Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791): Sonata n. 10 in do maggiore KV 330; Ludwig van Beethoven (1770 – 1827): Sonata n. 31 in la bemolle maggiore op. 110; Fryderyk Chopin (1810 – 1849): Sonata n. 2 in si bemolle minore op. 35. Joseph-Maurice Weder (pianoforte Steinway D-274). Registrazione: luglio 2025 presso il Kulturzentrum Immanuel. Produzione: Annette Schumacher. Ingegnere del suono: Manfred Schumacher. T. Time: 66′ 05″ 1 CD Ars Produktion 2025.
Nell’olimpo delle pubblicazioni discografiche contemporanee, dove l’edonismo atletico spesso prevale sulla speculazione filosofica, la recente e preziosa gemma editoriale di Ars Produktion, intitolata significativamente Reflections, si pone come un’operazione di densità intellettuale quasi anacronistica. Il pianista svizzero Joseph-Maurice Weder non si limita a collazionare tre monumenti della letteratura tastieristica. Egli delinea un’autobiografia spirituale attraverso il confronto diretto con una costellazione di giganti: Wolfgang Amadeus Mozart, Ludwig van Beethoven e Fryderyk Chopin. Tre astri che l’interprete allinea in un’unica, sfolgorante visione artistica. Questo album è un autoritratto sonoro in cui l’ascolto si trasmuta in indagine fenomenologica, un viaggio dove l’interprete misura la propria maturità artistica sfidando le vette dell’assoluto. L’incipit, affidato alla Sonata n. 10 in do maggiore KV 330 di Wolfgang Amadeus Mozart, non è una mera concessione all’estetica classicista, ma una dichiarazione d’intenti ontologica. Weder affronta l’Allegro moderato con un’articolazione cristallina, priva di edulcorazioni, dove ogni nota appare come un punto di luce zenitale in un equilibrio perfetto tra levità e rigore. La “sovranità tecnica” lodata dal violoncellista francese Gautier Capuçon si traduce qui in un controllo dinamico millimetrico: il pianista non si limita all’esecuzione, ma abita lo spazio mozartiano con una delicatezza artistica che rifugge ogni leziosaggine. L’Andante cantabile emerge con una fragilità disarmante, un dialogo tra sé e il proprio passato che trasforma la cellula melodica in una confessione sottovoce, risolta in un fraseggio di rara nobiltà. Il ciclo si compie nell’Allegretto finale, dove il tocco del pianista si fa ludico, ma mai superficiale. Qui, la brillantezza esecutiva non è fine a se stessa, ma serve a restituire quel senso di risveglio e di gioia pura che la penna mozartiana sa infondere anche nelle architetture più complesse, immergendo l’ascoltatore in uno stato di grazia luminosa. Il baricentro ermeneutico dell’album risiede nella Sonata n. 31 in la bemolle maggiore op. 110. In queste pagine tardo-beethoveniane, tra i massimi vertici del pensiero occidentale, Weder dimostra una metanoia interpretativa che trascende il dato testuale. Il Moderato cantabile molto espressivo fluisce con un’aulicità d’accento che evoca la grande scuola pianistica europea, seguita dal vigore icastico dell’Allegro molto. Ma è nell’Adagio ma non troppo che la lettura si fa confessione, attraverso un canto dolente sbalzato con ieratica nobiltà, mentre la gestione della Fuga finale in Allegro ma non troppo è un capolavoro di architettura sonora. Non vi è sforzo epico, ma una tensione intellettuale che risolve le asperità contrappuntistiche in un’ascesa verso un fulgore assoluto. Sotto le dita di Weder, il rigore del contrappunto si trasforma in anabasi psicologica: un percorso sublimante dove la forma vince sulla sofferenza, guidando l’ascoltatore fino a una luce purissima che suggella quel processo di rinascita descritto dall’artista come parte integrante della propria identità. La Sonata n. 2 in si bemolle minore op. 35 di Fryderyk Chopin chiude il cerchio delle “riflessioni” con una forza tellurica. Weder affronta il Grave – Doppio movimento – Agitato con un’urgenza che è al contempo analitica e viscerale, senza mai smarrire il controllo della struttura, per poi catapultare l’ascoltatore nelle asperità dello Scherzo. In questo secondo movimento, il pianista scolpisce i contrasti dinamici con giusta energia muscolare e nervosa, rendendo la sezione centrale del Più lento un’oasi di lirismo sospeso prima del ritorno della tempesta. Ma è nella celebre Marche funèbre che l’interprete tocca apici d’assoluto magistero: il ritmo è solenne, implacabile, eppure il suono non si indurisce mai, mantenendo una qualità lirica che rende il lutto universale e metafisico, privo di ogni afflato lacrimevole. Il conclusivo Finale: Presto, inteso come quel leggendario soffio di vento sulle tombe, viene risolto con un’impalpabilità spettrale, un turbine di note in cui la materia svanisce per lasciare posto a un’ombra sonora inquietante, suggello perfetto di un confronto con i giganti che non ammette compromessi. Sotto il profilo tecnico la registrazione, catturata nel luglio 2025 presso il Kulturzentrum Immanuel dalla sapiente regia di Manfred e Annette Schumacher, è un prodigio di fedeltà audiofila. Lo splendido Steinway D-274, curato dai tecnici Oliver Weidtman e Thomas Henke, risponde alle sollecitazioni di Weder con una paletta timbrica inesauribile, dai pianissimi eterei alle proiezioni quasi orchestrali delle sezioni chopiniane. Reflections non è soltanto un disco, ma un atto di comprensione umana che si dipana attraverso una precisa e consapevole architettura sonora. Il viaggio di Joseph-Maurice Weder si compie come una parabola necessaria: parte dal Do maggiore solare di Mozart, emblema di una purezza apollinea e sorgiva, attraversa il La bemolle maggiore di Beethoven, luogo della nobiltà d’animo e della trascendenza spirituale, per approdare, infine, al Si bemolle minore di Chopin, dove ognuno è chiamato a misurarsi con l’oscurità e l’abisso dell’io. Laddove interpretazioni storiche hanno spesso ridotto Mozart a un’eterea e leziosa compostezza, enfatizzato il titanismo di Beethoven o il sentimentalismo di Chopin, Weder sceglie una via terza: quella di un rigore analitico che non soffoca l’emozione, ma la distilla, scavando nel profondo. In questo percorso, Weder ci consegna una prova di un’onestà abbacinante, confermandosi interprete capace di far vibrare e brillare le onnipotenti sonorità dei classici, con una sensibilità squisitamente moderna. È un’opera che incanta per la nuda verità espressiva con cui l’artista si è posto dinanzi alla storia, rendendo chi ascolta partecipe di una trasfigurante catarsi. Qui, in questo spazio di riflessione pura, la musica cessa infine di essere spartito per farsi respiro dell’anima.
Joseph-Maurice Weder: “Reflections” – Mozart, Beethoven, Chopin