Torino, Auditorium Rai “Arturo Toscanini”: Concerto di Pasqua dell’Orchestra Rai

Auditorium RAI “Arturo Toscanini”, di Torino. Concerto di Pasqua
Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Direttore Giuseppe Mengoli
Controtenore Carlo Vistoli
Arvo Pärt: Fratres (1977); Antonio Vivaldi: Stabat Mater RV 621; Ludwig van Baeethoven: Sinfonia n.7 in LA Maggiore op.92
Torino, 3 aprile 2026
Il programma di questo concerto fuori abbonamento, collegato peraltro all’occasione festiva, è comunque arduo da associare alla Pasqua e ancor più per trovarvi nessi tra le partiture presentate. Si può forse azzardare che il Fratres di Harvo Pärt si riferisca al sereno snocciolare di giaculatorie in un refettorio monastico in celebrazione di un’Ultima Cena; lampante invece il riferimento al Venerdì Santo dello Stabat di Vivaldi. È invece assolutamente azzardoso fare un collegamento tra il “delirio danzante” (quasi così per Wagner) del finale della Settima beethoveniana, con un’esultanza generale per la risurrezione. Inevitabile sospettare quindi che il redattore della locandina abbia condizionato le proprie scelte a criteri più prosaici di necessità: il pezzo “giusto” per l’interprete in azione, cantante o direttore che sia. Con Fratres, Pärt, ormai abbandonati gli inizi dodecafonici e seriali che l’avrebbero forse relegato, come tanti suoi colleghi, alla marginalità, si inventa il tintinnabulum ovvero il minimalismo ripetitivo da campane e campanelle che, diversamente dai contundenti pezzi, made in USA, di Reich e Glass, con malandrina sottigliezza adesca l’uditorio. Sono cascate di note contigue, sempre assonanti, ripetute con giochi di eco e screziate da iridescenti e suadenti preziosismi. Un abito che non impegna, che si porta facile, che non urta mai e gronda comunque di fascino ipnotizzante. Non altrimenti le nenie e i sibili continui dei tamburi rotanti del buddismo tibetano. È un’Ultima Cena tra confratelli da cui latita sia il traditore che il malanimo. La direzione calibratissima di Giuseppe Mengoli sa di miracolo pasquale: il dosaggio dei suoni che sorgono dall’ Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI crea una progressione millimetrica e costante. Si raggiunge il forte ai tre quarti del percorso, per poi ripiegare mettendo ancora in atto una costante sottrazione di suono fino al silenzio finale sancito dalla quasi tacita percussione di due legni. Il vastissimo pubblico, l’auditorio sconta un reale “tutto venduto”, conquistato dall’incanto fonico che si è diffuso nella sala, applaude con molta convinzione. Lo Stabat Mater di Vivaldi è un compianto funebre concentrato in otto stanze, chiuso poi da uno sbrigativo Amen. L’intera composizione è giocata su tempi e ritmi molto dilatati e distesi come a precorrere, di quasi un secolo, Le ultime sette Parole di Haydn. Il colore è fosco con nessun aggancio appariscente al virtuosismo barocco. Le intenzioni di Vivaldi paiono rivolgersi a una calda voce naturale di contralto, come quelle che si troverà poi a dirigere nei ricoveri femminili veneziani. Le circostanze: la commissione avuta da una chiesa bresciana in cui le imposizioni tridentine vietavano, diversamente da Venezia, l’impiego di voci femminili lo devono aver forzatamente ripiegato all’artificiosità vocale di un evirato cantore. L’attuale impiego di un contraltista quindi, più che a un ricupero filologico del passato, suona come un adattarsi alla moda del momento. Carlo Vistoli, da qualche anno ormai cittadino torinese, reduce dagli strepitosi successi colti su palcoscenici di mezzo mondo, è stato un bravissimo e accuratissimo cesellatore delle stanze di Jacopone da Todi. La distesa malinconia dello Stabat non pare trovare nella voce del contraltista, pur nella sua raffinatissima moderazione del porgere, la naturalezza e la ricchezza di armonici necessarie a renderne appieno l’intensa e affettuosa compassione. Le meravigliose increspature, con cui il cantante rende iridescenti semiminime e brevi, non sono bastate a colmare l’avarizia di armonici di una voce a cui peraltro l’intelligenza, lo studio e la pratica hanno restituito un’assoluta naturalezza. Il gap espressivo, percepito in Vivaldi, viene totalmente ricuperato in una strepitosa Cogli la rosa e lascia la spina..aria del Piacere dall’handeliano Trionfo del Tempo e del Disinganno. L’iperbolica melodia del caro sassone trova nella distesa vocalità di Vistoli, arricchita da una dizione perfetta, da un periodare accattivante e, nella ripresa, da calibratissimi efficaci e discreti abbellimenti, la più che giustificata conferma del successo ovunque ottenuto da Vistoli. La scena lirica cittadina dovrebbe quindi sentirsi obbligatoriamente impegnata ad offrire, al suo ormai illustre concittadino, almeno una serata barocca di qualità, alternativa augurabile al troppo post-Verdi, francese o italiano che sia, che sta imperversando sul palco di Piazza Castello. Mengoli e l’OSN RAI, dopo aver dato a Vivaldi e a Vistoli il giusto e discreto sostegno, si sono immersi, senza remore e a capofitto, nella Settima sinfonia di Beethoven. Il vitalismo irruente di Mengoli, mortificato sia dalla rarefatta clausura di Pärt che dalla dolente compassione di Vivaldi, straborda, come uno champagne agitato, in una Settima dall’eccessivo affanno. Conduzione professionalmente ineccepibile che ottiene dall’orchestra tutto quanto pare richiedere, in un’assoluta sintonia d’intenti. La sinfonia è del 1812, il tempo in cui, attenuati gli effetti retorici ed eroici delle passioni sia amorose che civili, Beethoven, rassegnato forse alla sordità, riconsidera e rivede la sua opera in un’ottica più meditata e consapevole. Da lì l’inizio del cosiddetto terzo stile, col meditativo rifarsi alle tecniche del passato e a più moderata passionalità. Mengoli rinnova invece gli afflati giovanili ed eroici della stagione immediatamente precedente e non si trattiene dall’accendere, con energia travolgente, ogni singolo passaggio. Ne sono testimonianza, fin dalle prime battute, gli accordi tenuti all’infinito e veramente sopravanzanti l’orchestra delle due trombe, quasi segnali di un inizio battaglia. A colpire non sono tanto i ritmi, tenuti piuttosto moderati, quanto le sonorità che, perduranti, pesano ed affaticano. Il meraviglioso Allegretto persiste in un clima cordiale e “romantico” per circa metà percorso, per poi, pure lui, irrobustirsi a dismisura. Uguale la sorte degli ultimi due movimenti. È lecito dubitare che, se Wagner fosse stato presente all’esecuzione, avrebbe   azzardato l’attribuzione di “apoteosi della danza” a questo affannato e affannoso Allegro con brio. Mengoli, a cui non si possono disconoscere le notevolissime doti tecniche, è stato coadiuvato nell’eroica impresa, dai fantastici archi dell’orchestra e soprattutto da legni, corni e ottoni tutti esibenti un livello di assoluta qualità. A questa esecuzione senza risparmio ha corrisposto l’entusiasmo incondizionato del numerosissimo pubblico. Photo credits: DocServizi-SergioBertani/OSNRai