Venezia, Fondazione Güneştekin: “Ahmet Güneştekin: Sessizlik / Silenzio / Silence”

Venezia, Fondazione Güneştekin
Palazzo Gradenigo
AHMET GÜNEŞTEKIN
SESSIZLIK / SILENZIO / SILENCE
a cura di Sergio Risaliti
Venezia, 23 aprile 2026
C’è una parola, nelle lingue antiche, che non si traduce mai davvero. Non perché manchi un equivalente, ma perché porta con sé un peso che nessuna altra lingua riesce a sostenere. In curdo, il silenzio si dice “bêdengî”: una parola composta da bê- (“senza”) e deng (“voce”, “suono”). Letteralmente, è l’assenza della voce. Ma nel suo significato più profondo non indica il semplice tacere: indica ciò che resta quando la voce è stata tolta, quando il linguaggio è stato interrotto, quando la memoria continua a esistere senza poter essere pronunciata. Il silenzio, in questa parola, non è vuoto. È un residuo. Ha un odore — quello della terra smossa, del ferro, della cenere. Ha un suono — basso, quasi impercettibile, come il vento che passa tra le rovine o tra le case abbandonate dei villaggi. È da questo silenzio che prende forma Sessizlik / Silenzio di Ahmet Güneştekin, a cura di Sergio Risaliti, all’interno di Palazzo Gradenigo. Qui il silenzio non è un effetto: è la materia stessa dell’opera. Il palazzo trattiene questa materia. Le pareti restaurate portano ancora l’umidità, il legno antico emana un odore caldo e chiuso, l’aria sembra più lenta. I suoni si accorciano, si spezzano, come se non volessero espandersi. È un ambiente che non accoglie distrazione. Le sculture emergono da questo campo sensoriale come presenze già lì da tempo. Non sono collocate: sono depositate. Undici figure in bronzo, alcune oltre i tre metri, distribuite come una comunità dispersa. Non si guardano tra loro, non costruiscono una scena. Stanno. Il bronzo ha una superficie opaca, assorbente. Non riflette la luce: la trattiene. Avvicinandosi, si percepisce quasi il freddo del metallo, come se il materiale conservasse una memoria fisica del tempo. Le pieghe degli abiti, gli strumenti da lavoro, i dettagli delle mani: tutto è restituito con una precisione che non idealizza, ma espone. Gli operai — veri, riconoscibili, trasposti — non sono rappresentati nel gesto produttivo, ma nella sua sospensione. Sono colti nel momento in cui il lavoro si interrompe e il corpo resta. Questa scelta è decisiva: sposta l’attenzione dall’azione alla condizione. Il silenzio diventa qui conseguenza della fatica, residuo del lavoro. E tuttavia, ciò che trattiene lo sguardo non è la stanchezza. È la fermezza. Le figure non parlano, ma guardano. E in quello sguardo si concentra una densità che sostituisce la parola. Gli occhi, fermi, diretti, carichi di una forza trattenuta, restituiscono una dignità che non ha bisogno di essere dichiarata. Non c’è supplica, non c’è abbandono: c’è resistenza. Si dialoga con quello sguardo. Uno sguardo che non si abbassa, che non si sottrae, che resta. In quel punto, il silenzio cambia natura: non è più soltanto sottrazione, ma affermazione. Non è ciò che manca, ma ciò che resta quando tutto il resto è stato tolto. Una figura seduta a terra introduce una variazione. Il corpo è cedevole, lo sguardo sottratto. Non è riposo: è distacco. È un’immagine che contiene una stanchezza più profonda, una saturazione che non è solo fisica. Qui il silenzio diventa dissociazione. Gli oggetti che alcune figure tengono — animali, teschi, simboli — attivano un secondo livello. Sono frammenti di un linguaggio più antico, legato alle tradizioni anatoliche, mesopotamiche e alla memoria orale curda. Non spiegano: persistono. E poi, il gesto. L’autoritratto dell’artista, posto al piano terra, non si impone come immagine, ma come dispositivo. Il dito portato alle labbra attraversa la storia dell’arte: da Arpocrate, dove indica il segreto e il mistero, fino alle allegorie del silenzio nella tradizione visiva occidentale e contemporanea. Ma qui non è citazione. È una soglia. Non invita semplicemente al silenzio: lo impone come condizione di accesso. Segna una frattura tra il fuori — saturo, rumoroso, iper-visivo — e il dentro, dove la visione deve rallentare. E ancora una volta, è lo sguardo a completare il gesto. Non è un silenzio imposto dall’esterno, ma sostenuto dall’interno, dalla presenza di chi guarda e di chi è guardato. È un silenzio che si costruisce nello spazio tra gli occhi. In questo passaggio, il silenzio diventa politico. È il silenzio della lingua negata. Il silenzio di chi ha perso il diritto di nominare il mondo nella propria lingua. Il silenzio degli alfabeti cancellati, dei libri bruciati, delle parole proibite. In bêdengî, questo significato è inscritto: non solo non parlare, ma non poter più parlare. Ai piani superiori, i dipinti ampliano questo campo. Undici grandi opere a olio costruiscono superfici vibranti. Il colore non si deposita: viene inciso, frammentato. Da lontano appare compatto; da vicino si dissolve in una trama di segni. È una pittura che trattiene energia, che emette una vibrazione silenziosa, quasi sonora. Avvicinandosi, si percepisce il ritmo del gesto, lento e ripetuto. Una superficie che non si offre subito, ma chiede tempo. Al centro, le porte. Porte anatoliche, recuperate nei villaggi, attraversate dal tempo. Portano ancora l’odore del legno e della polvere. Sono soglie: non conducono a uno spazio fisico, ma aprono una temporalità. Le decorazioni si intrecciano con figure mitologiche e simboli di trasformazione, costruendo un atlante visivo dove Oriente, Anatolia e Mesopotamia si sovrappongono. Davanti a queste porte, le figure in bronzo. Il corpo e il simbolo si incontrano, la realtà e il mito si fondono. Si costruisce uno spazio che non è più rappresentazione, ma esperienza. Qui il silenzio cambia: non è più solo perdita, ma ascolto, ciò che permette alle immagini di emergere senza essere consumate. Güneştekin costruisce così un sistema complesso, in cui ogni elemento contribuisce a una riflessione sulla memoria come campo di tensione. La sua origine curda attraversa tutto come una linea profonda. Perché chi conosce la perdita della lingua sa che il silenzio non è mai neutro. Attraversando la mostra, lo sguardo cambia. Si fa più lento. Più attento. E quando si esce, Venezia ritorna con i suoi suoni — l’acqua, il vento, le voci. Ma resta qualcosa. Un silenzio diverso. Non vuoto. Denso. Come uno sguardo che continua a restare, anche quando le parole sono finite. PhotocreditFondazioneGüneştekin