Roma, Teatro Brancaccio: “Cantando sotto la pioggia. The Broadway Musical”

Roma, Teatro Brancaccio
CANTANDO SOTTO LA PIOGGIA The Broadway Musical
per gentile concessione di Warner Bros. Theatre Ventures, Inc.
presentato da Fabrizio di Fiore Entertainment & FdF GAT
Kathy Selden FLORA CANTO

Don Lockwood LORENZO GRILLI
Lina Lamont MARTINA STELLA
Cosmo Brown VITTORIO SCHIAVONE

R.F. Simpson MAURIZIO SEMERARO
Roscoe Dexter SERGIO MANCINELLI
Coreografie originali del film di Gene Kelly e Stanley Donen
Prodotto in collaborazione con Maurice Rosenfield, Lois F. Rosenfield e Cindy Pritzker, Inc.

Regia, Traduzione, adattamento e coreografie Luciano Cannito
Traduzione liriche Luciano Cannito, Laura Galigani
Scene Italo Grassi
Costumi Silvia Califano
Disegno luci Valerio Tiberi
Roma, 15 aprile 2026
Non è cosa nuova che il teatro musicale, quando tenta di farsi specchio di un mito cinematografico, rischi di restarne schiacciato; e tuttavia accade talvolta che, proprio nella distanza tra modello e imitazione, si apra uno spazio vitale, dove la scena ritrova la propria autonomia. Più spesso, però, quello spazio resta un’ipotesi, un’intenzione più dichiarata che realizzata, come se il confronto con l’originale producesse una forma di rispetto paralizzante, difficile da trasformare in gesto creativo autentico. È in questo interstizio – fragile, a tratti evanescente – che si colloca Cantando sotto la pioggia – The Broadway Musical, nella versione italiana curata da Luciano Cannito, presentata con un apparato produttivo ambizioso e un cast articolato. La materia è nota, quasi archetipica: la transizione dal muto al sonoro, il tramonto di un’illusione e la nascita di una nuova grammatica dello spettacolo. Ma ciò che interessa qui non è tanto la fedeltà al film della MGM, quanto la capacità dello spettacolo di restituire quel senso di leggerezza costruita – artificiale eppure necessaria – che è l’essenza stessa del musical classico, ovvero quell’equilibrio instabile tra tecnica e incanto. Cannito, nella doppia veste di regista e coreografo, sembra aver compreso che il punto non è replicare Gene Kelly, ma evocare un clima, un ritmo, una postura dello sguardo. Tuttavia, la regia non sempre riesce a sostenere questa ambizione: più che fluire secondo una linea continua, lo spettacolo si articola spesso per quadri giustapposti, piccoli siparietti autosufficienti che si susseguono senza una vera necessità interna. Ne deriva una struttura frammentata, in cui il passaggio da una scena all’altra appare talvolta brusco, quasi meccanico, come se il racconto procedesse per accumulo più che per sviluppo organico. La chiarezza narrativa resta, ma a scapito di una reale fluidità drammaturgica, lasciando emergere una discontinuità che finisce per indebolire il respiro complessivo. Sul piano visivo, l’impianto scenico di Italo Grassi e i costumi di Silvia Califano contribuiscono a costruire un mondo coerente, sospeso tra nostalgia e stilizzazione. Non si tratta di una ricostruzione filologica, ma di un’evocazione: Hollywood appare qui come un luogo mentale prima ancora che storico, un dispositivo teatrale fatto di segni riconoscibili. Le luci di Valerio Tiberi, ben calibrate, accompagnano con intelligenza il passaggio tra i diversi registri, sostenendo la narrazione senza sovraccaricarla. Le coreografie – cuore pulsante dello spettacolo – rivelano la cifra più evidente di Cannito: un linguaggio che si nutre della tradizione ma la semplifica, la rende più leggibile, talvolta sacrificando la complessità virtuosistica in favore dell’efficacia complessiva. È una scelta coerente con una precisa idea di teatro, orientata alla comunicazione diretta. Tuttavia, in questa operazione si perde quella componente di rischio e vertigine che rende il musical davvero memorabile. Quanto agli interpreti, il giudizio deve articolarsi con cautela. Flora Canto, nel ruolo di Kathy Selden, sfoggia una naturalezza scenica indubbia e una vocalità chiara, ben proiettata; peccato che l’insieme risulti talvolta freddo e decisamente ripiegato su se stesso, come se l’interprete fosse più intenta ad ascoltarsi che a dialogare con la scena. Nei momenti coreografici più esposti, poi, affiora una prudenza quasi cautelare: il corpo resta un passo indietro rispetto a ciò che la voce, con maggiore coraggio, sembrerebbe promettere.  Lorenzo Grilli, Don Lockwood, offre una prova equilibrata, sostenuta da una presenza scenica elegante e da un controllo sicuro dei mezzi espressivi; non raggiunge forse quella spavalda leggerezza richiesta dal ruolo, ma ne restituisce una versione composta, seppur trattenuta. E tuttavia, ciò che sorprende – o forse sarebbe più corretto dire ciò che manca – è la relazione tra i due protagonisti: non vi è quella scintilla, quella tensione minima che dovrebbe rendere credibile il loro avvicinamento. Più che due amanti in divenire, sembrano due professionisti diligenti che condividono lo spazio scenico con impeccabile correttezza. Il sentimento resta in superficie, come un elemento accessorio, mai davvero necessario, lasciando una sensazione di distanza emotiva difficilmente colmabile. Diverso il discorso per Martina Stella nel ruolo di Lina Lamont: la comicità è perseguita con tale zelo da sembrare quasi un obiettivo contrattuale. La risata arriva, certo – puntuale, disciplinata – ma il meccanismo si espone con una franchezza disarmante. La caricatura occupa tutto lo spazio disponibile, lasciando al personaggio ben poco margine di esistenza autonoma. Brillante nell’immediato, impeccabile nella sua efficienza comica; quanto a ciò che resta dopo, si direbbe nulla che non fosse già previsto. Accanto a lei,
Vittorio Schiavone nei panni di Cosmo Brown si distingue per vivacità e tempismo, risultando spesso il vero motore comico dello spettacolo. La sua presenza introduce un’energia più libera, meno controllata, capace di animare un tessuto scenico altrimenti troppo composto. L’ensemble, nel complesso, funziona: si percepisce un lavoro corale solido, una disciplina condivisa che garantisce coesione.  Non siamo di fronte a un cast di “tripli talenti” nel senso più rigoroso del termine, ma vi è comunque una professionalità diffusa che sostiene lo spettacolo senza cedimenti. Una professionalità che, tuttavia, raramente si trasforma in vera eccellenza. Resta, inevitabilmente, il confronto con la celebre sequenza della pioggia, momento atteso e quasi rituale. Qui lo spettacolo sembra trattenersi, come se temesse l’eccesso: la soluzione scenica, pur corretta, non raggiunge quella vertigine di meraviglia che il pubblico si aspetterebbe. È una pioggia composta, quasi educata, che non travolge mai davvero. È forse questo il limite più evidente: una prudenza diffusa che attraversa l’intero allestimento. In un panorama spesso segnato da eccessi o carenze, la produzione sceglie la misura, trovandovi una sua coerenza, ma anche il rimpianto di un mancato slancio creativo. PhotocreditValeriaPolverari