Roma, Teatro Brancaccio: “Infinita”

Roma, Teatro Brancaccio
“INFINITA”
Di e con Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler e Michael Vogel
Una produzione di FAMILIE FLÖZ, Admiralspalast, Theaterhaus Stuttgart
Roma, 11 aprile 2026
Arriva al Teatro Brancaccio Infinita della Familie Flöz, spettacolo che porta con sé una domanda non dichiarata ma inevitabile: perché riportare in scena oggi un lavoro che sfiora i vent’anni di vita, invece dei titoli più recenti della compagnia berlinese? La sensazione è quella di trovarsi davanti a un classico di repertorio: affidabile, riconoscibile, perfettamente rodato. Ma proprio per questo, inevitabilmente, meno sorprendente. Fondata a Essen nel 1994 e poi stabilitasi a Berlino, la Familie Flöz ha costruito negli anni un linguaggio scenico immediatamente identificabile: maschere integrali, teatro fisico, clownerie, acrobazia, teatro d’ombre. Un dispositivo che in Infinita appare nella sua forma più pura, quasi paradigmatica. Tutto funziona — e funziona benissimo — ma si avverte anche quella patina sottile che accompagna le opere troppo a lungo replicate: la perfezione diventa abitudine. Lo spettacolo inizia prima dell’inizio, ed è forse uno dei suoi momenti più riusciti. Mentre il pubblico prende posto, sul fondale scorre una processione funebre: sagome nere, un feretro, una comunità silenziosa che accompagna qualcuno nell’ultimo viaggio. Non è un’apertura conciliante. E infatti Infinita suggerisce subito il suo punto di vista: la vita si comprende meglio se la si osserva dalla fine. Da qui si sviluppa un impianto drammaturgico tanto semplice quanto efficace: mettere in relazione i due estremi dell’esistenza, infanzia e vecchiaia. Tutto ciò che sta in mezzo — le età intermedie, le contraddizioni adulte — viene eliso, condensato, suggerito. È una scelta funzionale al linguaggio della compagnia, ma anche una semplificazione che rende il percorso umano una linea fin troppo simmetrica. In scena, i quattro interpreti — Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler e Michael Vogel — si muovono con una padronanza tecnica impressionante. Le maschere, vere protagoniste dello spettacolo, amplificano ogni gesto e trasformano il corpo in strumento assoluto di narrazione. Bambini che inciampano nel mondo e vecchi che inciampano nella memoria: il parallelismo è costante, ribadito, a tratti persino insistito. Si ride, ma raramente come ci si aspetterebbe. L’ilarità promessa si traduce più spesso in un sorriso sottile, venato di malinconia. I momenti migliori arrivano quando la macchina scenica si concede una deviazione, un’imperfezione. Il vecchietto con il vaso da notte, ad esempio, rompe la compostezza del quadro con un’ironia quasi triviale, finalmente meno controllata. Ancora più efficace è la scena della radio: un piccolo gioiello di sincronizzazione tra gesto e suono, in cui un’antenna diventa bacchetta e un anziano si trasforma in direttore d’orchestra improvvisato. Qui la precisione non è esercizio, ma invenzione. Il coinvolgimento del pubblico, con il celebre pallone che rimbalza tra platea e palco, resta uno dei momenti più riusciti. È semplice, diretto, quasi infantile — e proprio per questo funziona. Il teatro si apre, la distanza si annulla, e per un attimo si torna a un’idea primaria di comunità. Eppure, accanto a questi slanci, si avverte una certa ripetitività del dispositivo. Il susseguirsi di tableau vivant, cifra stilistica dello spettacolo, rischia di scivolare nel manierismo: immagini curate, suggestive, ma talvolta troppo consapevoli della propria eleganza. La poesia c’è, indiscutibile, ma raramente sorprende. Il tema — la vita nel suo ciclo completo — è di quelli inevitabilmente universali. Nascita, corpo, desiderio, malattia, morte. Infinita li attraversa con una leggerezza calibrata, quasi prudente. Non affonda mai davvero nel tragico, ma non si abbandona neppure completamente al comico. Rimane sospeso, in una zona intermedia che è insieme il suo pregio e il suo limite. E forse è proprio questa sospensione a renderlo, ancora oggi, efficace. Il pensiero di Karl Valentin — “Per tutta la vita ho avuto paura della morte, e ora che è arrivata… tutto qui?” — sembra riecheggiare come chiave implicita dello spettacolo. Infinita risponde con un gesto lieve, quasi ironico: sì, forse tutto qui. Un ciclo che si ripete, una panchina che si solleva verso l’alto, un’immagine finale che sfiora il sentimentalismo ma riesce comunque a toccare. Dal punto di vista tecnico, nulla da eccepire. Il controllo corporeo degli attori è assoluto, la sincronizzazione impeccabile, la macchina scenica perfettamente calibrata. Le proiezioni, con il loro sapore arcaico, aggiungono un livello visivo affascinante, anche se non sempre necessario. Il pubblico applaude convinto, partecipa, si diverte. Infinita è uno spettacolo che funziona — e forse è proprio questo il punto. Funziona perché è costruito per funzionare, perché ha già dimostrato negli anni la sua efficacia, perché parla un linguaggio accessibile e collaudato. Ma resta, all’uscita, una lieve sensazione di déjà-vu. Come se si fosse assistito a qualcosa di impeccabile, sì, ma appartenente a un tempo già trascorso. Un oggetto scenico elegante, perfettamente conservato, che continua a brillare — senza però più abbagliare.