Modena, Teatro Comunale Pavarotti-Freni, Stagione Opera 2025/2026
“CARMEN”
Opera in quattro atti dal racconto di Prosper Mérimée su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy
Musica di Georges Bizet
Carmen ANNALISA STROPPA
Don José JOSEPH DAHDAH
Escamillo GIANLUCA FAILLA
Micaëla JAQUELINA LIVIERI
Frasquita DONATELLA DE LUCA
Mercédès ELENA ANTONINI
Dancario WILLIAM ALLIONE
Remendado MATTEO URBANI
Zuniga TIZIANO ROSATI
Morales MATTEO TORCASO
Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini
Coro Lirico di Modena
Coro di Voci Bianche del Teatro Comunale di Modena
Direttore Audrey Saint-Gil
Maestro del coro Giovanni Farina
Maestro del coro di Voci Bianche Paolo Gattolin
Regia Stefano Vizioli
Regista collaboratore e coreografo Pierluigi Vanelli
Scene Emanuele Sinisi
Costumi Anna Maria Heinreich
Luci Vincenzo Raponi
Progetto di videomapping e visual art Imaginarium Studio
Modena, 10 aprile 2026
Quando richieste d’indicare un esempio di Opéra-Comique, le persone di garbo e ben istruite non mancano mai di citare per prima la Carmen, badando bene di pronunciare il titolo alla francese. Ed è proprio vero che comique non vuol dire buffo. Eppure pare altrettanto vero che gli habituées dell’Operà-Comique ebbero più di qualche esitazione a riconoscere in quest’opera, al suo debutto, un canonico esempio del genere di spettacolo
che di norma si dava nel loro teatro. L’ultimo quadro, della corrida, è il più esuberante di color locale e drammaticità, con l’azione che si svolge sui due piani: al di fuori della Plaza de Toros, dove viene uccisa Carmen, e all’interno di quella, dove viene ucciso il toro. Altro che femminicidio: l’esasperato tenore non accoltella una donna qualsiasi, una zingara, ma la forza inestinguibile e cieca della Natura (vedi «volontà» in Schopenhauer, ma vedi anche Nietzsche). Tornando alle forme: le persone a modo di cui sopra sono chiamate ad esprimere sentimenti di sdegno per la scelta modenese di ricorrere ai recitativi di Ernest Guiraud. Non siamo però ipocriti: merito del successo planetario dell’opera è soprattutto loro, dei recitativi musicati, invero assai ossequiosi e ben confezionati, nonché dell’altrettanto aborrita dai benpensanti versione ritmica italiana.
Senza di quelli e di questa, forse oggi chi volesse ascoltare una Carmen non la troverebbe in cartellone se non al solo Festival di Wexford (dedicato alle opere rare e dimenticate, nda). E tuttavia, alla tenera età di centocinquanta e un anni, parrebbe tempo per la piccola Carmen di camminare senza il girello di Guiraud, ma coi recitativi parlati: come, del resto, fa già e da un bel pezzo in tutto il mondo civilizzato. Altro aspetto che oggi non si può più fingere d’ignorare è quello della spettacolarità che questo titolo, più che suggerire, dispoticamente pretende: come dimostra la produzione originaria dell’Opéra-Comique, lo scorso anno minuziosamente e meritoriamente ricostruita e poi portata sulla scena dal Palazzetto Bru Zane. Quello della regia è un lavoro intellettuale, certo, che scomoda alti concetti, ammantati di grande fascino. Ma anche un lavoro umile, fatto di entrate e di uscite, di posizioni e di consimili prosaiche necessità. Sicché va molto
bene con un tulle separare gli amanti e dietro al tulle far comparire, nell’aria della morte, i morti, ergentisi dai sepolcri come Farinata («dalla cintola in su tutto ‘l vedrai»), ma va meno bene evadere il tributo al color locale (senza peraltro riuscirvi del tutto: alla fine qualche toreador deve saltar fuori, e la Carmen esser inequivocabile vestita da Carmen), e non va bene affatto che disciplinati attraversamenti pedonali da sinistra a destra e da destra a sinistra vengano spacciati per movimentazione delle masse o, addirittura, per coreografie. Insomma: si possono avere grandi idee per la testa, ma ci vuole anche un minimo di sintassi per esprimerle. Peccato: ma, com’è ovvio e com’è sempre, questo non significa che la regia di Stefano Vizioli sia tutta da buttare. Niente male, ad esempio, l’apparizione delle sigaraie dal nero insondabile dell’alterità femminina, o il tappeto di rose rosse che taglia la scena di ruderi, post bellici ma candidissimi, ribaltandoli in un
suggestivo interno psicologico (le scene sono di Emanuele Sinisi). Ma forse se quella scena è riuscita tanto meglio di altre è merito anche e soprattutto di Joseph Dahdah, che canta con garbo, con gusto, e con ottimo francese, bel timbro e volume gagliardo: solo qualche occasionale fiaccatura nella tenuta dello smalto sugli acuti. Splendida Annalisa Stroppa nel ruolo del titolo, cui dona voce solidissima e brunita e tornita ma mai da orca, come ancora troppo spesso capita di sentire da chi disponga di petto prorompente e voglia sbattercelo sotto le orecchie: anzi sempre sottilmente languida, ambigua, ammiccante. La cantante allude con maestria d’artista, mentre invece l’attrice è più esplicita. Jaquelina Livieri canta Micaëla nel teatro che porta (anche) il nome della massima Micaëla della Storia, e riscuote entusiastico consenso: il timbro è bello, ma attenzione all’affacciarsi d’un vibrato piuttosto intenso e di un retrogusto acidulo man mano che si sale. Gianluca Failla è un Escamillo non tonitruante, il che va benissimo, e dal timbro luminoso, il che pure va benissimo: ma che, come il rivale Josè, manca forse di quella ferina, straripante personalità da maschio alfa, tipico di certe vecchie esecuzioni, ovviamente esecrate dagli spiriti raffinati. Completano assai degnamente il cast Donatella De Luca ed Elena Antonini, Frasquita e Mercédès luminose, che come anche
l’ottimo Matteo Urbani, Remendado, vengono dal Corso di Alto Perfezionamento del Comunale. Come lui, il collega Dancario, William Allione, è decisamente più a fuoco vocalmente che registicamente. Bravi anche Zuniga e Morales, Tiziano Rosati e Matteo Torcaso. La direzione di Audrey Saint-Gil, sul podio della Toscanini, molto divertita e molto acclamata, è in realtà d’un sano, onesto, efficiente pragmatismo. Ma le ali della poesia si spiegano unicamente per l’Entr’acte delle montagne, con un sognante assolo che si arroga tutte le sue sacrosante libertà nel fluttuare del tempo: così si fa. Ottimi i cori, al netto delle surricordate marcette sceniche, di Voci Bianche del Comunale diretto da Paolo Gattolin e Lirico di Modena diretto da Giovanni Farina. Eppure, un po’ d’imbarazzo resta: chissà perché, questo Don Giovanni al femminile, benché prodotto di autentico genio, ha oggi qualcosa di insopprimibilmente old-fashioned. Foto © Rolando Paolo Guerzoni
Modena, Teatro Comunale Pavarotti-Freni: “Carmen”