Venezia, Teatro La Fenice: “Lohengrin”

Venezia, Teatro La Fenice, Lirica e Balletto, Stagione 2025-2026
“LOHENGRIN”
Opera romantica in tre atti

Libretto e musica di Richard Wagner
Heinrich der Vogler ANTHONY ROBIN SCHNEIDER
Lohengrin BRIAN JAGDE
Elsa von Brabant DOROTHEA HERBERT
Friedrich von Telramund CLAUDIO OTELLI
Ortrud CHIARA MOGINI
Der Heerrufer des Königs ÄNEAS HUMM
Vier brabantische Edle ORLANDO POLIDORO, NICOLA PAMIO, PAOLO GATTI, ARTURO ESPINOSA
Vier Edelknaben ELISA SAVINO, LUCIA RAICEVICH, CLAUDIA DE PIAN, MARIATERESA BONERA
Herzog Gottfried PIETRO CECCATO, LEO MANNISE
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Hungarian National Male Choir
Direttore Markus Stenz
Maestri dei Cori Alfonso Caiani, Richárd Riederauer

Regia Damiano Michieletto ripresa da Amanda Haberpeuntner
Drammaturgo Mattia Palma
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Light designer Alessandro Carletti
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice in coproduzione con Fondazione Teatro dell’Opera di Roma, Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia

Venezia, 12 aprile 2026
Il Lohengrin nasce tra il 1846 e il 1848. Opera “romantische”, si inserisce nel filone narrativo incentrato sul Gral, la gemmea coppa usata per raccogliere il Sangue di Cristo, che infonde in chi la contempla uno stato di mistica beatitudine. Una condizione estatica evocata dal preludio dell’opera, che con le sue sonorità diffusamente rarefatte crea una sospensione del tempo, anche grazie al geniale impiego degli archi divisi. Questa, almeno, l’opinione del credente Franz Liszt, che vedeva prevalente nel Lohengrin una dimensione mistica. Diversamente l’agnostico Wagner riteneva che questa sua opera – aldilà della sua vena mistica – esprimesse l’aspirazione umana ad una società fondata su valori di giustizia ed amore, nella quale, in particolare, l’artista – che di tali valori era l’incarnazione – venisse accettato senza pretendere di giudicarlo in base allo status sociale o al nome.

Il Lohengrin torna alla Fenice, dopo trentasei anni, in un nuovo allestimento, realizzato dal teatro veneziano in coproduzione con l’Opera di Roma e il Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia. Esso segna il debutto wagneriano di Damiano Michieletto, le cui regie operistiche – come peraltro quelle di altri suoi colleghi del momento – lasciano talora intravedere lo sforzo fine a se stesso di provocare, stupire, essere originali, anche a costo di contraddire quanto suggerito dal libretto o dalla musica. Lo ha confermato questa messinscena del Lohengrin, che gioca molto con i simboli, come risulta evidente fin dall’apertura del sipario. Mentre il preludio crea un clima di mistico fervore, Elsa – che incapace di elaborare il lutto per il fratellino Gottfried, da lei creduto morto, si isola dalla realtà – prosaicamente lava i panni del proprio congiunto in una vasca da bagno, corrispettivo ‘domestico’ dello stagno, in cui si la si accusa – ingiustamente – di aver affogato il bambino: ad incolparla è soprattutto la perfida Ortrud, che ha in realtà trasformato Gottfried in un cigno. Lohengrin – il cui arrivo è finalizzato a far luce sulla presunta morte del bambino – entra in scena trascinando una piccola bara bianca – sul cui coperchio spicca un cigno stilizzato – contenente – si capirà in seguito – delle piume: sole vestigia di un cigno – ahimé! – defunto. Il tutto mentre la musica di Wagner si illumina d’eroici bagliori …  Altro fondamentale elemento simbolico è l’uovo: un uovo, rinchiuso in una teca, cala dall’alto. Elsa, spinta ad indagare dai malevoli sulle misteriose origini di Lohengrin, lo infrange come se dentro quell’oggetto fosse racchiusa la soluzione dell’arcano, vi è invece contenuta una sostanza nerastra, che le contamina gli occhi, accecandola. Così come acceca il popolo nel momento del commiato di Lohengrin. La vicenda non ha un’ambientazione precisa: Paolo Fantin propone una scena fissa, costituita da un’alta staccionata in legno, che delimita, in modo alquanto minimalista, lo spazio scenico schiudendo una dimensione domestica, concreta. Diversamente l’acqua della vasca-stagno evoca qualcosa di sinistro, mentre l’argento, che cola sui contendenti – Lohengrin e Telramund – durante l’ordalia rimanda ad una realtà soprannaturale. I costumi ‘contemporanei’ di Carla Teti non hanno nulla di aulico: il bianco domina in quelli degli eroi positivi, con Elsa che indossa una sorta di tunica; il nero in quelli della coppia malefica, tra cui si segnala il tailleur anni Cinquanta di Ortrud. L’uso delle luci, da parte di Alessandro Carletti, risulta particolarmente efficace.
Sul versante musicale Matkus Stenz si è confermato il profondo conoscitore del repertorio wagneriano e della sua estetica, che si è fatto da tempo apprezzare a livello internazionale. Il direttore tedesco affronta il Lohengrin da vero esperto. Nella sua lettura non si avverte nessuna pesantezza teutonica. I maestro trova sempre il gesto più appropriato per ottenere dall’orchestra – che ha retto brillantemente l’impegno non indifferente richiesto dalla monumentale partitura wagneriana – le giuste scelte dinamiche, i vari impasti timbrici, che caratterizzano l’orchestrazione wagneriana, dando il giusto rilievo agli ottoni. Analogamente oculata è l’agogica, che assicura il giusto tono solenne ed eroico, senza mai eccedere in tempi troppo dilatati. Perfetta l’intesa con le voci, assecondando la cantabilità, di derivazione italiana, che ancora caratterizza vari passaggi dell’opera. Brian Jagde nel ruolo eponimo ha il piglio eroico richiesto quando canta a pieni polmoni, ma non ha le mezze voci, come si è colto in “Mein lieber Schwan!”. Suggestivo, comunque, nel complesso il suo “In fernem Land”. Dorothea Herbert nei panni di Elsa appare vocalmente adeguata al carattere fragile del  personaggio, facendosi apprezzare nella lirica “Einsam in trüben Tagen”. Chiara Mogini – voce torrenziale – si rivela una Ortrud aggressiva al prezzo però di suoni troppo ‘spinti. Claudio Otelli è un Telramund giustamente scontroso e tormentato, che si impone, insieme Chiara Mogini, nella grande scena notturna del secondo atto, che sembra anticipare il linguaggio musicale della Tetralogia. Anthony Robin Schneider delinea un Heinrich autorevole, grazie al bel timbro e al fraseggio scolpito. Analogamente apprezzabile Äneas Humm come Heerrufer. Di sicura professionalità Orlando Polidoro, Nicola Pamio, Paolo Gatti e Arturo Espinosai  (Vier brabantische Edle), oltre a Elisa Savino, Lucia Raicevich, Claudia De Pian, Mariateresa Bonerai (Vier Edelknaben). Ineccepibili il Coro della Fenice, preparato da Alfonso Caiani, e l’Hungarian National Male Choir, istruito da Richárd Riederauer. Successo per tutti, con qualche timido ‘buuu ….’