Venezia, Teatro La Fenice 2026, Stagione Sinfonica 2025-2026
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Alpesh Chauhan
Bedrĭch Smetana: “Vltava” (La Moldava); Zoltán Kodály: “Galántai táncok” (Danze di Galánta); Jean Sibelius: Sinfonia n. 2 in re maggiore op. 43
Venezia, 24 aprile 2026
Il programma del presente concerto poteva apparire, a prima vista, un concentrato di puro godimento estetico: i tre titoli, infatti, sono universalmente apprezzati per l’icasticità dei temi musicali, la varietà dei ‘paesaggi’ descritti, la raffinatezza dell’orchestrazione, l’affetto che ogni autore nutre per la rispettiva patria. Nondimeno – ad una più attenta riflessione – il concerto poteva apparire come un’intrigante occasione per approfondire il rapporto tra le composizioni proposte e la cultura romantica, cui tutte in qualche modo afferiscono. Al cosmopolitismo illuministico i romantici contrappongono il sentimento della nazione e della sua memoria storica. Hegel concepisce la nazione come un organismo vivente, animato dallo Spirito Oggettivo (Volksgeist o spirito del popolo), motore del processo storico verso la consapevolezza della propria libertà. Dal canto suo Schelling rifiuta la concezione materiale della Natura, considerandola Spirito inconscio, destinato a raggiungere la piena coscienza di sé. Sono concetti di cui i tre titoli programmati rappresentano – aldilà del loro significato ‘letterale’ – una traduzione in musica. Interprete ideale, anche in questa prospettiva, si è rivelato Alpesh Chauhan, che ha affrontato tale repertorio senza indulgere troppo sul versante emotivo, per restituire a queste partiture tutto il loro fascino. Il quale nasce proprio dal fatto che esse consentono – ad ascoltatori storicamente informati – più livelli di lettura.
Vltava – secondo titolo della raccolta Má vlast (La mia patria) – è un omaggio all’identità nazionale ceca, di fronte alle crescenti spinte patriottiche dell’ultimo quarto dell’Ottocento. Il percorso del fiume Moldava – dalla sorgente nella Selva Boema fino al trionfale ingresso a Praga – viene evocato attraverso una successione di quadri. Autorevole ed espressivo nella sua essenzialità il gesto di Chauhan, assecondato in perfetta sintonia dall’Orchestra. L’inizio, affidato ai flauti e clarinetti, restituiva il gorgogliare delle due sorgenti. Successivamente, alla confluenza dei ruscelli si dispiegava l’arioso tema principale, ricavato da una melodia popolare (La Mantovana), una sorta di leitmotiv del fiume, inizialmente ‘ondeggiante’, ai violini, e poi inserito in un climax patriottico con l’introduzione del motivo del Vyšehrad, che via via si ampliava e mutava timbricamente, mentre la Moldava scorreva tra campi e villaggi. Nella seconda sezione una danza contadina veniva scandita dal ritmo trascinante degli archi e dei fiati. Dopo la riapparizione del tema principale, rinnovato nella strumentazione, si apriva la sezione notturna, dedicata alle acquatiche ninfe, tra pizzicati degli archi e morbide progressioni delle arpe. Si giungeva, infine, alle fragorose rapide del fiume, mentre l’orchestra accelerava verso un tumulto. Ma subito dopo – in vista di Praga – la musica si faceva monumentale, riprendendo in fortissimo il tema di Vyšehrad, a concludere un viaggio nella Natura-Anima di una nazione.
Analogamente le Danze di Galánta (1933) di Zoltán Kodály incarnano l’essenza della nazione ungherese attraverso la stilizzazione di melodie popolari. Fin dagli esordi della sua carriera Kodály si dedicò alla ricerca etnomusicologica, spesso insieme a Bartók. La musica popolare era, per lui, una sorgente vitale, capace di alimentare un linguaggio moderno e colto. Le Danze di Galánta ne sono un esempio: non una serie di trascrizioni letterali, ma una raffinata elaborazione sinfonica, che prende spunto da edizioni antiche di melodie per banda e dalle formule tipiche del verbunkos, la danza ungherese di reclutamento, che alterna una sezione lenta (lassú) e una veloce (friss). Prefetta anche qui l’intesa tra Direttore e Orchestra, ad esprimere l’amore, a tratti struggente, dell’autore verso la propria terra. Nel cuore dell’opera – la grande sezione centrale – il ritmo del friss esplodeva in tutta la sua energia, tra figure sincopate e accenti spostati, creando una continua tensione, culminante in episodi di trascinante vitalità. Agli episodi lirici, affidati agli archi o ai legni, rispondevano squilli di ottoni e percussioni, capaci di evocare l’ebbrezza collettiva della danza, fino all’arrivo della sezione finale, caratterizzata da figurazioni ritmiche sempre più serrate e da una sempre più accentuata densità orchestrale. L’effetto era quello di una danza trascinata fino allo stremo.
Buona ultima, la Seconda Sinfonia – composta da Jean Sibelius durante l’occupazione russa della Finlandia – ha, anch’essa, una valenza patriottica, rappresentando la marcia di un popolo verso l’indipendenza. Tratto stilistico fondamentale è qui il ricorso a cellule tematiche brevi, che vengono sottoposte a una continua trasformazione, secondo un metodo, che si potrebbe definire ‘organico’: dalla semplicità iniziale si propaga una rete di varianti, accumulazioni, riprese, che generano un senso di crescita naturale. La Sinfonia fu composta nel 1901 a Rapallo ed eseguita per la prima volta l’8 marzo 1902 a Helsinki, suscitando larghi consensi. Pienamente convincente – tornando al nostro concerto – la lettura di Chauhan, che ha ottenuto dall’Orchestra la massima concentrazione e la più intensa partecipazione alle sue scelte interpretative. Suggestive nell’Allegretto iniziale le larghe distese melodiche dei fiati, che poi sfociavano in uno scherzo vivace e brillante, dove il folclore finnico assumeva un’inflessione pastorale. Nel secondo movimento, Tempo Andante, ma rubato – aperto da un frenetico pizzicato di contrabbassi e violoncelli, a sostegno di una frase lamentosa dei fagotti – il discorso musicale progressivamente si infittiva, sotto la spinta di un tema solenne degli archi, immerso in un robusto fremito di tutta l’orchestra. In netto contrasto era il Vivacissimo, dove le iniziali terzine dagli archi, d’ascendenza beethoveniana, venivano interrotte da colpi di timpani, prima che un tempo più disteso venisse segnato dal flauto e dall’oboe. Verso la conclusione, il movimento confluiva in una possente frase a piena orchestra di indubbio effetto emotivo, punteggiata anche da delicate armonie dal sapore čajkovskiano. Senza soluzione di continuità si passava all’Allegro moderato finale, in cui il tema precedente assumeva il carattere di un inno processionale. Più oltre si apriva maestosa l’apoteosi conclusiva – immagine di vittoria, di piena affermazione –, contraddistinta da quelle luminose perorazioni tipiche dello stile del Sibelius più maturo, come, ad esempio, nella poderosa conclusione della Quinta Sinfonia. Reiterati applausi a fine serata per il Direttore e tutte le sezioni dell’Orchestra.
Venezia, Teatro La Fenice: Alpes Chauhan dirige Smetana, Kodály e Sibelius