Milano, Teatro alla Scala: “Turandot”

Milano, Teatro alla Scala, Stagione d’Opera 2025/26
TURANDOT”
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni

Musica di Giacomo Puccini (completamento del terzo atto di Franco Alfano)
La principessa Turandot ANNA PIROZZI
L’imperatore Altoum GREGORY BONFATTI
Timur RICCARDO ZANELLATO
Il Principe Ignoto (Calaf) ROBERTO ALAGNA
Liù SELENE ZANETTI
Ping BIAGIO PIZZUTI
Pang PAOLO ANTOGNETTI
Pong FRANCESCO PITTARI
Un Mandarino ALBERTO PETRICCA
Prima ancella SILVIA SPRUZZOLA
Seconda ancella VITTORIA VIMERCATI
Il principino di Persia HAIYANG GUO
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Nicola Luisotti
Maestro del Coro Alberto Malazzi
Regia Davide Livermore
Scene Eleonora Peronetti, Paolo Gep Cucco, Davide Livermore
Costumi Mariana Fracasso
Luci Antonio Castro
Video D-Wok
Milano, 24 aprile 2025
Fa sempre piacere constatare che La Scala sia ancora in grado di mantenere i propri standard all’altezza delle aspettative; questa ripresa di “Turandot” di Puccini, nel centenario dalla prima assoluta, incanta sotto diversi punti di vista, specialmente quelli musicali: il cast, infatti, esprime per lo più talenti adamantini, che sanno modellarsi sui personaggi nel pieno rispetto della gloriosa tradizione di quest’opera. L’unico aggettivo per definire la Turandot di Anna Pirozzi è superba: ha la cavata, la solidità tecnica e un fraseggio sempre attento e sensibile, lontano da stereotipi granitici del personaggio; anche sul piano scenico la Pirozzi si destreggia tra costumi ingombranti, scalinate d’antan, praticabili volanti, e, soprattutto (probabilmente l’idea registica più interessante) con il suo doppio, la principessa Lo-u-ling, che ne guida i movimenti in un gioco di interessanti parallelismi. Accanto a lei Roberto Alagna, un Calaf navigato e solido, che sa regalare momenti di autentico fulgore vocale: la bellezza del timbro, l’ottima proiezione, l’eleganza del portare la frase ne confermano il grande valore interpretativo; la ben nota personalità scenica del tenore, poi, completa il quadro di questo artista. L’inizialemte timida Liù di Selene Zanetti, mostra un timbro vellutato, i caldi armonici, un bell’uso delle mezzevoci e del fraseggio, soprattutto nel terzo atto. Il Timur di Riccardo Zanellato pure si caratterizza per la voce ricca e la dizione singolarmente scolpita, oltre che per l’apprezzabile coinvolgimento scenico – così come l’Altoum di Gregory Bonfatti, che, al netto dell’immagine bislacca che gli conferisce la regia, rivela ancora una certa freschezza, scevra da caricature senili che talvolta si vogliono imprimere al personaggio. Molto riuscite, sotto l’aspetto scenico, le performance delle tre “maschere”: Biagio Pizzuti è un Ping anche vocalmente piuttosto focalizzato, dalla tecnica sicura e la bella linea di canto, vero leader del terzetto in ogni sua apparizione; accanto a lui troviamo un Pang parimenti ben caratterizzato (Paolo Antognetti) e un Pong forse non in serata, un po’ in affanno (Francesco Pittari). Gradevole sorpresa, invece, il Mandarino di Alberto Petricca, dall’emissione solida; ben cantati anche gli altri ruoli: il principino di Persia (Haiyang Guo) e le ancelle (Silvia Spruzzola e Vittoria Vimercati). Il vero valore aggiunto della recita è stato il Coro del teatro – perfettamente istruito dal maestro Alberto Malazzi – che regala momenti autenticamente sublimi, soprattutto nel primo atto e nel finale, sia per la coesione vocale che per il coinvolgimento scenico e l’adesione alle molte idee registiche. Infine, la bacchetta di Nicola Luisotti dirige l’ottima compagine orchestrale con enfasi un po’ forzata – specie nel primo atto: è bene ricavare il meglio da ogni strumento, ma talvolta sfugge il controllo dei decibel, o l’effettivo senso di insieme; inoltre anche le agogiche, in alcuni punti, sembrano rubare qualche frazione di troppo, stridendo con la tradizione della partitura cui lo spettatore può essere abituato; a parte questi aspetti, però, la gestione di scena e buca è quasi sempre in piena sintonia, e apprezziamo la scelta di eseguire il finale Alfano II, dopo una breve pausa – d’applauso – nel punto in cui Puccini interruppe la scrittura. Sulla regia e l’assetto scenico già si è espresso, su questo magazine (qui), un punto di vista condivisibile, tuttavia ci sentiamo anche di spezzare una lancia in favore del grand bazaar chinois che Davide Livermore e i suoi portano in scena – che sì, è davvero troppo, un carosello di trovate tutte belle, prese singolarmente, ma che insieme sorpassano i confini del buon gusto: “Turandot” non ha nulla di realistico, è “al tempo delle favole”, quindi è una delle poche opere con cui si può coscientemente fare un po’ tutto quello che si vuole, a seconda del concetto di “favola” che uno ha in testa. Livermore – come anche altri registi – ha un’idea post-apocalittica della favola, tra Blade Runner e Old Boy, nella quale si mescolano i sobborghi di Shanghai e la mitologia, L’ultimo Imperatore e Mulan, il ristorante cinese e la Città Proibita, in un gran bollito all’orientale senza dubbio gustoso, ma di digestione non immediata. Altri, probabilmente, hanno in mente favole più edificanti, o rassicuranti, o magari solo più semplici, ognuno ha le proprie. Questa è la favola di Davide Livermore, un’ubriacatura per l’occhio, un vero spectacle che, furbescamente, regala allo spettatore quel tanto che basta per non disorientarlo e per il resto lo frastorna di colori, movimenti, figuranti, danze, schermi. Ci piace? In effetti no, ma nemmeno danneggia la comprensione o la ricezione dell’opera. Insomma, ad maiora. Foto Brescia & Amisano