Torino, I Concerti del Lingotto 2025-2026.
Accademia Bizantina
Direttore e clavicembalista Ottavio Dantone
Violino Alessandro Tampieri
Soprano Suzanne Jerosme
Contralto Delphine Galou
Georg Friedrich Händel: Concerto grosso op.6 n.11 in La Maggiore HWV 329,Concerto grosso op.6 n.12 in si minore HWV 330; Arcangelo Corelli: Concerto grosso op.6 n.10 in Do Maggiore; Francesco Geminiani: Concerto grosso op.3 n.6 in mi minore; Giovanni Battista Pergolesi: Concerto per violino in Si bemolle Maggiore, “Stabat Mater” per soprano, contralto, archi e basso continuo.
Torino, 22 aprile 2026
Torino, la Corte dei Savoia, la Cappella del Duomo con i suoi violinisti, tra cui Pugnani e Viotti, tra fine ‘600 e primi decenni del ‘700, si poneva come uno dei fulcri italiani del Barocco musicale. Anche qui, con la fulminea presenza di Stradella, si sviluppò la metamorfosi della sonata da chiesa in Concerto Grosso e finalmente,
in connessione con Venezia, nel Concerto per violino solista. La città aveva anche cercato di rifarsi a quel mitico passato e, per un ventennio, a partire dal 1978, sponsorizzando il festival Settembre Musica, aveva riportato in città la curiosità e l’amore per molta musica europea del 6 -700. Altri tempi! Ora le istituzioni musicali cittadine offrono delle musiche del periodo barocco ben rade o nulle (vedi il Teatro Regio) occasioni d’ascolto. L’unico nome che compare, con periodicità annuale, in locandina è quello di Ottavio Dantone, vuoi alla testa dell’OSN RAI che dell’Accademia Bizantina, sua straordinaria creatura. In questa occasione si ripresenta a Lingottomusica con Alessandro Tamperi, violino solista e leader del gruppo e con due voci per lo Stabat di Pergolesi: le francesi Suzanne Jerosme e Delphine Galou. La prima parte della serata è con quattro Concerti Grossi: gli
ultimi due dell’op 6 di Händel separati da altri due, rispettivamente di Corelli e di Geminiani. Solamente Stradella manca per completare la storia del Concerto Grosso, quello che si anima contrapponendo ai soli del Concertino, il tutti dell’intera formazione. Dantone, con gli straordinari 14 musicisti dell’Accademia Bizantina, ha presentato i quattro titoli adottando una linea interpretativa assolutamente personale e parecchio inaudita. In passato, lui stesso aveva contribuito, in modo determinante, ad affrontare il Barocco con una prassi informata sull’originale, depurata da contaminazioni estranee per tecnica e per stile, promuovendo l’utilizzo di strumenti originali e le relative tecniche d’arco e di fraseggio. Ora pare che
solamente questi ultimi persistano, peraltro consolidato dal massiccio impegno di Tamperi nel mantenerne e garantirne le corrette accordature. Per il resto si coglie una grande libertà nei fraseggi come nelle miscele di puntati e legati, nell’introduzione di abbellimenti, di dinamiche e nel variare le riprese. La contrapposizione tra soli – ripieno – basso continuo è quasi del tutto riassorbita in un meraviglioso suono d’insieme che, sicuramente anche grazie alle specificità foniche dell’ambiente, può riportare ad amalgamate sonorità organistiche. A tratti più che a dei concerti grossi, parrebbe trattarsi di triosonate per organo. La sala del Lingotto è enorme, modulata a suo tempo dall’architetto Piano, con le consulenze di Berio e di Abbado, per ospitare i Berliner, di conseguenza dalla resa acustica molto assorbente che non
favorisce riverberi e fiorire di armonici: assolutamente poco adatta alle piccole formazioni “da camera”.Le condizioni d’ascolto, parallele alla moderazione con cui Dantone promuove contrasti e contrapposizioni di timbri e di volume, pur se mortificano la brillantezza e la vivacità del linguaggio barocco, ne promuovono il fascino con un suono da ance d’organo. Ci fa ricordare che son musiche che rinascono dalla deflagrazione, indotta dal concilio tridentino, della sonata di Chiesa, rinate poi, in forma mondata, pur sempre in ambito cardinalizio romano. La seconda parte del programma si muove da Roma a Napoli, con un concerto per violino di attribuzione probabile a Pergolesi e con lo Stabat Mater, estrema e certissima opera dello
Jesino. Negli anni 30 del 700, Vivaldi e le sue fanciulle, lo testimonia anche Michieletto col film Primavera del 2025, aveva dimostrato che a volte una/o val più di sole/i, e che quindi se hai un solista bravissimo ne esci meglio promuovendo lei/lui che non affidando le sorti a un gruppetto. Parte la moda del concerto solistico a cui, in breve, tutti, non solo in Italia, si convertono. Pergolesi per il suo violinista di note piacevolissime, seppur ardue da prendere, ne scrive in abbondanza e Alessandro Tamperi, sfidando gli ostacoli sonori dell’Auditorio, le porta in trionfo. Melodico, piacevole e sfacciato al punto giusto. Forse poca scienza ma sovrabbondante divertimento. Dopo scroscianti applausi, si termina con il pezzo forte della serata: lo Stabat Mater della cui meraviglia non si cessa di stupire. Meraviglioso ma forse anche abusato, tanto da rischiare di trasformarsi nel riempitivo di comodo di una serata. Ai tempi della sua creazione (1736) soppiantò
quello più serioso di Scarlatti Padre, perché modernamente teatrale e più economico, due soli “evirati cantori” da pagare invece di un coro. Oggigiorno siamo nei guai, nonostante qualche tentativo di marketing aggressivo per la promozione di contraltisti e sopranisti, costoro rimangono inesorabilmente lontani, per quanto si conosca, dagli originali. Le grandi voci femminili degli LP degli anni 70-80 del 900, vivono poi nei soli nostri ricordi di paradisi perduti. Suzanne Jerosme, a patto che non forzi la zona acuta, ha discrete intonazione e flessibilità di linea; naturale il bel timbro di soprano leggero. Delphine Galou, imprescindibile presenza con Dantone, esibisce la grande sicurezza acquisita in lunghi anni di carriera; l’acustica della sala non ne promuove né gli armonici né l’impatto sonoro. Il fascino complessivo dell’opera è stato comunque garantito dalla qualità taumaturgica, ancorché satura di discrezione, dell’ammagliante Accademia Bizantina. Buona la quantità di pubblico, abbondanti e forse anche sinceri gli applausi. Ineludibile il bis Fac ut ardeat cor meum , tre versetti centrali dello Stabat che impegnano le due voci. Foto Mattia Gaido
Torino, I Concerti del Lingotto 2025-26: Ottavio Dantone & Accademia Bizantina