Roma, Bocal: “Chroma”

Roma, Bocal
CHROMA
Espongono:
Tristan Baraduc

Genuardi/Ruta
Curata da Isabella Vitale
la mostra si inserisce nel programma dei Pieux Établissements de la France à Rome, istituzione amministrata da fra Renaud Escande
Roma, 09 aprile 2026
Vi è una soglia, sottile ma decisiva, tra il vedere e il prendere coscienza del proprio atto visivo. CHROMA, negli spazi di bocal a Roma, si colloca precisamente in questa zona di transizione, configurandosi non come una semplice esposizione, ma come un dispositivo critico che interroga le condizioni stesse della percezione contemporanea. Il titolo, chroma, rinvia a una nozione antica e stratificata. Nel greco χρῶμα non si indica soltanto una qualità cromatica, ma la superficie visibile delle cose, la loro pelle, ovvero quel piano in cui il mondo si manifesta senza mai esaurire la propria complessità. Il visibile, in questa prospettiva, è sempre un esito: dipende dalla luce, dalla posizione, dal tempo, dallo sguardo che lo attraversa. Curata da Isabella Vitale, direttrice artistica di bocal, la mostra si inserisce nel programma dei Pieux Établissements de la France à Rome, istituzione amministrata da fra Renaud Escande, e si sviluppa come un progetto site-specific in cui le opere sono concepite in relazione diretta con lo spazio e con la sua funzione. L’esposizione è accompagnata da una conversazione a cura di Daniela Bigi, storica e critica d’arte. All’interno di questo impianto, le ricerche di Tristan Baraduc e del duo Genuardi/Ruta si dispongono come due modalità distinte ma complementari di attivazione del visibile. L’intervento di Baraduc trova un punto di evidenza nel Playground Torre Spaccata, progetto realizzato a Roma con il sostegno dei Pieux Établissements e la collaborazione del Municipio VII. L’artista interviene su una superficie urbana esistente — un campo da basket — attraverso una articolazione geometrica che ne ridefinisce la percezione. Il campo conserva la propria funzione, ma perde la propria neutralità. Le linee e le campiture introducono una complessità che incide direttamente sul comportamento dei corpi. Il movimento non si svolge più in modo indifferente, ma si confronta con una configurazione che lo orienta e lo rende visibile nella sua dimensione relazionale. Lo spazio, da supporto passivo, si trasforma in un dispositivo attivo capace di modulare l’esperienza collettiva. Questa logica viene traslata negli interventi realizzati per bocal, dove Baraduc lavora su superfici che dialogano direttamente con l’architettura. Non si tratta di oggetti autonomi, ma di presenze distribuite che ridefiniscono la continuità dello spazio espositivo. L’assenza di un punto focale costringe lo sguardo a una mobilità costante, rendendo impossibile una fruizione frontale e univoca. Se Baraduc interviene sulla struttura dello spazio, Genuardi/Ruta operano sulla sua instabilità fenomenologica. La loro ricerca si sviluppa all’intersezione tra luce, ambiente e percezione, configurandosi come un’indagine sui processi attraverso cui il visibile si costruisce. In Due satiri danzanti permanevano su tre piedi, il riferimento a una matrice iconografica antica — mediata anche dalla poesia di Carola Calandra, da cui il titolo è tratto — non si traduce in una restituzione figurativa, ma in una condizione percettiva. L’opera nasce da una rielaborazione di un lavoro sviluppato durante la residenza presso la Fondation CAB di Saint-Paul-de-Vence nel 2024. Le figure dei satiri, lungi dall’essere rappresentate, vengono scomposte e riformulate attraverso un sistema di superfici riflettenti e materiali traslucidi. L’immagine si presenta come frammentaria, instabile, mai pienamente accessibile. Il “terzo piede” evocato nel titolo introduce una dimensione di squilibrio strutturale che si traduce in una percezione continuamente mobile. L’osservatore è chiamato a rinegoziare costantemente il proprio punto di vista, senza poter mai raggiungere una visione definitiva. Questa dinamica si radica in una specifica esperienza: l’incontro tra le due figure — forma e colore — e la loro relazione attivata nello spazio. Il lavoro si costruisce infatti a partire dall’osservazione delle vetrate della Cappella di Vence, non come riferimento formale, ma come principio operativo. La luce, attraversando le superfici, genera sovrapposizioni e nuove configurazioni percettive. Ne deriva un ambiente immersivo in cui architettura, luce e presenza dello spettatore costituiscono un unico sistema visivo. In questo contesto, la percezione non è mai un dato oggettivo, ma un processo in continua trasformazione. Le opere non si limitano a occupare lo spazio, ma lo attivano, trasformando pareti e volumi in superfici dinamiche. Tra le due ricerche si stabilisce una tensione produttiva. Baraduc lavora sulla costruzione di una struttura relazionale nello spazio urbano e architettonico; Genuardi/Ruta ne mettono in crisi la stabilità percettiva. Uno organizza, gli altri disarticolano. Uno interviene sul comportamento dei corpi, gli altri su quello dello sguardo. Entrambi, tuttavia, convergono su una medesima questione: l’impossibilità di una visione neutrale. Il titolo CHROMA assume così una valenza teorica precisa. Non indica una qualità stabile, ma una condizione dinamica del visibile. La superficie non è mai separabile dai processi che la generano: è sempre il risultato di una relazione tra luce, materia e soggetto. La mostra si configura dunque come un’indagine sulle condizioni di possibilità della percezione contemporanea. In un contesto caratterizzato da una fruizione accelerata delle immagini, CHROMA introduce una sospensione, una richiesta di attenzione, una ridefinizione del rapporto tra osservatore e ambiente. Non propone modelli, ma costruisce condizioni. È in questa costruzione che il progetto trova la propria coerenza critica: nel rendere evidente che vedere non è mai un atto passivo, ma un processo situato, relazionale, continuamente negoziato. Photocredit Eleonora Cerri Pecorella