Napoli, MANN: “Parthenope. La Sirena e la città”

Napoli, MANN
PARTHENOPE. LA SIRENA E LA CITTA’
Promozione e direzione Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Curatela Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso, Laura Forte
Sostegno e valorizzazione Regione Campania, Scabec – Società Campana Beni Culturali, Campania Artecard
Servizi e partner CoopCulture, servizi educativi Caronte S.p.A., supporto tecnico e didattico
Interventi contemporanei Francisco Bosoletti, opera site-specific
Napoli, 03 aprile 2026
C’è un momento, entrando nella mostra Parthenope. La Sirena e la città al museo archeologico nazionale di Napoli, in cui capisci che non stai solo guardando dei reperti, ma stai penetrando in un racconto vivo attraverso l’onda del tempo. Un’onda come quelle che, secondo il mito, portarono il corpo della sirena fino alle rive dove sarebbe nata Napoli. L’impressione non è dunque quella di trovarsi in un’ennesima mostra identitaria e rassicurante per una città da cartolina, ma si intravvede il progetto ambizioso che è quello forse di restituire il mito fondativo come costruzione stratificata, fragile, continuamente riscritta ed è questo che ci porta a lasciarci attraversare da quella voce remota. Il percorso si apre con le testimonianze più antiche, frammenti ceramici e iscrizioni tra le quali spiccano le ceramiche a figure nere provenienti dalla Magna Grecia, sirene arcaiche con i loro occhi spalancati orlati di nero che non seducono ma interrogano. Le più antiche hanno volto umano su corpi di uccelli come severi enigmi, sui vasi di Corinto e dalle colonie dell’Asia Minore. I reperti provenienti da Pizzofalcone e dall’antica Neapolis  sono particolarmente suggestivi: elementi architettonici, monete, piccoli oggeti di culto domestico. La testimonianza forse più straordinaria, del VIII secolo aC , precedente di poco l’Odissea, riporta una figuretta alata e racconta quindi che nell’immaginario dei greci che si stavano insediando sul promontorio di Pizzofalcone  esisteva già la sirena, ben prima che il poeta Licofrone raccontasse del volo fatale di Parthenope che, umiliata per non aver sedotto Ulisse, si lasciò cadere. Reperti di epoca romana mostrano come il mito si sia progressivamente dissolto nella quotidianità. Ma negli affreschi, nei piccoli bronzi e in certe monete, la sirena rimane come traccia: piccole teste femminili, onde stilizzate. E proprio in questa sparizione si misura la sua forza, non è più necessario raffigurare ciò che è divenuto permanenza invisibile. Di questo progetto, colpisce anche la natura corale della curatela, affidata a un comitato scientifico multidisciplinare, sostenuto da Soprintendenza e università campane. Questa pluralità garantisce un respiro ampio che abbraccia archeologia, storia dell’arte, antropologia e cultura visuale contemporanea. La regia istituzionale del direttore Francesco Sirano emerge soprattutto nella gestione dei materiali, nella valorizzazione dei depositi e nella scelta di attivare prestiti internazionali. Oltre 250 opere provenienti da più di 40 musei italiani e internazionali ampliano il campo semantico della sirena e costituiscono una costellazione di riferimenti al centro della quale vi è una Napoli vista nel contesto mediterraneo e oltre. L’allestimento adotta un linguaggio archeologico classico, con teche nitide e scansione spaziale che privilegia l’osservazione, dove l’intento è quello di non spettacolarizzare il mito, ma di lasciare che emerga dai materiali. I pannelli sono chiari, densi di informazioni ma gradevoli e la fruibilità complessiva è buona. Luci ben calibrate risultano morbide e quasi intime sui reperti. Rigore, misura, profondità: il MANN mostra il meglio di sé. L’installazione di Francisco Bosoletti nell’atrio riesce nell’intento di riportare il mito al presente, così come in un rituale. Qui la mostra si libera dell’apparato accademico e respira. Il percorso delinea con chiarezza la complessità della figura di Parthenope nel suo arco di trasformazione attraverso i secoli, dalla donna-uccello arcaica, alla donna-pesce letale. Alcune sirene arrivano da contesti funerari e qui si insinua il tema della soglia. Il legame di Parthenope con il culto e la morte è testimoniato dai molti vasi per unguenti a forma di sirena in contesti funerari e dallo stesso mito di Demetra, che manda le sirene sue compagne a cercare la figlia Persefone, rapita da Ade e signora dell’oltretomba.  Esseri liminari, fra terra e mare, animale e umano, le sirene si muovono anche sul confine estremo della vita. Non sono ancora le sirene romantiche della tradizione moderna, ma creature ibride, inquietanti, queste custodi del passaggio. In questo senso Parthenope è simbolo di qualcosa che Napoli è sempre stata: una città di confine. Custode della soglia, la sirena protegge anche le fanciulle che diventano donne e spose. Ma nel Medioevo viene moralizzata, perde le ali, forse “lost in translation” nel Liber Monstruorum di anonimo inglese che sancisce il suo passaggio a “puella marina”. La sirena è ora monster, creatura ibrida e pericolosa, esiliata nelle profondità marine diviene anche sinonimo di prostituta, incarnazione del feminino che porta gli uomini alla perdizione. Nei due secoli di dominazione spagnola, dal ‘500 al ‘700 Parthenope diviene allegoria delle città anche come mito musicale, protagonista di cantate e serenate nelle feste di corte, nei vari melodrammi a lei intitolati che arrivano fino all’800, quando al teatro S.Carlo di diede ‘Il sogno di Parthenope’ Di Mayr. Nello stesso teatro dopo l’incendio che lo devastò, l’architetto Niccolini pose una sirena sul frontone come simbolo di rinascita. Così è anche nella fontana delle zizze, la cui sirena spegne il Vesuvio con l’acqua dei suoi seni. Mentre nel palazzo della provincia nell’immediato secondo dopoguerra, il pannello con la sirena sostituì quello con i ritratti del quadrumvirato fascista, anche là ad indicare una rinascita. Oggi la sirena si fa allegoria, icona, decorazione, ed è nei brand commerciali, nell’estetica urbana. È dovunque e da nessuna parte, e rischia di svuotarsi. La mostra intercetta questa fragilità, nella metafora di seduzione turistica in una città che vive di contraddizioni. Molte città sono nate da un mito di sangue, Napoli nasce da un volo spezzato, da una morte cercata. Il rapporto tra Napoli e la sua sirena non è mai stato stabile, il suo canto non è mai stato rassicurante. Forse non è un’origine da celebrare, ma una domanda sull’oggi quello che rimane, e il MANN prova a rispondere con gli strumenti dell’archeologia e dell’arte ma ha cura di lasciare aperta la domanda.