Napoli, Teatro Mercadante: “Il Misantropo”

Napoli, Teatro Mercadante
IL MISANTROPO
di Molière

progetto e collaborazione alla traduzione Andrée Ruth Shammah e Luca Micheletti
regia Andrée Ruth Shammah
traduzione Valerio Magrelli
con Fausto Cabra
e con (o.a.) Marco BalbiBea BarretManuel BonvinoAngelo Di GenioFilippo LaiMargherita LaterzaFrancesco MaisettiEdoardo RivoiraEmilia Scarpati FanettiAndrea Soffiantini
e la partecipazione di Corrado d’Elia
scene Margherita Palli
costumi Giovanna Buzzi
luci Fabrizio Ballini
musiche Michele Tadini
costumi realizzati da LowCostume in collaborazione con la sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni
produzione Teatro Franco Parenti, Fondazione Teatro della Toscana
Napoli, 08 aprile 2026
Al teatro Mercadante, il Misantropo di Molière torna a vibrare come una corda tesa fra i secoli e Andrée Ruth Shammah fa sì che il dramma torni ad interrogarci. Sulla scena aperta, appare un fattorino in tuta fiammante che colloca una sedia, rassetta dei cuscini. È un cenno brechtiano? Viene da chiedersi. Infatti di là a poco, il giovane si toglie la tuta rivelando il costume di scena da valletto.  Subito entra Alcesti, in nero, col suo umore “atrabiliare” e la sua guerra all’ipocrisia del mondo. Se il messaggio brechtiano era quello di un teatro politico che ci spinga a essere critici e a “non prendere per normale ciò che è solo usale”, quale migliore e più geniale introduzione di quel valletto, al tema che tormenta lo stesso Misantropo. La regia di Shammah è da subito nella respirazione stessa dello spettacolo, con un impianto coerente col suo lungo percorso di rilettura dei classici: architettura scenica elegante ed essenziale e centralità della parola e degli attori, che si muovono secondo una partitura rigorosa, su un equilibrio dove il gesto non eccede mai il verso. Shammah non cerca l’effetto né facili attualizzazioni, ma lascia che sia il testo a rivelare la sua modernità. La traduzione del verso alessandrino, molto francese, in settenari incrociati, ad opera di Luca Negrelli con la collaborazione di Luca Micheletti, diventa trasposizione musicale che scorre con grazia lieve. Al centro del racconto Alcesti, il misantropo, uomo dalla morale cristallina, o forse folle estremista che aspira all’assoluta sincerità e deplora ogni compromesso sociale sia pure innocente. Ma, e qui il dramma, il giovane è innamorato perdutamente di Célimène, la bella star del gossip, emblema della frivolezza e dell’ipocrisia aristocratica, che adora flirtare coi suoi molti corteggiatori. Fausto Cabra fa vivere la contraddizione di Alcesti alternando durezza morale e fragilità emotiva, rigidità e slanci con vibrante naturalezza. È una prova tecnica di grande disciplina, dizione netta, velocità, controllo del microgesto. Attorno a lui una compagnia che funziona come contrappunto in un meccanismo impeccabile. In sfarzosi abiti pastello, gira il carosello di personaggi che non diventano mai macchiette, ma sono scolpiti in modo credibile. Bea Barret è una Célimène una giovane intelligente e fragile sotto la brillantezza, così contemporanea nel suo giocare con le regole sociali e nel suo rifiuto di seguire le norme che Alcesti vorrebbe imporle “con quella voce da padrone”. Convince anche il razionale re del compromesso che sa essere anche affettuoso amico per Alcesti, il Philinte di Angelo di Genio, misurato e credibile. Un esilarante Corrado d’Elia nel ruolo di Oronte, corteggiatore di Célimène e autore di una orrenda poesia che Alcesti critica velenosamente facendo di Oronte suo nemico giurato. Si crea un gioco di relazioni amicali e sociali credibile e coinvolgente nel quale lo spettatore ritrova continuamente sé stesso. I costumi di Giovanna Buzzi richiamano fedelmente l’epoca di Re Sole, ma il simbolismo cromatico oltre che delizia estetica è introspezione psicologica dei personaggi. Il nero di Alcesti non riflette alcuna luce, il grigio di Philinte veste la sua lucida moderazione, mentre Célimène è fasciata in un tono di oro freddo. Nel suo salotto si dipana questa amara commedia umana. L’ambiente disegnato da Margherita Palli è semplice e complesso come l’anima della vicenda. Un rigore neoclassico ordina pochi elementi, due portefinestre alludono a uno spazio esterno aperto, nelle tre aperture sul fondo appaiono luci morbide di candele accese e si muovono i due servitori che a tratti fungono da coro tragico. Tende rosse come sipari davanti e di lato vengono aperte, chiuse, violate, quasi come quinte della nostra interiorità, creano improvvisi primi piani e poi li cancellano. Su tutto si spandono le luci di Fabrizio Belli, sobrie e contenute, che a momenti si fondono con quelle ‘finte’ di candele e lampadari di scena, o vengono da queste sostituite, riproponendo così l’impianto concettuale verità versus apparenza. Il tappeto sonoro di Michele Tandini è fatto di pochi elementi rarefatti, sono frammenti e accenni che lasciano lo spazio dell’ascolto alla parola, scompaiono dentro la scena ma lasciano una tensione sottile, coerente col carattere “amaro e perturbante” dello spettacolo. Il Misantropo di Moliére non ebbe subito successo, infatti. Fu percepita come un’opera ambigua e meno comica, priva di una morale rassicurante. E Alceste non è un eroe positivo né un semplice ridicolo. È un personaggio che disturba e proprio questa ambivalenza ne ha fatto nel tempo uno dei testi più moderni e frequentati.  Andiamo alla fine con il dolore rabbioso di Alceste che lotta solo contro il mondo per un ideale impossibile di verità. Il suo desiderio è attratto proprio da ciò che più disprezza. È un vicolo cieco. Lacan direbbe che, rifiutando la maschera, Alceste rifiuta il desiderio. Ed ora Célimène, che usa la maschera del gioco seduttivo per affermare la propria libertà dalle gabbie sociali e affettive, assesta il colpo finale: si rifiuta di seguirlo nella sua scelta di isolarsi dal mondo, un mondo che lui non sopporta e a cui lei non vuole rinunciare. Alceste crolla a sedere e, come un bimbo che vuole cancellare una realtà che lo ferisce, si avvolge nella tenda rossa, nella sua stessa Ombra, e china la testa. In un’epoca, la nostra, di esposizione continua e linguaggi levigati, il disperato bisogno di Alceste suona più toccante che mai. Forse per questo, anche se la regia non giudica, “nessuno ha ragione, nessuno ha torto”, nel finale si genera un cortocircuito emotivo che risuona a lungo nell’applauso.