Milano, Teatro Elfo-Puccini, Stagione 2025/26
“IL RAGGIO BIANCO”
di Sergio Pierattini
Anna MILVIA MARIGLIANO
Giulia LINDA GENNARI
Matteo RAFFAELE BRANCA
Regia di Arturo Cirillo
Scene Dario Gessati
Costumi Gianluca Falaschi, Anna Missaglia
Musiche Paolo Coletta
Luci Aldo Mantovani
Produzione Teatro Nazionale di Genova e Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
Milano, 07 aprile 2026
Una madre, una figlia, un cugino lontano che viene a sparigliare la loro fragile quotidianità: questi gli ingredienti de “Il raggio bianco”, dramma dalle venature thriller e dalle tinte grottesche che Sergio Pierattini ha già proposto sulle scene con
un buon consenso di pubblico e critica – e che ha già avuto l’onore delle stampe nel 2011. La drammaturgia di Pierattini è di rassicurante novecentismo, del tutto scevra da pretese sperimentali, ma debitrice semmai soprattutto al primo Testori, allo Williams più ispirato, anche a certa comicità italiana di tradizione, tutti elementi che ne “Il raggio bianco“ diventano approdi sicuri, spinte che consentono al vascello dello spettatore di veleggiare comodamente tra i fluviali monologhi della madre, le nervose, sovresposte recriminazioni della figlia, le bugie adolescenziali del cugino. Insomma, questo testo funziona, e le sue pretese di tensione non rimangono tali, ma sviluppano un’intensa rete di rimandi, capace di incollare alla poltrona lo spettatore. Largo merito di questa riuscita va tuttavia riconosciuto alle due protagoniste, pur nella loro estrema diversità; Milvia Marigliano è Anna la mattatrice, la madre monstrum dall’instancabile favella, erede diretta di Amanda Wingfield e Violet Venable, ma il cui piglio meneghino ci ricorda anche Franca Valeri e la Maria Brasca: la sua è
un’interpretazione che, al giorno d’oggi, ha quasi del miracoloso, per l’assoluta maestria con cui padroneggia tutte le mezzetinte, le sfumature vocali ed espressive con cui tratteggia se stessa e il mondo attorno a lei – un mondo che si crea dai suoi ricordi, dalle sue narrazioni, abbandonando per tutti (personaggi e spettatori) gli ormeggi del reale propriamente detto; accanto a lei Linda Gennari, pur ponendosi ai suoi antipodi, ottiene un risultato quasi altrettanto positivo: la Gennari parla in dizione, non tradisce una cadenza, sviluppa il personaggio a partire dal corpo – tic, piccole nevrosi, gesti semiabortiti, tutti attentamente sviluppati per tracciare una mappa anche fisica della fragilità della sua Giulia; è una ragazza “difficile” questa Giulia: post-adolescente, oppositiva, e al contempo disperatamente bisognosa di affetto, che cerca in tutti nella maniera sbagliata – nella madre di cui si vergogna, nel ricordo del padre defunto, nel cugino
che le sembra arrivare da un altrove salvifico. La Gennari ancora una volta ci guida con la sua vocalità grave dalle tinte sofferte alla scoperta di un personaggio che si rivela, minuto dopo minuto, come il più problematico, dietro la maschera di ragazza “onesta”. Raffaele Branca, nel ruolo del cugino Matteo, non regge il confronto con le due colleghe: l’interpretazione è forse un po’ più superficiale e generica, quando, in realtà, avrebbe potuto emergere come uno Stanley Kowalski, come una figura da romanzo hard boiled americano, tagliente e brutale allo stesso tempo; Branca enfatizza invece soprattutto gli aspetti più giovanili del personaggio, quelli con cui attrae la mai cresciuta Giulia, ma senza spingere verso un’effettiva crudeltà, negandogli una rappresentazione più tonda e meno stilizzata. La regia di Arturo Cirillo è molto discreta, si incastona nella funzionale scenografia di Dario Gessati, e gode soprattutto del disegno luci di Aldo Mantovani, vero valore aggiunto della messa in scena, tra riproduzioni ambientali e momenti di straniamento interiore; apprezziamo, tuttavia, il tono defilato della regia, giacché un intervento più invasivo sul testo e i personaggi avrebbe probabilmente mancato di valorizzarli, soprattutto per quanto riguarda Anna e Giulia: così, invece, ci sentiamo i fortunati guardoni di un’intimità divergente e tenerissima, una soffocante e amara relazionalità che, in fin dei conti, si risolve nella nebbia di una Milano eternamente periferica e disperatamente fuorilegge – una Milano che, forse, esiste solo nelle novelle di Scerbanenco e nei torrenziali mémoires di Anna… o forse no. Foto Giulia Ferrando
Milano, Teatro Elfo-Puccini: “Il raggio bianco”