Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman: “Pignasecca e Pignaverde”

Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman
PIGNASECCA E PIGNAVERDE
di Emerico Valentini
adattamento in due atti di Tullio Solenghi e Margherita Rubino
con Tullio Solenghi
e con Claudia Benzi, Laura Repetto, Matteo Traverso, Stefano Moretti    Roberto Alinghieri, Mauro Pirovano, Stefania Pepe
progetto scenografico Davide Livermore
scenografa e regista assistente Anna Varaldo
regia Tullio Solenghi
produzione Teatro Sociale di Camogli, Teatro Nazionale di Genova
Roma, 21 aprile 2026
Non è frequente imbattersi, sulle scene contemporanee, in un’operazione tanto dichiaratamente orientata alla conservazione quanto quella che Tullio Solenghi conduce con Pignasecca e Pignaverde. Qui il teatro non tenta deviazioni, non indulge in aggiornamenti, non cerca scorciatoie interpretative: si dispone, piuttosto, lungo una linea di rigore che mira a restituire un modello, a riproporre una forma, a riaffermare un codice. Il centro dell’intero impianto è, senza equivoci, l’attore. Solenghi affronta il personaggio di Felice Pastorino con un metodo che si potrebbe definire di assimilazione progressiva: non si limita a evocare una tradizione, ma la assume come struttura portante del proprio lavoro. La voce è condotta con una disciplina attenta, calibrata nelle inflessioni e nei tempi; il gesto è contenuto entro margini precisi, mai lasciato all’improvvisazione; la costruzione del ritmo comico procede per accumulo, evitando effetti facili e puntando invece su una continuità di tono. Ne risulta una figura che non si esaurisce nella caricatura dell’avaro, ma si organizza attorno a un principio coerente. L’avarizia, lungi dall’essere un semplice dispositivo comico, diventa la chiave di lettura dell’intero comportamento scenico: ogni parola, ogni movimento, ogni relazione si dispone secondo questa logica. È proprio questa coerenza interna a sostenere l’interpretazione, conferendole una solidità che evita tanto la dispersione quanto l’eccesso. Il lavoro attoriale, tuttavia, non si impone in modo isolato. Attorno a Solenghi, il complesso degli interpreti si muove con misura e disciplina, rinunciando a ogni protagonismo che possa incrinare l’unità dell’insieme. Claudia Benzi, Laura Repetto, Matteo Traverso, Stefano Moretti, Roberto Alinghieri, Mauro Pirovano e Stefania Pepe costruiscono un tessuto scenico compatto, nel quale le singole presenze non cercano di emergere, ma contribuiscono alla definizione di un equilibrio complessivo. Si avverte, in questo, una precisa volontà di subordinare l’individualità alla funzione drammaturgica. L’allestimento scenico segue una linea analoga. Il progetto di Davide Livermore rinuncia a ogni elemento superfluo, scegliendo una configurazione essenziale, priva di ornamenti, costruita su tonalità sobrie che sembrano riflettere il carattere stesso del protagonista. Lo spazio non pretende di interpretare, ma di contenere; non suggerisce letture, ma offre un supporto neutro all’azione. Anche il trucco e parrucco, ripreso da Barbara Petrolati su impostazione di Bruna Calvaresi, si inserisce in questa logica di continuità, contribuendo a definire un’immagine coerente, senza cedimenti all’effetto. È proprio questa coerenza a costituire il principale punto di forza dello spettacolo. Ogni elemento appare controllato, ogni scelta risponde a un criterio unitario, ogni componente si dispone entro un sistema che non ammette deviazioni. Il risultato è un insieme compatto, nel quale non si avvertono fratture né discontinuità. Ma è altrettanto evidente come tale rigore comporti una contropartita. La fedeltà al modello, mantenuta con tanta fermezza, limita inevitabilmente le possibilità di sviluppo. La struttura drammaturgica procede senza scarti significativi, affidandosi a una reiterazione di situazioni che, se da un lato garantisce riconoscibilità, dall’altro riduce la tensione interna. Il meccanismo comico, pur efficace, tende a riproporsi secondo modalità prevedibili, e l’azione non sempre trova una progressione capace di rinnovarne l’interesse. In alcuni passaggi, questa continuità si traduce in una certa immobilità. Non vi è un vero approfondimento delle dinamiche, né una trasformazione dei rapporti che possa generare sorpresa. Lo spettatore è chiamato a seguire un disegno già noto, più che a partecipare a un processo in divenire. Ne deriva una percezione di stabilità che, se da un lato rassicura, dall’altro attenua la vitalità dell’evento teatrale. Si potrebbe obiettare che un intervento più libero avrebbe introdotto elementi di maggiore dinamismo. Ma una simile ipotesi presupporrebbe un diverso orientamento di fondo, che lo spettacolo non intende perseguire. La scelta di Solenghi è chiara e coerente: non reinterpretare, ma restituire; non innovare, ma mantenere. Ed è su questa linea che l’intero lavoro si sviluppa senza esitazioni. Il pubblico, dal canto suo, sembra accogliere favorevolmente questa impostazione. La risposta è partecipe, il riconoscimento immediato, la comicità, pur nei suoi schemi reiterati, conserva una sua efficacia. Si avverte una disponibilità a condividere un codice, a riconoscere una forma, a ritrovare un linguaggio. Pignasecca e Pignaverde si configura come un esempio di teatro che sceglie consapevolmente la via della conservazione. I suoi meriti risiedono nella precisione dell’esecuzione, nella solidità dell’interpretazione principale, nella compattezza dell’insieme. I suoi limiti emergono nella ridotta capacità di rinnovamento, nella tendenza alla ripetizione, nella relativa staticità dell’azione. È uno spettacolo che non ambisce a trasformare, ma a confermare. E proprio in questa adesione rigorosa a un modello risiede, insieme, la sua forza e la sua misura.