Treviso, 21 Art
L’ULTIMA UTOPIA. CENERI E GERMOGLI, CRONACHE DAL PRESENTE
a cura di Cesare Biasini Selvaggi
Treviso, 15 aprile 2026
Vi è, nell’opera tarda di alcuni artisti, una qualità che non coincide con il compimento, ma con una concentrazione estrema del pensiero: una luce obliqua capace di rendere visibili le tensioni sedimentate nel tempo. L’ultima Utopia. Ceneri e germogli, cronache dal Presente, progetto installativo di Mario Ceroli presso 21Art Treviso, si colloca precisamente in questa soglia, dove la forma non si impone più come affermazione, ma come deposito attivo, come traccia che continua a interrogare la materia.
La mostra si configura come un’unica, grande installazione site-specific, in cui la materia smette di essere soltanto forma per farsi testimonianza insieme storica e metafisica. Non si tratta dunque di una sequenza di opere, ma di un ambiente unitario, pensato come esperienza totale. L’ambiente concepito da Ceroli non si offre come una mostra nel senso tradizionale, bensì come un campo tensivo. Non vi è successione di opere, ma una continuità sintattica, una frase unica articolata per variazioni materiche e scarti percettivi. Il visitatore non è più osservatore distante, ma corpo implicato, chiamato a muoversi dentro una geografia instabile fatta di luce, peso e corrosione. Ceroli costruisce così non un oggetto da contemplare, ma una condizione da attraversare. La distesa di pietre dorate che apre il percorso introduce subito una torsione del simbolo. L’oro, storicamente associato alla trascendenza e al valore, viene qui riportato a terra, reso superficie calpestabile. Non si eleva, non promette, ma si distende come suolo. In questo gesto si consuma una desacralizzazione che non distrugge il simbolo, ma lo trasforma: l’oro non scompare, cambia statuto.
Camminarvi sopra significa fare esperienza di una tensione irrisolta, quella tra il desiderio umano di infinito e la sua inevitabile finitezza. L’oro non illumina, ma trattiene; non sublima, ma espone il peso dell’aspirazione. A questa superficie si innestano gli inserti lignei blu lapislazzulo. Il riferimento alla tradizione pittorica italiana non si traduce in citazione, ma in riemersione di memoria. Il blu interviene come interferenza: introduce distanza, sospensione, un’interruzione nella densità della materia. Inserito nel legno — materiale primario e costante nella ricerca di Ceroli — produce una tensione che non si risolve. Non è il cielo che scende sulla terra, ma la terra che trattiene una traccia di cielo. Il simbolico non si presenta come dato, ma come frizione. Sul fondo, le reti metalliche ossidate segnano una cesura più netta. Qui la materia si carica di una memoria che non è nostalgia, ma deterioramento attivo. L’ossidazione diventa scrittura lenta, deposito del tempo sulla superficie. Le reti evocano contenimento, conflitto, separazione, ma soprattutto esibiscono una condizione di residuo: non rappresentano l’evento, ma ne sono il dopo.
La storia non appare come narrazione, ma come usura continua del reale. In questa articolazione, Ceroli costruisce un sistema di relazioni più che una narrazione. Gli elementi non convergono verso una sintesi, ma coesistono in tensione permanente. L’oro come desiderio, il blu come sospensione, la ruggine come memoria: tre registri che non si ricompongono. L’opera non offre soluzioni, ma impone una condizione, e in questa condizione il visitatore è chiamato a riconoscere la propria implicazione. È a questo punto che il titolo assume pieno significato. Che cosa resta oggi dell’utopia? E in che senso può dirsi “ultima”? Ceroli sottrae il termine alla sua dimensione progettuale per ricollocarlo in una forma residuale e necessaria. L’utopia non è più un altrove da costruire, ma ciò che sopravvive quando ogni altrove è diventato impraticabile. Non è promessa, ma persistenza. Le “ceneri” e i “germogli” evocati nel sottotitolo chiariscono questa posizione.
Le ceneri sono ciò che resta delle grandi narrazioni esaurite, delle ideologie collassate; i germogli non indicano una rinascita trionfale, ma una possibilità minima che emerge proprio da ciò che sembra definitivamente consumato. Ceroli non oppone distruzione e speranza: le intreccia. Il germoglio nasce nella cenere, non dopo di essa. In questa prospettiva, ogni elemento si carica di un valore ulteriore. L’oro diventa figura di un desiderio che persiste pur sapendo di non compiersi; il blu si configura come traccia di una trascendenza che non abita più stabilmente il mondo; la ruggine diventa evidenza di un tempo che trasforma senza redimere. L’utopia si situa in questo interstizio: non come costruzione ideale, ma come tensione minima che impedisce al presente di chiudersi su se stesso. La curatela di Cesare Biasini Selvaggi accompagna questo impianto con misura. La sua presenza è una regia sottrattiva, capace di orientare senza imporre. Il riferimento al “teatro visivo” si traduce in una gestione attenta dello spazio e del ritmo, senza sovrastrutture interpretative.
Non si tratta di spiegare l’opera, ma di renderla esperibile. All’interno della traiettoria culturale di 21Art Treviso, la mostra assume così un valore emblematico. La galleria si configura come piattaforma critica capace di sostenere progetti complessi, sottraendoli tanto alla neutralizzazione istituzionale quanto alla velocità del mercato. Non è solo un luogo espositivo, ma uno spazio di costruzione del pensiero. Ceroli emerge così come un artista che continua a interrogare il presente attraverso la materia. La sua opera non riflette il tempo: lo mette in crisi. Non offre immagini rassicuranti, ma superfici instabili, attriti, attraversamenti. In un’epoca in cui molta arte si limita a commentare, egli continua a produrre forme che resistono. L’ultima Utopia non consegna un artista pacificato, ma una ricerca ancora inquieta. E forse è proprio in questa inquietudine che risiede il senso più profondo del titolo: non la fine dell’utopia, ma la sua sopravvivenza come tensione minima, irriducibile, capace ancora di operare dentro le pieghe del presente. © 2026 Federico Beccari
Treviso, 21 Art: “Mario Ceroli. L’ultima Utopia. Ceneri e germogli, cronache dal Presente”
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