Venezia, Collezione Peggy Guggenheim
PEGGY GUGGENHEIM A LONDRA. NASCITA DI UNA COLLEZIONISTA
Curata da Gražina Subelytė e da Simon Grant
Venezia, 24 aprile 2026
Nel cuore di una modernità febbrile, sospesa tra presagio e vertigine, la mostra Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista si dispiega come un paesaggio mentale prima ancora che storico, una costellazione di immagini e relazioni che emergono dalla nebbia di un’ Europa sull’orlo della frattura.
Non si tratta soltanto di ricostruire un episodio, ma di evocare una condizione: quella di uno sguardo che si forma, si inquieta, si accende nell’attrito tra desiderio e realtà. In questa direzione si inserisce la curatela, orchestrata con finezza da Gražina Subelytė e Simon Grant, che si muove come una scrittura per frammenti, dove ogni opera, ogni documento, ogni traccia d’archivio appare come una reliquia pulsante, capace di suggerire più che di dichiarare. Ne deriva un percorso che non procede per linee rette, ma per slittamenti e affioramenti improvvisi, costruendo una struttura espositiva che privilegia la densità relazionale rispetto alla linearità cronologica. All’interno di questa costruzione, la breve esperienza della galleria Guggenheim Jeune – appena diciotto mesi, eppure densissimi – viene restituita come un vero e proprio dispositivo critico più che come un semplice episodio storico. È proprio in questo tempo compresso che si concentra un’intensità progettuale rara: una sequenza di mostre capace di introdurre nel contesto britannico artisti e linguaggi ancora marginali, contribuendo a ridefinire il perimetro stesso del visibile.
Di conseguenza, le prime sale articolano con chiarezza questa tensione originaria, mettendo in relazione astrazione e Surrealismo non come categorie stilistiche, ma come campi operativi. L’allestimento insiste sulla contaminazione dei linguaggi – pittura, scultura, collage, oggetti – costruendo un ambiente visivo in cui le gerarchie disciplinari vengono progressivamente disattivate e ricomposte in una nuova sintassi espositiva. In questo quadro si inserisce la sezione dedicata a Kandinsky, che rappresenta uno snodo fondamentale del percorso: non solo per il rilievo dell’artista, ma per il modo in cui la mostra restituisce il processo curatoriale che ne ha accompagnato la presentazione londinese. L’allestimento, mediato a distanza, evidenzia una dimensione già pienamente internazionale e reticolare, anticipando modalità operative oggi strutturali nel sistema dell’arte.
A partire da qui, il discorso si amplia e si complica con l’introduzione della figura di Marie Vassilieff, che sposta l’attenzione su un piano in cui la distinzione tra arte, artigianato e design viene apertamente messa in discussione. Le sue opere introducono infatti una riflessione sulle pratiche ibride e sulle identità instabili, aprendo il percorso a una lettura più ampia delle dinamiche di inclusione e marginalità all’interno della scena artistica del tempo. Questa linea di tensione trova un ulteriore sviluppo nella sezione dedicata alla scultura contemporanea, dove emerge con forza una frizione istituzionale significativa. Il noto episodio doganale, che mise in discussione la stessa definizione di “opera d’arte”, viene integrato dalla curatela come elemento strutturale del racconto, sottolineando le resistenze culturali incontrate dall’avanguardia e, al contempo, il ruolo attivo di Guggenheim nel ridefinirne la legittimità. Da questo punto in avanti, il percorso si apre a una vera e propria costellazione di figure – Cedric Morris, Charles Howard, gli artisti dell’Atelier 17 – che non vengono isolati in monografie, ma inseriti in una trama relazionale continua. È proprio questa rete di scambi, collaborazioni e prossimità a costituire uno degli elementi più convincenti dell’impianto curatoriale, rafforzando l’idea di una scena artistica costruita per intersezioni piuttosto che per individualità isolate.
Coerentemente con questa impostazione, le sezioni dedicate al Surrealismo e al collage rappresentano uno dei momenti di maggiore intensità del percorso. Il collage, in particolare, viene presentato non solo come tecnica, ma come paradigma operativo: una modalità fondata sulla giustapposizione, sulla discontinuità e sulla costruzione di senso attraverso il montaggio, che riflette in maniera quasi speculare la struttura stessa della mostra. In questo contesto, anche i materiali d’archivio – fotografie, inviti, cataloghi – assumono un ruolo tutt’altro che accessorio. Integrati con precisione nel percorso, contribuiscono a definire un dispositivo espositivo in cui documento e opera dialogano sullo stesso piano, ampliando il campo interpretativo e rafforzando la dimensione processuale del racconto. Attraverso questa progressiva stratificazione, emerge una figura di Peggy Guggenheim lontana dalla canonizzazione successiva: non ancora icona, ma soggetto in formazione, impegnato in una pratica fatta di tentativi, intuizioni e relazioni. La mostra evita ogni retorica celebrativa e restituisce invece la complessità di un processo, lasciando emergere le incertezze e le aperture che ne hanno accompagnato lo sviluppo.
È proprio in questa scelta che si riconosce una chiara strategia curatoriale: non monumentalizzare un’origine, ma analizzare un processo. Il percorso lavora per nuclei, per montaggi tematici, evitando la linearità didattica e costruendo una struttura reticolare in cui ogni sala agisce come punto di attivazione interpretativa. Ne deriva un impianto che non chiude il discorso, ma lo articola, lasciando emergere le tensioni tra contesto storico, agency individuale e costruzione del gusto. La mostra si configura così come uno spazio di riflessione sulla curatela stessa: un’indagine su come si costruisce uno sguardo, su come si legittima un canone, su come si attiva il rapporto tra esposizione, narrazione e potere culturale. E non è secondario che tutto questo avvenga a Venezia, dove quell’esperienza londinese trova, retrospettivamente, una forma di compimento e di stabilizzazione critica.
Venezia, Collezione Peggy Guggenheim: “Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista”