Firenze, spettacolo inaugurale 88° Festival del Maggio Musicale Fiorentino
“THE DEATH OF KLINGHOFFER”
Opera in un Prologo e due atti su libretto di Alice Goodman
Musica di John Adams
The Captain DANIEL OKULITCH
The first Officer ANDREAS MATTERSBERGER
Swiss Grandmother/Austrian Woman MARINA COMPARATO
Molqi ROY CORNELIUS SMITH
Mamoud LEVENT BAKIRCI
Leon Klinghoffer LAURENT NAOURI
Rambo JOSHUA BLOOM
British dancing girl JANETKA HOȘCO
Omar MARVIC MONREAL
Marylin Klinghoffer SUSAN BULLOCK
Artisti danzatori MICAH BEST, ZACHARY BURI, JENNA DAVIS, MATILDE DI CIOLO, FLAVIO FERRUZZI, RIA GIRARD, SHAKED HELLER, EMILIA MARTINEZ, SKYE NOTARY, RILEY O’FLYNN, MARGHERITA PETROSINO, REIKA SHIRASA
Figuranti speciali e Acrobati
Bambini PAOLO PIERI, BERNARDO TURI
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Lawrence Renes
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia e scene Luca Guadagnino
Costumi Marta Solari
Coreografia Ella Rothschild
Luci Peter van Praet
Sound designer Mark Grey
Firenze, 19 aprile 2026
Nel Foyer del Teatro, alla prima dell’88esima edizione del Festival Musicale Fiorentino, vivo interesse per il debutto di The Death of Klinghoffer del compositore contemporaneo statunitense John Adams. Il clima festoso è iniziato alle 15 con i vari riconoscimenti della 45ª edizione del Premio della Critica Musicale “Franco Abbiati”, dedicata al compianto
Angelo Foletto, davanti alla giuria dell’ANCM presieduta da Andrea Estero e a un numeroso pubblico, insieme ai premiati. Si segnala che il miglior spettacolo del 2025 è stato Der junge Lord di Hans Werner Henze. In realtà, come ha sottolineato il Sovrintendente Carlo Fuortes, si è premiata anche l’eccellenza di tutte le componenti del Teatro del Maggio. Il lavoro di Adams e di Alice Goodman, (première a Bruxelles, 1991; prima italiana a Ferrara e Modena, 2002), continua a suscitare interpretazioni contrastanti non disgiunte da percezioni conflittuali e complesse, attirando anche l’attenzione di politici, intellettuali, studiosi, giornalisti e, considerando la diretta/differita della RAI, tout le monde era presente all’inaugurazione del Festival. Ogni spazio del teatro, inteso come luogo di comunità e di inclusione, si riempiva di un sinistro canto e di una musica che sembrava ricordare le parole di Nono nel sottolineare quanto «Una partitura […]
esattamente come un quadro, una poesia o un libro […] può contribuire, può fondare una coscienza se le sue qualità tecniche si mantengono allo stesso livello di quelle ideologiche». Poi è iniziato lo spettacolo e la regia di Guadagnino, scevra di “incrostazioni ideologiche”, era orientata a restituire la verità dei fatti. L’evento su cui si basa l’opera ricorda il sequestro della nave da crociera Achille Lauro (1985) e l’assassinio del paraplegico Leon Klinghoffer, gettato in mare con la sua carrozzina, ad opera del Fronte per la Liberazione della Palestina. Non mancava, attraverso il libretto e la musica, l’identità statunitense in dialogo con il Vecchio Continente. Si ha subito l’impressione di un lavoro ancorato a modelli compositivi di ‘scuola americana’ come il minimalismo, utilizzato in una visione di raccordo e di trasformazione dell’atmosfera (gates) ove suoni lunghi (note pedali) traghettano verso effetti utili come la gestione dei
campi armonici e che, in questo lavoro, a tratti, sembrano preferire trasformazioni temporali lente e graduali. Il compositore, quasi creando un ‘ponte’ tra il Nuovo Mondo e l’Europa, attinge a modelli culturali che guardano al genere italiano come l’oratorio e gli stessi ponti della nave, probabilmente, possono inserirsi nei vari rimandi ai quali si aggiunge il deserto, l’oceano, ecc. A differenza di lavori come China Gates in cui, già per la destinazione del pianoforte solo, la ricezione è meno difficoltosa, con un’opera sulla morte di un uomo, un ampio apparato vocale e strumentale e il concorso di altre forme di linguaggio, tutto si proietta verso la complessità. L’inizio: «My father’s house was razed/In nineteen fotry-eight/When the Israelis passed/Over our street» e il finale: «They should have killed me/ I wanted to die» evidenziano l’autenticità della tragedia che porta alla morte dell’ebreo americano Klinghoffer. Grazie alla lettura di Guadagnino e alla funzionale e appropriata interpretazione, a partire dal direttore d’orchestra (Lawrence
Renes), specialista della musica contemporanea e dei lavori di Adams, del coro (egregiamente preparato da Lorenzo Fratini), del cast di cantanti, danzatori e di tutte le componenti dello spettacolo, l’obiettivo è stato pienamente raggiunto. A tratti sono emersi archetipi, con rimandi all’antica Grecia, nonché la consapevolezza che la morte estirpa il potere all’eternità. In questa visione l’opera è risultata molto efficace in quanto tutto convergeva perfettamente condividendo riflessioni, tempi e anche una scrittura letteraria e compositiva appropriate che includevano varie forme d’arte creando una maggiore libertà, immediatezza di espressione e conseguente accoglienza del pubblico. Con tali presupposti Adams ha realizzato una partitura in cui le reiterazioni di nuclei ritmici o brevi cellule melodiche, gli effetti prodotti dal gating, ecc.
producono una lenta trasformazione percettiva (anche interiore) che porta inesorabilmente alla fine dell’opera. La proposta di questo lavoro, certamente audace da parte del Maggio, ha prodotto ottimi risultati. Si sottolinea ancora una volta la splendida e duttile orchestra unitamente all’alta professionalità e capacità del coro nel saper affrontare il Coro di esuli palestinesi e il Coro degli ebrei (entrambi nel Prologo), nonché gli altri Cori, presenti nei due atti. Si evidenzia altresì la piena riuscita di tutti i personaggi, grazie all’eccellenza del cast vocale che ha mostrato anche buone qualità nel rappresentare i vari personaggi. Tra questi ricordo Laurent Naouri (Klinghoffer) per il suo gestire nella maniera più appropriata la propria vocalità e per la consapevolezza interpretativa del suo tragico ruolo; Daniel Okulitch, nelle vesti del Capitano, dall’interessante musicalità e chiara adesione al testo; Marina Comparato nel sapersi destreggiare con ingegno e fulgida interpretazione in un duplice ruolo; il valido Joshua Bloom nella parte di Rambo e Susan Bullock nelle vesti di Marilyn Klinghoffer, la quale ha evidenziato grande sicurezza in questo tipo di repertorio. Pubblico entusiasta, vivo successo di tutti, certi che questa inaugurazione resterà nella memoria del Maggio. Foto Michele Monasta