Venezia, Teatro La Fenice, Stagione Sinfonica 2025-2026
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Michael Hofstetter
Maestro del Coro Alfonso Caiani
Soprano Giulia Bolcato
Contralto Teresa Iervolino
Antonio Vivaldi: Sinfonia “Al Santo Sepolcro” in si minore RV 169; Antonio Lotti: “Credo” in fa maggiore;Giovanni Battista Pergolesi: “Stabat Mater” per soprano, contralto, archi e continuo P 77
Venezia, 3 aprile 2026
In occasione della Settimana Santa, il Teatro La Fenice ha proposto un concerto dedicato al grande repertorio sacro settecentesco. Direttore: Michael Hofstetter, al suo debutto alla testa di Orchestra e Coro del Teatro La Fenice. Voci soliste: Giulia Bolcato e Teresa Iervolino, entrambe frequentatrici del belcanto e del barocco. In programma tre composizioni-chiave della tradizione liturgica barocca, accomunate da una profonda teatralità, resa anche attraverso un uso espressivo delle dissonanze e dei cromatismi, da parte di autori, che eccellevano sia nel campo del melodramma che in quello della musica sacra. Il cromatismo è l’elemento strutturale della Sinfonia “Al Santo Sepolcro” RV 169, pensata da Vivaldi – forse intorno agli anni Trenta del Settecento – per un organico ristretto ai soli archi. Straordinaria l’Orchestra nell’assecondare il gesto direttoriale, volto a creare un’atmosfera timbrica di delicata intimità, evocata dal diffuso cromatismo del linguaggio vivaldiano, che dal movimento introduttivo trapassa al soggetto principale della fuga – dal profilo discendente – e a quello secondario, che è invece costituito da una sequenza ascendente. Due soggetti che finiscono per incrociarsi – come ipotizzano alcuni, da cui peraltro si dissocia il Talbot – per indicare analogicamente la Croce, al pari dei numerosi diesis presenti nella notazione. In ogni caso la rappresentazione musicale della crocifissione resta legata al linguaggio diffusamente cromatico, che caratterizza la sinfonia. Un cromatismo, che costituisce un anello di congiunzione tra Vivaldi e lo stile di alcuni maestri più anziani e di formazione più accademica come Antonio Lotti. Di Lotti si è ascoltato il Credo in fa maggiore per voci, archi e continuo – tra le partiture più solenni e affascinanti della musica sacra barocca –, nel quale la scrittura corale si faceva pura emozione. Composto intorno al 1719, nel periodo in cui Lotti era attivo a Venezia come organista e poi maestro di cappella in San Marco, esso si inquadra nella gloriosa tradizione marciana come attesta l’organico strumentale, comprendente due violini, due viole e basso continuo. Eccellente qui, in particolare, la prestazione del Coro – istruito dal maestro Caiani –, che ha brillato, per fraseggio scolpito e accento caldamente espressivo, in “Credo in unum Deum”, “Crucifixus”, “Et resurrexit”, “Et unam sanctam”, fino all’“Amen” conclusivo. In linea con gli stilemi e i toni espressivi di chiara ascendenza profana – segnatamente operistica –, che caratterizzano lo Stabat Mater di Pergolesi, è risultata la prova offerta dal soprano Giulia Bolcato – voce chiara, dal timbro luminoso – e dal contralto – o meglio mezzosoprano scuro dal timbro ambrato – Teresa Iervolino. Se la composizione più famosa del Maestro di Jesi seppe toccare le corde più profonde del pubblico del proprio tempo, le due soliste sono riuscite a conquistare la platea fenicea, adeguandosi efficacemente a una scrittura, che spesso esula dalle forme tradizionali, per dare sfogo all’espressione degli ‘affetti’ tramite l’utilizzo frequentissimo del modo minore e di dissonanze (come le laceranti seconde maggiori o minori). Di contrappunto severo nel capolavoro di Pergolesi se ne trova davvero molto poco: esso figura solo nel “Fac ut ardeat” e, come di prammatica, nell’“Amen”, dove le due interpreti insieme si sono fatte pienamente apprezzare per l’uso intelligente dei rispettivi mezzi vocali. Il che si è colto anche nei duetti e nelle arie affidate al soprano o al contralto singolarmente, presenti nel resto della partitura, dove le due cantanti hanno messo in luce, con sensibilità e controllo della voce, la vena sentimentale, patetica, melodrammatica, che vi prevale, dando il giusto senso ad abbellimenti e colorature, in linea con le intenzioni dell’autore, che intendeva rifuggire da certo vocalismo acrobatico, tipico del barocco più mirabolante. Una menzione di merito per il Continuo: Alberto Busettini (cembalo), Silvio Celeghin (organo) e Francesco Tomasi (tiorba). Successo pieno, segnato da scroscianti applausi. Applausi che peraltro – ad inizio di serata – avevano espresso per l’ennesima volta solidarietà all’Orchestra, ancora in lotta con la Sovrintendenza.
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