Roma, Musei di San Salvatore in Lauro
DANTE FERRETTI, CON I MIEI OCCHI
a cura di Raffaele Curi
Roma, 16 aprile 2026
Esistono pratiche che, pur nascendo all’interno di una funzione precisa, finiscono per oltrepassarla con naturalezza, conquistando uno statuto autonomo che le colloca nel territorio più ampio delle arti. La scenografia appartiene a questa categoria solo quando incontra una figura capace di trasformarla in pensiero visivo. Dante Ferretti si iscrive pienamente in questa eccezione: il suo lavoro non si limita a costruire ambienti, ma articola uno sguardo che si muove tra memoria, invenzione e disciplina formale.
La mostra Dante Ferretti, con i miei occhi, ai Musei di San Salvatore in Lauro, curata da Raffaele Curi, si configura come un’operazione di lettura che invita a riconsiderare l’intero statuto della scenografia. I bozzetti, i disegni, gli studi preparatori smettono di essere strumenti subordinati alla realizzazione filmica per imporsi come immagini compiute, dotate di una loro autonomia estetica. Ciò che normalmente viene percepito come fase preliminare si rivela qui come momento originario, luogo in cui l’immagine nasce già nella sua forma essenziale. Le opere esposte compongono una sorta di atlante visivo in cui ogni segno appare necessario. Il tratto non descrive ma costruisce, il colore non orna ma orienta lo sguardo, la luce non interviene a posteriori ma è già pensata come struttura interna dell’immagine. In questi fogli si avverte una qualità progettuale che non separa mai l’invenzione dalla conoscenza. La scenografia diventa così una forma di architettura mentale, una costruzione che precede il film e che ne determina la possibilità stessa. Roma, sede della mostra, assume un valore che non è soltanto logistico. È una città che coincide con la formazione di Ferretti, con l’incontro con i grandi maestri del cinema italiano e con l’assimilazione di una tradizione visiva che ha radici profonde nella storia dell’arte.
Il ritorno in questi spazi non ha nulla di celebrativo, ma restituisce una dimensione di continuità. Il percorso dell’artista si rilegge come un attraversamento coerente, capace di coniugare esperienze diverse senza mai perdere una propria identità. Guardando i bozzetti, emerge con chiarezza una cultura figurativa che agisce in modo strutturale. Non si tratta di citazioni o riferimenti espliciti, ma di una memoria interiorizzata che informa ogni scelta. La solidità spaziale di Piero della Francesca, la tensione narrativa di Masaccio, la luce drammatica di Caravaggio convivono in una sintesi che non si esibisce ma si manifesta con naturalezza. Accanto a queste presenze si riconoscono le aperture verso la pittura nordica e fiamminga, fino alle visioni più complesse di Bosch e Bruegel, che contribuiscono a definire una sensibilità capace di attraversare epoche e linguaggi.
Il percorso espositivo segue un andamento che coincide con la storia di una ricerca. Dai lavori realizzati per Pasolini fino alle collaborazioni con Martin Scorsese, passando per l’esperienza con Federico Fellini, si dispiega una continuità che non dipende dai contesti ma dallo sguardo. I mondi evocati cambiano, le epoche si trasformano, ma la capacità di costruire spazi dotati di una loro necessità rimane costante. Ogni ambiente appare come un organismo coerente, in cui ogni elemento partecipa alla definizione del racconto. Alcune opere evidenziano con particolare chiarezza questo processo. Nelle ricostruzioni urbane di Gangs of New York lo spazio assume una dimensione quasi teatrale, articolata in profondità e tensioni prospettiche che guidano la percezione. Nei lavori per The Age of Innocence la precisione dei dettagli costruisce un’atmosfera che non è soltanto visiva ma psicologica, capace di restituire la complessità dei rapporti sociali attraverso la disposizione degli oggetti e delle architetture.
In entrambi i casi, la scenografia non accompagna l’azione ma la genera. La scelta curatoriale di presentare i bozzetti come opere autonome consente di avvicinarsi al processo creativo senza mediazioni. L’osservazione ravvicinata rivela la qualità del gesto, la precisione del segno, la capacità di organizzare lo spazio attraverso pochi elementi essenziali. Si ha la sensazione di assistere alla nascita dell’immagine, in una fase in cui essa conserva ancora tutta la sua energia potenziale. In un contesto contemporaneo in cui la produzione visiva è sempre più affidata a strumenti digitali, il lavoro di Ferretti restituisce il valore della manualità. Il disegno diventa un atto conoscitivo, un modo per comprendere lo spazio prima ancora di rappresentarlo. La materia del segno, con le sue variazioni e le sue imperfezioni, contribuisce a definire una profondità che non è soltanto illusionistica ma anche sensibile.
Il riconoscimento internazionale della sua opera, testimoniato da premi e mostre nelle principali istituzioni museali, conferma una dimensione che supera i confini del cinema. Tuttavia, ciò che emerge con maggiore evidenza in questa esposizione è la coerenza di un percorso che non ha mai separato la pratica dalla riflessione. Ogni immagine porta con sé una consapevolezza dello spazio e della luce che si traduce in una forma di pensiero visivo. Il titolo della mostra suggerisce una modalità di fruizione che implica una partecipazione attiva. Guardare attraverso gli occhi di Ferretti significa riconoscere la costruzione dell’immagine, cogliere la relazione tra forma e significato, comprendere come ogni elemento concorra alla definizione di un equilibrio complesso. Non si tratta di aderire a uno stile, ma di esercitare uno sguardo capace di distinguere e di interpretare. L’esperienza della mostra si sviluppa così come un percorso che invita a rallentare, a osservare con
attenzione, a restituire all’immagine il tempo necessario per essere compresa. In questo processo si rivela una qualità rara, fatta di rigore e immaginazione, di memoria e invenzione. La scenografia, liberata dalla sua funzione strumentale, si afferma come luogo di sintesi tra arti diverse, spazio in cui il cinema incontra la pittura e l’architettura si trasforma in racconto. L’opera di Dante Ferretti si presenta come una costruzione complessa e coerente, capace di attraversare linguaggi e contesti mantenendo una propria identità. In questi disegni si riconosce una visione che non si esaurisce nella rappresentazione ma si estende alla possibilità stessa del vedere. Una visione che restituisce allo spazio una dimensione attiva, rendendolo parte integrante dell’esperienza narrativa.
Roma, Musei di San Salvatore in Lauro: “Dante Ferretti, con i miei occhi”