove del  Chœur de chambre de Namur e delle numerose parti di fianco che hanno interpretato anche più ruoli: Adrien Fournaison (Idas, Phobétor, Un songe funeste), Sophie Junker (Iris, Doris, Divinité de fontaine), Lore Binon (Mélisse, Divinité de fontaine), Valerio Contaldo (Morphée, Dieu de Fleuve), Geoffroy Buffière (Le Fleuve Sangar) e Cyril Auvity (Le Sommeil, Phantase).