Roma, Sala Umberto
JUCATÙRE
di Pau Miró
con Antonio Milo, Adriano Falivene
e con Marcello Romolo, Giovanni Allocca
traduzione e regia Enrico Ianniello
produzione Diana Ori.S. Produzioni
scene Carmine Guarino
costumi Ortensia De Francesco
disegno luci Cesare Accetta
Roma, 10 aprile 2026
Ci si accorge quasi subito che Jucatùre non ha intenzione di correre. Non cerca l’effetto, non costruisce ingressi spettacolari: si lascia semplicemente abitare. I personaggi sono già lì, come se il pubblico arrivasse in ritardo a una conversazione iniziata da tempo.
Alla Sala Umberto, la regia di Enrico Ianniello accompagna questo movimento con discrezione, lasciando che tutto si sviluppi con una calma che non è lentezza, ma familiarità. Quattro uomini si incontrano per giocare a carte. È un proposito che torna, viene ripetuto, ma resta sempre in sospeso. Il gioco non inizia mai, e dopo pochi minuti diventa evidente che non inizierà affatto. In realtà non è quello che conta. Quello che interessa è ciò che accade nel frattempo: le parole che riempiono lo spazio, i racconti che si sovrappongono, le versioni di sé che ciascuno prova a sostenere davanti agli altri. L’appartamento in cui si muovono sembra trattenere tutto questo. Non è tanto una casa quanto un luogo in cui si resta, più per abitudine che per scelta. Ogni oggetto, ogni gesto ha qualcosa di già visto, di già consumato. E dentro questo ambiente si muovono quattro uomini che, ciascuno a modo proprio, hanno mancato un passaggio importante della propria vita. La scrittura di Pau Miró non insiste mai su questo fallimento, non lo dichiara apertamente. Lo lascia emergere poco alla volta, nelle pieghe dei dialoghi, nelle esitazioni, nei piccoli scarti. Si ride molto, ma non per distrazione. Si ride perché qualcosa è riconoscibile, perché quelle fragilità non sono così lontane.
Antonio Milo costruisce il becchino balbuziente con grande attenzione. La balbuzie non diventa mai un facile espediente comico: è parte integrante del personaggio, ne definisce il ritmo, il modo di stare con gli altri. E quando racconta la sua relazione con una prostituta polacca, emerge una delicatezza inattesa, che Milo dosa senza mai forzarla. Adriano Falivene dà all’Attore una qualità irregolare, quasi sfuggente. Vive di provini andati male, di vuoti di memoria, di piccoli furti che sembrano più un gesto automatico che una scelta. Falivene evita ogni eccesso e costruisce una figura instabile, sempre un po’ fuori asse, che cerca nella finzione un appiglio. Marcello Romolo, nel ruolo del Professore, porta una tensione più raccolta. Il rapporto con il padre continua a pesare, senza mai essere davvero affrontato. Romolo non alza mai i toni, e proprio per questo il suo personaggio resta addosso, come qualcosa che non si risolve. Giovanni Allocca disegna invece un ex barbiere che non ha smesso di raccontarsi come se lo fosse ancora. La sua è una menzogna tranquilla, quotidiana, ripetuta fino a diventare quasi credibile. Allocca la rende con naturalezza, senza cercare effetti, e questo la rende ancora più fragile. Il gruppo funziona molto bene. Non ci sono protagonismi, nessuno cerca di emergere sugli altri.
La scena è condivisa, e questo permette ai dialoghi di fluire con naturalezza. Si ha davvero l’impressione di assistere a qualcosa che continua anche fuori dal teatro. Enrico Ianniello dirige senza appesantire. Non aggiunge significati, non forza interpretazioni. Le scene di Carmine Guarino restituiscono un ambiente vissuto, senza bisogno di sottolineature. I costumi di Ortensia De Francesco restano coerenti con questo mondo, così come le luci di Cesare Accetta, che accompagnano senza imporsi. A un certo punto compare una pistola. È l’elemento che cambia il tono, almeno in apparenza. Nasce l’idea di una rapina, il sogno di un colpo capace di ribaltare tutto. Il piano prende forma tra trovate improbabili e momenti quasi surreali, con una comicità che si spinge un po’ più in là. Ma anche qui, più che l’azione, conta ciò che sta dietro. Non è davvero la rapina a interessare, ma quello che rappresenta: la possibilità, anche solo immaginata, di uscire da una condizione che sembra immobile. Questi uomini si sentono invisibili, e proprio per questo pensano di poter fare qualcosa senza essere notati. È un’idea che fa sorridere, ma lascia anche una traccia più amara.
Eppure lo spettacolo non si spinge mai fino a rompere davvero questo equilibrio. Tutto resta sotto controllo, anche quando potrebbe sfuggire. La tensione cresce, ma non esplode mai del tutto. È una scelta che rende lo spettacolo coerente, ma anche un po’ trattenuto. Questo non toglie che Jucatùre funzioni. La scrittura è solida, gli attori sono credibili, il ritmo tiene. Il pubblico segue, ride, si riconosce. Ma resta la sensazione che ci fosse spazio per andare oltre, per lasciare che qualcosa si incrinasse davvero. Alla fine la partita non si gioca. E forse è giusto così. Perché il punto non è vincere o perdere, ma restare lì, insieme, a condividere quello che si è diventati. Non serve molto altro. Si esce con un sorriso, ma non è un sorriso leggero. È uno di quelli che restano, che accompagnano. Come quando ci si accorge che, in fondo, quelle vite un po’ storte non sono poi così lontane dalle nostre.