Padova, Auditorium C. Pollini, Stagione Amici della Musica di Padova 2025/26
Violino Veronika Eberle
Pianoforte Dénes Várjon
Béla Bartók: Rapsodia n.2 per violino e pianoforte BB96a Sz.89, Rapsodia n. 1 in si minore, op. 79;Ludwig van Beethoven:Sonata n. 9 in la maggiore, op. 47, “a Kreutzer”; César Franck: Sonata in la maggiore per violino e pianoforte
Padova, 1 aprile 2026
Il cartellone della 69ª Stagione degli Amici della Musica di Padova ha proposto una serata di altissimo livello interpretativo, affidando il palco a un duo di grande rilievo: Veronika Eberle e Dénes Várjon. Nell’acustica raccolta e generosa dell’Auditorium Pollini, i due musicisti hanno saputo costruire un discorso musicale di rara intensità, lontano da ogni virtuosismo fine a se stesso.
Veronika Eberle si è confermata interprete di grande rigore e chiarezza. Il suo fraseggio, sostenuto da una cavata nobile e mai eccessiva, ha saputo esplorare le zone più profonde della partitura, restituendo un suono che unisce materia e pensiero. La precisione dell’intonazione e l’ampia gamma dinamica hanno permesso alla Eberle di mettere in evidenza i contrasti tematici con una naturalezza che appartiene solo alla grande scuola.
Dénes Várjon si è confermato un partner paritetico di notevole intelligenza musicale. Il suo tocco, sempre attento al peso e ricco di sfumature timbriche, ha creato un sostegno sonoro ideale su cui il violino ha potuto emergere con libertà. La loro intesa è apparsa totale: un continuo scambio di sguardi musicali, respiri condivisi e attacchi precisissimi che ha reso l’esecuzione un organismo vivo e coerente. I due musicisti non si limitano a suonare: raccontano, con naturalezza e rigore, storie di suono che parlano all’intelletto come al sentimento. La seconda Rapsodia di Béla Bartók, costruita secondo il modello lassú–friss, è un’opera frammentata e nervosa che mette in primo piano ritmo e timbro: figurazioni spezzate, accenti irregolari, improvvisi cambi di carattere. È una musica fatta di contrasti continui, di materiali che sembrano sfuggire a una forma stabile. In questo senso l’interpretazione ha restituito con efficacia il carattere “irriducibile” della scrittura bartokiana, mantenendo sempre leggibile la linea anche nel fitto intreccio della partitura. Con la Sonata op. 47 di Ludwig van Beethoven, la serata entra nel cuore del grande repertorio cameristico, affrontando uno dei momenti più alti del rapporto tra violino e pianoforte. La Kreutzer segna una rottura netta con la sonata classica: non più uno strumento solista con accompagnamento, ma due voci poste su un piano di piena parità, in un dialogo spesso teso, talvolta quasi conflittuale. Il primo movimento, con la celebre introduzione Adagio sostenuto, è stato affrontato come uno spazio drammatico sospeso: frasi spezzate, interrogative, cariche di ambiguità armonica. L’ingresso del Presto non è un’esplosione gratuita, ma la naturale conseguenza di una tensione accumulata, resa con un controllo attento delle dinamiche e degli equilibri. Beethoven spinge entrambi gli strumenti verso un virtuosismo sempre funzionale al discorso formale, mai puramente decorativo. Nel tema con variazioni del secondo movimento emerge invece la capacità di trasformare un materiale semplice in un terreno di continua esplorazione espressiva. Ogni variazione non è un abbellimento, ma un cambio di prospettiva, timbrica, ritmica ed emotiva. L’interpretazione ha privilegiato una lettura analitica, mettendo in luce la logica interna delle trasformazioni più che l’effetto immediato. Il Finale, con il suo carattere febbrile e incalzante, chiude la sonata in un clima di tensione quasi irrisolta, una conclusione che conferma il carattere radicale di un’opera ancora oggi sorprendente. La prima Rapsodia di Béla Bartók mette alla prova l’interprete con una scrittura violinistica che alterna arcate ampie e ruvide a improvvise accensioni ritmiche. Qui il violino non “canta” nel senso tradizionale, ma declama, incide, modella il suono; il pianoforte, lontano da un ruolo semplicemente accompagnatorio, agisce come sostegno percussivo e armonico, talvolta quasi antagonista. L’esecuzione ha messo in luce la tensione interna del linguaggio bartokiano, evitando ogni compiacimento e privilegiando una chiarezza asciutta e rigorosa. La Sonata in La maggiore di César Franck rappresenta il punto di arrivo della serata, non solo per posizione in programma, ma per densità espressiva. Capolavoro della forma ciclica, l’opera si fonda sul ritorno trasformato dei temi lungo i quattro movimenti, creando una continuità narrativa che supera la singola sezione. Il primo movimento, lirico e meditativo, è stato reso con un fraseggio ampio e ben respirato, in cui il violino disegna una linea cantabile sostenuta da un pianoforte avvolgente ma mai invadente. Franck costruisce qui un tempo sospeso, quasi contemplativo, che prepara le tensioni successive. Il secondo movimento, drammatico e impetuoso, segna un netto cambio di atmosfera: l’energia romantica si traduce in slanci appassionati, forti contrasti dinamici e una scrittura pianistica poderosa. Il violino affronta una tessitura impegnativa, che richiede forza e controllo, qualità emerse con chiarezza nell’esecuzione. Il Recitativo-Fantasia è il cuore emotivo dell’opera: un movimento libero e introspettivo, quasi improvvisato, in cui il dialogo tra gli strumenti assume un carattere intimo e interrogativo. Qui l’interpretazione ha evitato ogni enfasi superflua, privilegiando una narrazione sobria e concentrata, di intensa profondità. Il Finale, con il celebre tema in forma di canone, scioglie le tensioni in una luce finalmente serena. Non un trionfo plateale, ma una pacificazione conquistata, che riassume e trasfigura l’intero percorso musicale.La serata si conclude con un bis che sembra scelto per stemperare la tensione emotiva creata dal programma: l’andantino della sonata in la maggiore nr. 162 di Franz Schubert. Se la musica è parola vivente, quella di mercoledì è stata una vera testimonianza di come la grande tradizione cameristica possa ancora oggi rivelare sorprese e produrre sincere emozioni: il pubblico ha infatti dimostrando una viva accoglienza reiterando calorosi applausi.Foto © Louie Thain (Veronika Eberle) e © Mihály Kondella / Liszt Academy (Dénes Várjon)