Roma, Teatro Ambra Jovinelli: “Ditegli sempre di sì”

Roma, Teatro Ambra Jovinelli
“DITEGLI SEMPRE DI SI'”
di Eduardo De Filippo
regia Domenico Pinelli
con Mario AutoreAnna IodiceDomenico Pinelli
e con Gianluca Cangiano, Mario Cangiano, Luigi Leone, Antonio Mirabella, Laura Pagliara, Vittorio Passaro, Lucienne Perreca, Simona Pipolo, Elena Starace
scene Luigi Ferrigno, Sara Palmieri
costumi Viviana Crosato
musiche Mario Autore
produzione Gli ipocriti Melina Balsamo

Roma, 8 aprile 2026
«Il pazzo è un sognatore da sveglio», scrive Kant. È da questa linea di frattura – tra veglia e delirio, tra logica e deformazione – che sembra prendere avvio la nuova messinscena di Ditegli sempre di sì al Teatro Ambra Jovinelli, diretta da Domenico Pinelli. Non è un caso che proprio la follia, dichiarata sin dall’origine come centro magnetico del progetto, diventi qui non solo motore comico, ma tentativo dichiarato di scardinamento della forma stessa della farsa eduardiana. Pinelli, alla sua prima regia di ampio respiro, costruisce un’operazione che si muove consapevolmente su un crinale rischioso: da un lato la fedeltà alla tradizione – esplicitamente rivendicata –, dall’altro l’ambizione di “andare oltre”, trasformando il dispositivo comico in un organismo più complesso, quasi tragico. È una dichiarazione di intenti chiara, che si nutre tanto della lezione di Eduardo quanto dell’ombra lunga di Pirandello, evocato non a caso come riferimento teorico imprescindibile. Il risultato, tuttavia, si articola come una tensione non sempre risolta. La macchina scenica – curata da Luigi Ferrigno e Sara Palmieri – si mantiene essenziale, funzionale al ritmo e al continuo scambio tra interno domestico e spazio mentale. Non vi è alcuna volontà di spettacolarizzazione: la scena resta luogo di attraversamento, quasi neutra, affidata al lavoro degli attori e al tempo comico. I costumi di Viviana Crosato e Antonietta Rendina si collocano in una linea di sobria riconoscibilità, evitando ogni forzatura contemporanea e mantenendo una coerenza stilistica con l’impianto generale. È però nel lavoro attoriale che lo spettacolo trova il suo baricentro. Mario Autore, che firma anche le musiche, si muove con intelligenza all’interno del dettato eduardiano: la sua presenza scenica è calibrata, attenta alla parola, capace di restituire il ritmo della battuta senza cedere alla caricatura. C’è in lui una misura che evita il rischio dell’imitazione, cercando piuttosto una propria linea interpretativa, anche se talvolta questa stessa misura finisce per contenere eccessivamente l’esplosione emotiva. Anna Iodice costruisce un personaggio solido, ben ancorato alla concretezza della situazione scenica. La sua interpretazione si distingue per una chiarezza espressiva che sostiene l’equilibrio complessivo dello spettacolo, pur senza spingersi verso zone di maggiore ambiguità o contraddizione. È un lavoro preciso, ma che resta all’interno di una gamma espressiva controllata. Domenico Pinelli, oltre alla regia, partecipa al tessuto attoriale con una presenza coerente con la visione d’insieme: il suo è un intervento che privilegia la compattezza del gruppo rispetto alla costruzione di una centralità individuale. E proprio qui si apre una delle questioni più interessanti – e problematiche – dello spettacolo. L’ensemble funziona. Il cast – da Gianluca e Mario Cangiano a Luigi Leone, da Antonio Mirabella a Laura Pagliara, fino a Vittorio Passaro, Lucienne Perreca, Simona Pipolo ed Elena Starace – si muove con energia e coesione, sostenendo il ritmo della commedia e garantendo una continuità scenica efficace. Tuttavia, questa stessa coesione sembra talvolta appiattire le possibilità di scarto, di rottura, di vertigine. Tutto è ben orchestrato, ma raramente qualcosa eccede davvero. Ed è proprio nella gestione della follia – nodo teorico dichiarato – che emergono i limiti più evidenti. Se Eduardo, nel celebre prologo del 1962, invitava a riconoscere nella farsa una tragedia “che non è nostra”, Pinelli tenta il movimento inverso: rendere quella tragedia più prossima, più percepibile, più concreta. L’intenzione è evidente e, in alcuni passaggi, anche efficace. Ma la trasformazione della farsa in dramma resta più dichiarata che pienamente incarnata. La follia, pur presente, non sempre diventa dispositivo perturbante. Resta spesso inscritta nel meccanismo comico, senza riuscire a incrinarlo fino in fondo. La risata, che dovrebbe aprirsi alla vertigine, tende invece a chiudersi su se stessa, mantenendo una dimensione prevalentemente superficiale. Questo non significa che lo spettacolo non funzioni – al contrario, la tenuta ritmica, la chiarezza narrativa e la qualità complessiva del cast garantiscono una fruizione solida e coinvolgente. Ma ciò che manca è quel salto ulteriore, quella capacità di trasformare il dispositivo eduardiano in un’esperienza realmente destabilizzante. In questo senso, Ditegli sempre di sì all’Ambra Jovinelli si configura come un’operazione di transizione: un lavoro che si colloca tra tradizione e rinnovamento senza aderire completamente a nessuna delle due polarità. Non è una lettura filologica, ma neppure una vera reinvenzione. È piuttosto un attraversamento, un tentativo – sincero e in parte riuscito – di interrogare Eduardo da una prospettiva contemporanea. E forse è proprio qui che risiede il suo interesse. Perché se è vero che la follia, in Eduardo, è sempre anche uno specchio della società, allora questo spettacolo, con le sue esitazioni e le sue misure, finisce per restituire qualcosa di profondamente attuale: l’incapacità, oggi, di spingersi fino in fondo nel disordine, di accettare davvero la vertigine. Si ride, sì. Ma si ride con prudenza. E forse, parafrasando Eduardo, è proprio questa la nostra vera tragedia. Photocredit Francesco Maria Attardi