Roma, Palazzo delle Esposizioni: “RomaSuona. La musica in Italia 1970–1979”

Roma, Palazzo delle Esposizioni
“RomaSuona. La musica in Italia 1970–1979”
Dal 01 maggio al 12 luglio 2026
A cura di Guido Bellachioma

Con la collaborazione di Pino Candido
Promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, Azienda Speciale Palaexpo
Ideazione, produzione e organizzazione Azienda Speciale Palaexpo
Allestimento Collettivo THREES
Roma, 30 aprile 2026
Non si entra negli anni Settanta come si entra in un periodo storico. Si entra piuttosto in uno stato mentale, in una disposizione inquieta che non si lascia definire con precisione. È come trovarsi in una stanza già abitata, dove le voci non sono ancora cessate e gli oggetti conservano il calore di chi li ha usati. La musica, in quel contesto, non appare come un fenomeno isolato, ma come una presenza diffusa, quasi inevitabile, che accompagna e nello stesso tempo modifica i comportamenti. ROMASUONA. La musica in Italia 1970–1979, al Palazzo Esposizioni di Roma, affronta questo clima senza indulgere a una nostalgia facile. Ciò che emerge non è un repertorio di ricordi, ma una condizione: quella di un Paese che, mentre cerca di riconoscersi, finisce per esporsi. La musica diventa allora una forma di esposizione. Non protegge, non consola. Piuttosto, mette in evidenza le fratture, le rende visibili. L’impressione, attraversando il percorso, è che nulla sia davvero compiuto. Le immagini restituiscono gesti sospesi, espressioni che sembrano sul punto di trasformarsi in qualcos’altro. Non c’è stabilità. Anche ciò che appare definito — un concerto, un volto, una scena — è in realtà attraversato da una tensione che lo rende precario. È come se ogni elemento fosse costretto a dichiararsi, a prendere posizione, senza però riuscire a trovare una forma definitiva. In questo senso, la musica non è semplicemente ascoltata. È vissuta come esperienza fisica, quasi come una necessità corporea. I luoghi stessi sembrano adattarsi a questa esigenza: spazi pubblici, club, periferie, piazze. Non esiste una distinzione netta tra centro e margine. Tutto è potenzialmente scena, tutto può diventare occasione di incontro. Ma proprio questa apertura comporta una certa instabilità. La partecipazione non è mai neutrale, porta con sé un coinvolgimento che può diventare anche conflitto. Ciò che colpisce è la natura ambigua di questa energia. Da un lato, si avverte un desiderio di condivisione, di appartenenza; dall’altro, una difficoltà crescente a mantenere un equilibrio. La musica sembra oscillare tra questi due poli: unire e separare, avvicinare e allo stesso tempo accentuare le differenze. Non è un linguaggio pacificato. È, al contrario, un linguaggio che mette continuamente alla prova chi lo utilizza e chi lo ascolta. Gli artisti, in questo contesto, non appaiono come figure distanti. Sono parte di un sistema più ampio, che li coinvolge e li espone. Non c’è distanza tra chi produce e chi riceve. Il pubblico non è spettatore passivo, ma presenza attiva, spesso determinante. È come se l’opera si completasse soltanto nel momento in cui viene condivisa, e questa condivisione non è mai priva di conseguenze. Anche il rapporto con gli altri linguaggi è significativo. La musica entra in contatto con il cinema, con la scrittura, con le arti visive, ma senza stabilire gerarchie. Si tratta piuttosto di una convivenza, talvolta armonica, talvolta conflittuale. Ciò che emerge è un panorama in cui le discipline si sfiorano, si contaminano, si mettono reciprocamente in discussione. Non esiste un centro stabile da cui tutto si organizza. Esiste, piuttosto, una molteplicità di punti di vista. Roma, in questo quadro, assume un ruolo particolare. Non perché concentri tutto, ma perché riflette in modo evidente questa condizione di instabilità. La città diventa un luogo in cui le esperienze si incrociano, si sovrappongono, talvolta si contraddicono. Non è un contenitore neutrale, ma un organismo che reagisce, che assorbe e restituisce. L’effetto complessivo non è quello di una narrazione lineare. Si ha piuttosto la sensazione di muoversi all’interno di una realtà che si costruisce mentre viene osservata. Non ci sono conclusioni definitive, né interpretazioni univoche. Ogni elemento rimane aperto, disponibile a essere riletto. Ed è forse proprio questa apertura a rendere l’esperienza significativa: la possibilità di riconoscere, in quelle immagini e in quei suoni, qualcosa che non è del tutto concluso, che continua a interrogare anche il presente. Foto Alberto Novelli © Azienda Speciale Palaexpo