Roma, 21 Art
AHMET GÜNEŞTEKIN. TESTIMONI DEL TEMPO
a cura di Sergio Risaliti
dal 30 aprile al 15 settembre 2026
Roma, 29 aprile 2026
C’era un tempo in cui le storie non si scrivevano. Si portavano addosso, come cicatrici. Gli uomini le imparavano da bambini e le custodivano senza sapere se un giorno qualcuno le avrebbe ascoltate. Le raccontavano la sera, quando il vento si abbassava e il fuoco diventava l’unica luce, e nell’aria si mescolavano l’odore acre della legna bruciata, la terra umida sotto i piedi, il fumo che entrava nei vestiti e restava lì, per giorni. In quelle parole passavano nomi di città scomparse, di popoli dispersi, di volti che nessuno avrebbe più riconosciuto. Eppure restavano. Restavano nelle voci, nei gesti, nei silenzi.
Entrando nella mostra che 21Art Roma dedica ad Ahmet Güneştekin, si ha la stessa sensazione: quella di trovarsi davanti a qualcosa che non nasce qui, ma arriva da molto lontano. Non si entra semplicemente in una galleria, ma in un luogo dove le immagini sembrano aver viaggiato a lungo prima di fermarsi, portando con sé un odore leggero di materia, di metallo, di qualcosa che è stato toccato e lasciato. Lo spazio è quieto, ma non immobile. C’è una tensione sottile, come se ogni opera trattenesse un racconto che non è ancora stato detto. Il suono qui cambia: i passi si fanno più ovattati, quasi trattenuti, e ogni movimento produce un’eco breve, come in un luogo che non vuole essere disturbato. Le forme circolari tornano, si rincorrono, si aprono e si richiudono come se stessero seguendo un ritmo antico, simile al soffio del vento quando passa tra le pietre. Roma, fuori, continua a scorrere con la sua luce e il suo rumore, il traffico che sale e scende come un respiro irregolare, le voci che si accavallano. Ma qui dentro il tempo si piega. L’aria cambia: sembra più ferma, più densa, come se trattenesse qualcosa. C’è un odore lieve, difficile da definire, che ricorda la polvere calda, il ferro, la superficie delle cose che hanno attraversato il tempo. Le opere di Güneştekin sembrano emergere da questo deposito, come oggetti ritrovati dopo uno scavo. Non sono nuove, anche quando lo sono. Portano addosso una durata.
Le ceramiche di Twilight Memories stanno come cose salvate. Hanno la superficie di ciò che è stato esposto agli elementi, al calore, al freddo. Se ci si avvicina, si ha quasi l’impressione di percepire ancora il calore trattenuto della materia, come se il fuoco che le ha generate non fosse del tutto spento. La luce che le attraversa è bassa, trattenuta, e il silenzio attorno a loro è pieno, come quello che precede la notte. Poi, avanzando, si incontra il grande Atlante del mondo. Non si impone con violenza, ma con una calma che costringe a fermarsi. La forma circolare, attraversata da una spirale, sembra muoversi anche quando è immobile. La superficie riflette, ma non restituisce mai la stessa immagine. Avvicinandosi, si sente quasi un cambiamento nello spazio, come se il suono si attenuasse, come se tutto venisse assorbito da quell’occhio aperto. Chi guarda entra dentro quell’immagine e, per un istante, perde la distanza. Le tele a olio chiedono un altro tipo di sguardo. Non si offrono subito. Bisogna avvicinarsi lentamente, come si fa davanti a qualcosa che potrebbe scomparire. La materia pittorica non è stesa: è incisa, lavorata come un tessuto. Ogni segno sembra scavato, e in quella superficie si immagina quasi il rumore secco del gesto, il contatto tra strumento e materia. È una pittura che si sente, oltre che vedersi.
Le monete in bronzo non arrivano dal passato: lo evocano. Sono riproduzioni, ma non per questo meno cariche di peso. Il metallo ha un odore tenue, freddo, che si percepisce quasi per memoria più che per presenza. Portano i volti e i segni di un tempo che ha voluto imporsi come eterno, ma qui quell’eternità è già distante. Non è il potere che si mostra, ma il suo ricordo, la sua immagine rifatta, trattenuta. I tessuti ricamati, i rilievi, parlano invece di un tempo più lento, più umano. Il filo attraversa la materia con un ritmo silenzioso, ripetuto. Se si resta in ascolto, sembra quasi di percepire quel gesto: il passaggio, l’attrito minimo, la costruzione lenta. È una memoria fatta di mani, di attese, di tempo accumulato senza rumore. In tutto il percorso si sente ciò che manca. Non come vuoto, ma come qualcosa che è stato tolto e che continua a pesare. È un’assenza che ha un suono — basso, trattenuto — e quasi un odore, come quello delle stanze chiuse troppo a lungo, dove il tempo si è fermato senza scomparire.
L’artista viene da una terra dove le storie non sono mai state semplici racconti. Sono state rifugio, resistenza, necessità. Questo si avverte in ogni lavoro: nulla è decorativo, nulla è superfluo. Ogni immagine sembra portare con sé un’urgenza, come se fosse stata salvata da qualcosa che voleva cancellarla. E alla fine, uscendo, si ha la sensazione di aver attraversato non una mostra, ma un territorio. Il rumore della città ritorna, più netto, più duro. Ma resta addosso qualcosa: un odore lieve di fumo, come di legna bruciata, un soffio di vento che continua a passare tra le cose, e soprattutto una memoria che non si lascia andare. Come quelle storie raccontate attorno al fuoco, che nessuno scriveva, ma che nessuno dimenticava.
Roma, 21Art: “Ahmet Güneştekin. Testimoni del tempo”